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Peace is for pussies

The woman

Il connubio Lucky McKee-Jack Ketchum ha solleticato l’interesse, se non un vero proprio ardore, in alcuni ammiratori di queste due figure oblique dell’horror, il primo cinematografico, il secondo letterario.

Alcuni dei romanzi di Ketchum sono già stati adattati per il grande schermo (“The lost”,  “The girl next door”, ispirato al caso Sylvia Likens, e “Red”), tra cui “Offspring”, storia di un gruppo di cannibali la cui unica sopravvissuta è proprio la donna protagonista di “The woman”.

L’incontro tra un autore accarezzato da un tipo di cinematografia che cerca nuovi percorsi, accusato di scrivere pornografia violenta e paragonato da Stephen King (sì, lo so) sul piano dell’importanza a Cormack McCarthy con un regista difficilmente etichettabile come McKee ha dato vita a un film particolarmente sgradevole, imperfetto, squilibrato, banale nella rappresentazione di stereotipi ed archetipi (uno di quei film che non veicola una visione antropologica originale e moderna, risultando piuttosto prevedibile, quando non noioso, ma la ricontestualizza), ma che vale la pena di vedere non solo per capire come mai abbia suscitato alcune reazioni esageratamente negative in alcuni spettatori e critici, ma perché al netto del tedio e di uno spettacolo volutamente non edificante resta un lavoro di regia autoriale, a tratti raffinato nonostante sensazioni come disgusto e ribrezzo, sostenuto da un cast, per lo più di estrazione televisiva o da una galassia horror di serie Z, che sfruttano un’occasione pericolosa per dimostrare un inatteso talento.

Chris Cleek, procuratore di una cittadina ai confini di un’area boschiva, durante una battuta di caccia cattura una donna cresciuta allo stato brado e decide di intrappolarla con lo scopo dichiarato di civilizzarla.

Il confinamento in cantina della donna, che dimostra subito una certa attitudine alla violenza e al cannibalismo, fa deflagrare in modo rapido tensioni interne alla famiglia di Chris e libera le pulsioni più maschiliste e autentiche della sua psiche, fino ad allora celate sotto una routine borghese dall’apparenza normale.

Per quanto la trama sia costruita intorno alla dicotomia progressiva fra un polo femminile (la moglie e le figlie di Chris) e un polo maschile (Chris stesso e il figlio morboso e violento degno del padre), in una sorta di metafora sociologica estremizzata, a costo di far storcere il naso ad alcuni sostenitori di Ketchum, sgombrerei subito il campo dalla filosofia spicciola.

Riflessioni sulla natura femminile, intrinsecamente violenta, irrazionale, pericolosa, caratterizzata da istinti primari come quello materno o di sopravvivenza, ne abbiamo lette tutti fin da quando abbiamo studiato “Medea” e proprio come nella storia della critica alla nota tragedia il film è stato etichettato da alcuni come misogino, da altri come femminista (e se per “Medea” l’aggettivo misogino potrebbe essere adatto, mentre proto-femminista era un azzardo, per “The woman” l’accusa di misoginia è al contrario del tutto infondata, visto il ruolo centrale delle donne, ribelli o ferali, verso le quali si riversa tutta l’empatia).

Non evidenziare un’eventuale portata di una rivisitazione (non poi così) brillante di temi ampiamente sviscerati, non significa sminuire gli elementi positivi, per lo più riguardanti scelte registiche e costruzione dello script.

McKee riesce a creare l’affresco familiare di un gotico americano moderno assottigliando al massimo i dialoghi, concentrandosi su piccoli dettagli, inquadrature suggestive, affidandosi ad un cast non promettente che si rivela perfetto, dalla spaventosa e attraente Pollyanna McIntosh, che recita solo con sguardo, grugniti e movenze feline, e procura più di un brivido nel suo saper fondere sensualità e ferocia, a Sean Bridgers, che nel ruolo del maschio ossessionato dalla perdita del controllo sulle donne si dedica con disinvoltura ad ogni atto che abbia il fine di affermare la sua supremazia fallica (se la sequenza di stupro riesce a essere quasi insopportabile per l’espressione fissa della McIntosh, le improvvise esplosioni di violenza nei confronti della moglie e della docente della figlia sono altrettanto dolorose) fino ad Angela Bettis (la moglie Belle, la cui remissività nell’accettare il ruolo di angelo del focolare non verrà perdonata) e Lauren Ashley Carter (la figlia Peggy, fragile e sull’orlo di una crisi di nervi per una gravidanza inaspettata che sarà il detonante dello showdown finale e motivo di simpatia primitiva con la donna sequestrata).

Il film si regge su una tensione palpabile, costruita in modo sapiente sfruttando immagini e suoni tanto da compensare una narrazione i cui sviluppi non sono di certo sorprendenti.

La costruzione dell’incubo borghese è funzionale a creare un climax che non risparmia diversi colpi bassi (le torture fisiche perpetrate dal bambino emulo del padre e riprese dalla soggettiva della donna) per poi deragliare verso una conclusione che abbandona la strada della crudeltà minimalista per intraprendere quella in cui il dionisiaco si fotte l’apollineo in una serie di sequenze degne de “Le baccanti” che nel loro estremismo splatter (per quanto non ci si possa aspettare di meno da un’erinne che ha riconquistato la libertà e la possibilità di essere madre) stridono con la parte precedente del film, suscitando in taluni momenti un effetto più involontariamente comico che non di orrore, mitigato da un colpo di scena che lascia esterrefatti e che pone l’ultimo tassello nel mosaico di una famiglia modello che non tollera alcuna imperfezione e che giustifica la violenza della donna misteriosa contro chi ha rinunciato al suo ruolo materno.

In un’autocompiaciuta esibizione di cuori e budella strappati a mani nude, atti cannibalistici, creature anoftalmiche e lauti pasti canini, si dissolve il ritmo lento, ma sostenuto, fino ad allora costruito, non si sfugge al prevedibile e all’inevitabile e non si sintetizza quando la sintesi era stata fino ad allora la via maestra.

Il ragionamento è puramente critico, e non certo di stomaco che apprezza la brutalità, ma la mezz’ora conclusiva fa perdere peso ad un gioco di crudeltà più sottili che sembrava preludere ad uno spettacolo meno triviale.

“The woman” è un film che, data la complessità emotiva di cui si nutre, va metabolizzato e commentato con lucidità dopo aver scremato cadute di stile e intuizioni efficaci.

L’impatto è forte, discontinuo e controverso e per darvi un’idea guardate in questo video quanto è rimasto sconvolto un incauto spettatore-savonarola presente al Sundance Festival: http://www.youtube.com/watch?v=o3lUAZLB4JY

Vi segnalo la recensione di Elvezio Sciallis, che conosce a menadito l’opera di Ketchum ed è lievemente più entusiasta di me dell’ultima fatica di McKee: http://elvezio-sciallis.blogspot.com/2011/06/woman-2011.html

2 commenti su “The woman

  1. Di McKee avevo apprezzato molto Sick Girl, il suo episodio dei Masters of Horror, dove c’era anche Angela Bettis, altra attrice che mi aveva parecchio colpito.
    A prescindere, questo The Woman vorrei vederlo, sicuramente mi incuriosisce.

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  2. M
    08/05/2015

    La colonna sonora di questo film mi fa impazzire, ogni volta che la riascolto me ne innamoro!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 19/10/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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