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Peace is for pussies

Carnage

Sceneggiato a quattro mani con Yasmina Reza, autrice francese della premiata e plurirappresentata pièce “Le dieu du Carnage” , “Carnage” è l’atteso ritorno al cinema del settantottenne Roman Polanski dopo un nuovo episodio delle sue irrisolte vicende giudiziarie.

Il testo di base è incentrato su facili considerazioni sul politicamente corretto, sull’ipocrisia nascosta dietro la cortesia e i rapporti civili, maschere per pulsioni primitive e aggressive mai sopite, al massimo represse in minor o maggior misura.

Uno spunto di certo non originale per allestire una sfida a colpi verbali (all’inizio piuttosto claudicante) che in un climax senza sosta porta alla dissoluzione di ogni formalità, della buona educazione, dell’autocontrollo e persino delle menzogne su cui si può reggere una coppia apparentemente salda e collaudata da anni.

Gli spettatori, almeno in parte, sembrano divertirsi moltissimo.

Di fatto, è come ascoltare i vicini di casa che litigano e che in modo catartico si rivelano quello che hanno sempre pensato, esibendo marcati menefreghismi ed egoismi di sfondo, un individualismo esasperato che sembra ben lontano sia dal mito più fallace mai descritto, quello del buon selvaggio, sia dall’utopia del cittadino del mondo.

Il pregio principale della pièce lo si ritrova nella coreografia umana creata usando solo quattro protagonisti, stereotipati fino all’inverosimile (tanto da risultare prevedibili e noiosi) le cui alleanze si formano o si disgregano, secondo un facile opportunismo, in base al sesso o all’estrazione socioculturale; se in una prima fase della battaglia i due fronti sono rappresentati dalle coppie (Veronica-Jodie Foster e Michael-John C. Reilly da una parte, Alan-Cristopher Waltz e Annette-Kate Winslet dall’altra), dopo la scandalosa scena del vomito, che fa tanto parlare soprattutto coloro che non sono anestetizzati da show come Little Britain, si crea un nuovo fronte maschimariti contro femminemogli, il cui scontro porterà inesorabilmente a lasciare tutti soli con se stessi.

Durante questo balletto, pieno di passi falsi in quanto è evidente che le quattro scimmie rivestite fremono dalla voglia di mettersi le mani addosso, l’interesse nella visione è portato avanti dal desiderio voyeuristico di scoprire fino a che livello arriveranno gli insulti, a quali limiti di cattiveria può approdare un borghese, piccolo o medio che sia, una volta che abbia perso le inibizioni e sia sia liberato delle sovrastrutture educative.

Motore scatenante di questa distruzione del galateo è Alan, avvocato cinico e workaholic che come in una discussione sui social network svolge il ruolo di troll, irrita, insulta e scatena il massacro di cui si definisce il dio.

E proprio questa autodefinizione, sibilata dal perfido Waltz alle orecchie della fragile e isterica Foster, dovrebbe essere uno dei picchi di un diverbio verbale che, al di là delle polemiche sul doppiaggio, non scalfisce mai davvero se non in un paio di occasioni (gli attacchi rivolti a Veronica per la sua “infatuazione per i negri” quando finalmente si scende a un realistico livello da bettola, che almeno fa sogghignare).

Al termine della visione non ricorderete nessuna frase in particolare, nessuna offesa vi avrà particolarmente ferito o fatto riflettere e, almeno che non siate cresciuti in un orfanotrofio irlandese o non abbiate mai partecipato ad una flame war su internet, potreste considerare i protagonisti dei veri principianti.

Inoltre se è indubbia l’eccezionale capacità di intrecciare i dialoghi (sollevo solo dubbi sul reale impatto) e costruirne il crescendo, così come quella di svelare gradualmente le sfumature nascoste della personalità dei protagonisti, anche l’eccessivo schematismo e minimalismo non giocano a favore di un auspicato elemento imprevedibilità (sì, certo, a parte il vomito a getto).

Un esempio è dato dal rivelatorio attaccamento a oggetti simbolici dei protagonisti, danneggiati uno ad uno.

Si inizia con i libri d’arte di Veronica, si aspetta da almeno mezz’ora che l’irritante cellulare di Alan, che scandisce i passaggi tra i dialoghi, affronti un triste destino e poi si attende che anche la borsa con lo specchietto di Annette non veda miglior fine.

I componenti dello schema sono talmente evidenti e palesi da attutire l’emotività della rappresentazione, in una ricerca di minimalismo, verbale e concettuale, quasi esasperato, freddo e poco umano.

In un confronto con altri esempi di testi teatrali trasposti in linguaggio cinematografico, se volete assistere a un sanguinoso, doloroso carnage, consiglio di recuperare “Festa per il compleanno del caro amico Harold”, che è del 1970 e conserva una violenza cento volte superiore a questa simpatica commedia, tanto da suscitare malessere fisico.

Soffermandomi proprio sul linguaggio cinematografico, Polanski, forse bisognoso di una pausa di leggerezza, si concentra sulla direzione del cast, abbandona qualsiasi velleità visiva, facendoci rimpiangere i chiaroscuri de “La morte e la fanciulla” (due protagonisti, un personaggio secondario, tre quarti del film in una sola stanza), e si affida, con gioco facile, al motivo per cui vale la pena assistere a “Carnage”, cioè un quartetto di attori di un talento a dir poco imbarazzante che costituisce il vero spettacolo, al di là dei vari luoghi comuni e personaggi banali di cui è piena la vita di chiunque e rielaborati in modo poco suggestivo.

Ormai ho abbandonato da anni l’idea che un regista possa mantenersi sempre all’altezza degli standard che lui stesso ha creato e non si può sperare che alla soglia degli 80 anni, dopo un anno che comunque non sembra averne scalfito l’umore sardonico, possa stupirci di nuovo con film di valore  pari a “L’inquilino del terzo piano” o con esasperati drammi borghesi come “Luna di fiele” (ben più sofisticato e profondo).

Restano una commedia più leggera del previsto e non all’altezza del titolo (non aspettavamo la Reza per scoprire che il mondo è pieno di bulletti o di mogli frustrate nelle loro ambizioni culturali o matrimoniali: è sufficiente accendere la televisione, per chi ne ha lo stomaco), un paio di battute da riciclare per scandalizzare qualche vecchia zia, la gioia di aver ritrovato Polanski, come un nonno putativo indisciplinato e geniale, e quattro attori che confermano e ribadiscono con forza di essere tra i quattro migliori delle ultime due decadi (con un mio personale e particolare apprezzamento per Kate Winslet che ha già vinto un Oscar per “The reader”, ma gliene assegnerei uno d’ufficio per ogni sua interpretazione).

2 commenti su “Carnage

  1. alessandra
    23/09/2011

    Anche io darei un Oscar ad interpretazione per la Winslet, che tra l’altro ha vinto, giustamnete, l’Emmy per la sua straordinaria interpretazione nella bellissima miniserie “Mildred Pierce”. Detto questo non si concorda affatto sul film però🙂

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  2. Photography in things
    26/12/2014

    Ciao, come al solito ottima recensione. Ti leggo sempre volentieri perché sei caustico e fungi da grande elemento contraddittorio, non sempre, ma spesso. Premetto che a me Carnage piace molto. Il paragone con “Festa per il compleanno del caro amico Harold” ci sta assolutamente ma ritengo siano due violenze diverse. La violenza di Carnage sta nel sottotesto autenticamente politico, non meramente personale degli attori. Anzi la stessa ritrattistica psicologica dei personaggi è politica, di classe, di genere, svincola dall’individuo. Per questo sono steorotipati e minimali, sono marchi più che persone. E il film non sta solo nello sfatare le ipocrisie del politicamente corretto. In mezzo vi è la questione dell’educazione e dei cosiddetti pseudo-valori del nostro tempo, dell’impossibilità di ognuno di uscire dalla propria parzialità e l’incapacità genitoriale e politica di parlare francamente, dividendo il mondo in democratici-moralisti-fighetti da un lato e repubblicani-cinici-capitalisti dall’altro (che mi ricorda tanto l’opnionismo diffuso da social network e le stesse suddivisioni sragionate e acritiche della società attuale), così come in ruoli di genere devastantemente veritieri e pessimi. In “Harold” le tematiche sono invece dichiaratamente psicologiche, politiche sì, ma più per un effetto collaterale di un gioco al massacro direttamente rivolto alle fragilità dell’inviduo. Certo, “Harold” è più forte, più cattivo. Carnage rimane una commedia divertente, forse il titolo non rende conto delle sottigliezze ironiche più alla Woody Allen che non concettualmente a un “dio del massacro”, ma questo non ne inficia il potere a mio avviso. Forse è vero che Carnage non ci dice niente che chiunque sappia ragionare non conosca già, però vedere che c’è ancora chi ogni tanto se ne esce con film in cui un pensiero attualizzante c’è, tutto sommato, rincuora. Di Venus in Furs che ne pensi? Un saluto. Ale

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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