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Peace is for pussies

Drive

Spinto dall’hype del premio ricevuto al Festival di Cannes 2011, e da un trailer ingannevole che ha indotto qualcuno a pensare che “Drive” fosse una versione radical-chic di “The fast and the furious”, il nuovo film del danese Nicolas Winding Refn, noto per la trilogia “Pusher” e soprattutto per l’acclamato dalla critica “Bronson”, conferma limiti ed esaltanti pregi di un autore promettente che, pur reclutato da Ryan Gosling in persona, non ha abbandonato la sua cifra stilistica originaria o la velleità di raccontare una storia non seguendo percorsi stereotipati.

“Drive” è una perfetta sintesi tra mitologia americana (Clint Eastwood, Charles Bronson, Steve McQueen) e formalismi di gusto europeo (l’autoironia della battuta sul passato da produttore cinematografico di uno dei protagonisti mafiosi), che lascia interdetto chi si attende un film d’azione costruito su collisioni automobilistiche, ma soddisfatto chi compie lo sforzo di superare momenti di autocompiacimento per godere delle scelte operate da Refn, sia dal punto di vista delle ellissi narrative (immagini, silenzi e sguardi più comunicativi e più cinematografici di inutili verbosità) sia dal punto di vista prettamente registico.

Il protagonista senza nome interpretato da un ermetico Ryan Gosling è l’elemento portante della rivisitazione di alcuni archetipi, e della loro ricollocazione in un ambiente suburbano e degradato, senza che ne vada perduta la forza originaria e omaggiando in ogni dettaglio atmosfere di diversi lustri fa, dalla fotografia alle scelte cromatiche persino dei titoli di testa fino alla soundtrack composta per la maggior parte da brani elettronici di recente produzione, ma che si rifanno a sonorità anni ’80.

Posto che Refn talvolta perde di vista il ritmo della narrazione (accadeva anche in “Bronson”, soprattutto per l’accumulo di scene di intermezzo che spezzavano il continuum narrativo), la forza di “Driver” deriva dalla scelta di abbandonare alcuni barocchismi precedenti esasperando il minimalismo (un’operazione in forte contrasto con l’attitudine a spiegare tutto tipica dei blockbuster) e accentuando il mistero intorno al protagonista che comunque ne emerge come una figura a tutto tondo ed estremamente sfaccettata (da vicino di casa protettivo a violento sociopatico con evidenti problemi di controllo della rabbia), anche se parla durante la pellicola per un totale approssimativo di 15 minuti.

A Refn interessa la suggestione, giocare con le sensazioni, piccoli dettagli o gesti degli attori, dipingere scenari notturni surreali e claustrofobici come Mann in “Collateral” , usare i brani musicali come se fossero una voce fuori campo (un’intenzione che ricorda quella di Philip Ridley per “Heartless”) o parte della scenografia come accadeva in “Tony” grazie ai The The, non a caso, a mio avviso, altro film di matrice puramente inglese.

Di “Drive” rimangono impresse le emozioni forti trasmesse, e intere sottostorie narrate, solo attraverso le inquadrature (la scena dal sapore carpenteriano con la maschera da controfigura), la capacità di sintesi in sequenze artificiose, quanto perfette, come quella del brutale omicidio in ascensore: come fondere in un paio di minuti l’atteso finale di un’attrazione e la sua improvvisa deflagrazione, come passare da un apparente e stiloso romanticismo all’orrore dipinto sul volto di Carey Mulligan in un arco narrativo e psicologico brevissimo, ma compiuto.

E non devono stupire le esplosioni di violenza, né se si conosce la produzione del regista né se i film di Scorsese sono anche nel vostro DNA: nel loro apparire estreme, costituiscono un ulteriore elemento di profiling per restituirci col maggior impatto possibile la bipolarità del protagonista, capace di un sorriso quasi nostalgico verso una famiglia in disgrazia, ma anche incapace di contenere il desiderio di massacro verso coloro che hanno ferito le uniche persone che ama, ma non può amare per la sua stessa natura deviata e dalla morale primitiva.

In “Drive” ritroviamo elementi da western moderno, un protagonista che è giustiziere della notte, solitario come Callaghan, ma folle come Travis Bickle, un altro personaggio borderline dopo quello di Michael Peterson, modernizzato, ma non moderno, che Refn riesce a far rivivere sul grande schermo senza farsi influenzare da operazioni post-moderne à la Tarantino, che spesso riciclano solo un’estetica, ma caricandolo di emotività e spessore psicologico, seppure in un modo impressionistico a cui non siamo più abituati.

4 commenti su “Drive

  1. Rita
    10/10/2011

    Ottima recensione (la migliore delle tante lette in rete, devo dire).

    Anche a me ha rievocato le atmosfere alla Mann, in particolare, come giustamente noti, quelle di Collateral (il cui Vincent, non a caso, è anch’egli un “driver”, seppure di taxi).

    Un saluto.

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  2. capemaster
    11/10/2011

    Sai,
    l’ho visto ieri sera e mi chiedevo quando pubblicassi una recensione.

    Sono rimasto davvero impressionato dalla pellicola: mi sono piaciute moltissimo le luci, le inquadrature che sembravano più da foto d’autore che parti di un film.

    Da incorniciare la scena dell’ascensore. Bacio romanticissimo e omicidio brutale.
    Davvero toccante. Si passa da un estremo all’altro in pochi secondi. Bellissimo.

    Aggiungo che non siamo più abituati nemmeno ai finali di quel tipo.

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  3. junemiller
    16/10/2011

    “da vicino di casa protettivo a violento sociopatico con evidenti problemi di controllo della rabbia” sei stato uno dei pochi a sottolineare questo magnifico aspetto dell’ambiguità del protagonista, ancora più sorprendente se racchiusa nell’interpretazione fatta tutta per sottrazione, quasi senza parole.

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  4. william dollace
    27/12/2011

    Pienamente d’accordo su “A Refn interessa la suggestione, giocare con le sensazioni, piccoli dettagli o gesti degli attori, dipingere scenari notturni surreali e claustrofobici come Mann in “Collateral” , usare i brani musicali come se fossero una voce fuori campo”. Strade Violente in questo Drive.
    A mio avviso la scena dell’ascensore ricorda un Tarantino non autocompiaciuto.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/10/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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