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Peace is for pussies

Red State

Che Kevin Smith tornasse dietro la cinepresa con un film horror in cui avrebbe innestato tematiche politiche e religiose era sicuramente una notizia che destava curiosità, se non per altro per la simpatia, mista a gratitudine reverenziale, che molti provano per “Clerks” e “Dogma”.

La notizia è che “Red State” non è un horror, nella stessa misura in cui non lo sarebbe un video dell’assalto alla fattoria di David Koresh.

Realizzato con un basso budget che, fortunatamente, ha costretto Kevin Smith a rinunciare a balzane idee per il finale che sarebbero risultate più comiche, ma meno crude, del massacro conclusivo di “Dogma” (che condivideva alcuni aspetti con le horror-comedy), “Red State” mostra subito la cifra stilistica che lo caratterizza per tutta la sua breve durata e che evidenzia sia compromessi sia una ricerca di realismo quasi esasperato: telecamera a spalla, stacchi di montaggio netti se non brutali, assenza di colonna sonora e dialoghi sintetici e diretti che introducono subito, senza ancora mostrarlo, il vero protagonista della pellicola: il predicatore Abin Cooper, interpretato dal tarantiniano Michael Parks sotto una chiara influenza demoniaca.

Il personaggio di Cooper è ispirato in modo palese a Michael Phelps, il mentecatto omofobo che presidia la Westboro Baptist Church e nota alle cronache per le manifestazioni indette ai funerali di omosessuali, tali o presunti tali.

Il film esordisce con l’esibizione di cartelli con su scritto “Anal penetration = Eternal condemnation”, ogni riferimento alla WBC non è puramente casuale e una docente di alcuni alunni protagonisti descrive la setta come un’anomalia rifiutata persino dai neonazisti.

La trama inizia quando, dopo un adescamento via smartphone, tre giovani studenti sperano di partecipare ad un threesome proprio con la moglie del reverendo, ma drogati con l’inganno si ritrovano ad assistere dall’interno di una gabbia ad una predica di Cooper, con annesso sacrificio umano di un omosessuale.

L’intervento armato dell’agenzia ATF non renderà più sereno il loro futuro.

L’elemento caratterizzante di “Red State” è la polarità stereotipata tra fanatici religiosi da una parte, le cui parole non sono dissimili da un Rick Perry qualunque (un repubblicano che si propone per la Casa Bianca che ci potrebbe far rimpiangere G. W. Bush) e che mettono in pratica il Levitico (nell’unica scena davvero horror di tutto il film) e agenti governativi dall’altra, diretti maldestramente da Joseph Keenan (interpretato dal sempre valido John Goodman, ma la cui performance nei panni di Howard Erickson nella quarta serie di “Damages” era marcatamente più memorabile) e in ultima analisi incompetenti, assassini e corrotti, tanto da annullare l’effetto satira sui religiosi e spostare quasi completamente il dito accusatorio sulle attività antiterroristiche del governo americano.

Il nucleo del film è costituito da una lunga sparatoria fra le due parti in causa, inframezzata da dissidi interni, omicidi casuali che suscitano risate a denti stretti e il riuscito tentativo di evitare la noia (sempre dietro l’angolo) dell’assalto con morti improvvise e sprezzanti del concetto di protagonista.

Smith si impegna a fondo a far salire l’adrenalina, ricreare al meglio la situazione di caos generale e, nonostante si serva spesso di soluzioni visive banali, lo stile adottato è in buona parte adatto ad una messa in scena che odora di diretta televisiva e in cui il concetto di horror è già stato ormai ampiamente abbandonato.

Quando si è saturi di cinici decessi e fucili spianati, e si comincia a pensare che i cinque minuti iniziali di “The devil’s rejects” erano già sufficienti e diretti con più stile (se di stile si può parlare per l’ex-promessa Rob Zombie), il colpo di scena, un’intuizione non originale, ma comunque brillante, quasi pari per effetto al finale di “The calling” e che per qualche minuto cambia le carte in tavola e genera un orrendo sospetto: se l’apocalisse iniziasse ora, di chi prenderebbe le parti Dio?

Senza svelare il finale del film, sappiate che in origine un angelo sarebbe dovuto comparire in cielo e la sua spada di fuoco non sarebbe stata tenera con il predicatore.

Ringraziando l’Altissimo, il budget ha costretto Smith ha cambiare rotta, verso un finale ambiguo che rende ancora più criticabile la posizione da “stato rosso” dell’ATF (nonostante Goodman pronunci parole di chiara saggezza -“People just do the strangest things when they believe they’re entitled. But they do even stranger things when they just plain believe”- che, estremizzando, includono anche l’opzione massacro preventivo, se non fosse che in questo caso era pienamente giustificato) e riduce il predicatore al rango di vecchio rincoglionito, gettando al vento qualsiasi possibilità di trarre spunti per riflessioni più o meno serie dal film, ma senza renderlo caricaturale e pungente a 360 gradi come, forse, si prospettava di renderlo in prima intenzione.

Ne rimane un action-thriller con personaggi da fumetto che cerca le sue fondamenta in più generi, sfiorandone diversi, ma rimanendo sempre sulla superficie, qualche battuta da riciclare (-Quanto pensi che possa costare un crocifisso simile?- -In dollari o in buon senso?-), la “parabola” canina sugli eletti raccontata da Goodman e quell’improvviso squarcio comico e mistico che fa trasecolare.

Può divertire, ma non colpisce quanto avrebbe potuto e quanto l’unica sequenza shock sembrava promettere.

2 commenti su “Red State

  1. Johnny Bravo
    06/10/2011

    Peccato! Sarebbe comunque un film da vedere per credere!
    Guardate un pò di cosa sono venuto a conoscenza! Possiamo votare la nostra città e sperare di essere i primi a vedere l’anteprima di PARANORMAL ACTIVITY 3!!!! eccovi il link ragazzi!!!

    http://www.paranormalmovie.com/intl/it/map/map.php

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  2. Ale
    22/09/2013

    Otima recensione. Più uno spaccato tragicomico dell’america che un horror. Un buon esempio di cinema trasversale che sa anche spiazzare tutto sommato. Non viscerale ma mai ingenuo o da facili applausi. L’ho apprezzato.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/09/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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