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Peace is for pussies

Dread

Anthony Diblasi, dopo essere stato uno dei produttori di “Book of blood” e “Midnight meat train”, torna ad inseguire il suo mentore Clive Barker e porta su schermo il racconto “Dread”.

Tre studenti di cinematografia decidono di realizzare uno studio sulla paura coinvolgendo un folto gruppo di volontari; ma uno di loro nasconde la reale motivazione per cui tanto desidera girare il documentario.

E la conoscenza delle fobie altrui diventa uno strumento di catarsi, potere e tortura.

Lo spunto alla base del racconto è intrigante, e potrebbe lasciare spazio a sviluppi potenzialmente infiniti, ma nella sceneggiatura, di cui è anche responsabile, Diblasi sembra aver voluto tenere fede alla sua fonte inciampando per tutto il primo tempo in errori ingenui come prolissità e inutili complicazioni, a livello di struttura narrativa, a discapito della psicologia dei protagonisti, appena abbozzati e interpretati da un un terzetto di attori mal orchestrato che passa dall’apatia ai toni sopra le righe in modo talvolta sfuggente (Jackson Rathbone appare semplicemente inerte).

Altro dato negativo è quello del comparto fotografico: Sam McCurdy ha lavorato per Neil Marshall, regista che non ha mai diretto film del tutto convincenti, ma di indubbio polso tecnico; in questo caso, forse per coprire le pecche visive da basso budget, McCurdy esagera con saturazione e contrasto e il risultato più che lisergico è obiettivamente fastidioso e fasullo.

Poste queste premesse, gli elementi per cui si possono spendere novanta minuti nella visione di “Dread” sono la svolta prevedibile, ed attesa da fin troppi minuti, che da avvio alla seconda parte e uno spiccato gusto per la crudeltà e i dettagli da pornografia horror che rendono un paio di sequenze sufficientemente dure da sopportare anche per stomaci già collaudati.

Se Diblasi avesse alleggerito e armonizzato in modo più curato gli eventi pasticciati dell’inizio, sarebbe riuscito a creare un climax efficace invece di una cesura netta con una premessa pasticciata e con pochi brividi.

In seguito le sensazioni provate più che di terrore psicologico sono attinenti al dolore e al disgusto (la tortura del ragazzo che teme di diventare sordo o il sequestro della ragazza che non sopporta l’odore della carne dopo essere stata violentata per anni dal padre macellatore) e i guizzi di sadismo, tra urla, sangue, mutilazioni e pasti disgustosi, sono almeno efficaci e fanno alzare il livello dell’adrenalina.

Arrivati al finale, cattivo quanto basta, ma che ricorda i vari “game over” della serie “Saw”, rimane la sensazione di un progetto in cui la concentrazione dell’autore è stata rivolta soprattutto alla cruda messa in scena della violenza, ma in minor misura verso una sceneggiatura che fosse funzionale su grande schermo, così come può esserlo nel respiro comunque più ampio di un racconto.

Un film più adatto a palati forti che a chi cerca un thriller realmente basato sul tema e la suggestione della paura.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/08/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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