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Immortals

Nella recensione di “The fall” non ero stato indulgente nei confronti di Tarsem, sottolineando la sua inabilità e il suo disinteresse dichiarato a essere anche narratore oltre che illustratore, tanto da creare un’alternanza tra immagini sublimi e altre fin troppo statiche e inutili.

La delusione derivava dal fatto che obiettivamente Tarsem detiene un talento visivo eccezionale, una padronanza dell’immagine disinvolta e fuori dal comune, con risultati talmente perfetti da rischiare l’artificiosità della fredda patina di un servizio fotografico per una rivista di moda o di turismo.

Lo squilibrio tra storytelling e l’esibizionismo nell’inanellare immagini leziose, quanto avulse dal contesto, in una sarabanda potenzialmente infinita di paesaggi, rendevano il film un noioso giro del mondo a tratti immaginifico, a tratti piatto come una cartolina ricevuta dal parente che è andato a cercare se stesso in India.

Far emergere questi difetti di Tarsem come regista di lungometraggi non implica sminuire la magia del suo occhio, ma sottolineare la fondamentale differenza fra un film e un gigantesco videoclip che titilla la percezione del proprio genio.

Per molte persone “The fall” rimane un cult incompreso (il lavoro pluriennale e autofinanziato ha ricevuto un riscontro commerciale nullificato dall’essere circolato quasi solo nei festival o distribuito direttamente in DVD), eppure dopo il successo di “Immortals” anche i più ferventi sostenitori di Tarsem, ponendo le due pellicole a confronto, dovrebbero ammettere che “The fall” era fin troppo ricco di deviazioni ed eccessi egomaniaci, che per quanto allietassero lo sguardo erano ancora lontani dal distaccarsi dalla videoarte per diventare davvero parte di una solida struttura filmica e narrativa.

Con “Immortals” Tarsem ha avuto piena libertà artistica (tanto che il produttore si sarebbe limitato a cambiare il titolo originale), ma si attiene allo script, semplice, lineare, sebbene regali un paio di monologhi sopra la media di un blockbuster, e soprattutto sembra divertirsi, facendo divertire di riflesso lo spettatore, come se avesse superato l’ansia da prestazione di essere al livello della propria fama.

Il risultato è un film progettato per intrattenere, ma con una confezione visiva talmente fuori dall’ordinario da diventare un ibrido che spazza via dal punto di vista creativo sia i vari film incentrati su eroi, super o meno che siano, sia film le cui analogie sono solo tematiche e superficiali (il baraccone “Scontro di Titani” e il videogioco ipertrofico “300”).

Per la prima volta, inoltre, si ha motivo di apprezzare la post-produzione in 3D, non pessima come tutte le altre viste nei mesi passati, dato che il regista ha impostato le immagini anche in funzione della rielaborazione successiva, sfruttandone la possibilità di ampliare la profondità di campo, facendo entrare lo spettatore dentro lo schermo e non facendone fuoriuscire oggetti, neanche fossimo negli anni ’50 o ad un’attrazione per bambini sotto i 12 anni.

E la brillantezza e le cromie delle immagini sopperiscono anche al problema (evidenziato persino da quel serial-killer della telecamera che è Michael Bay) dell’attenuazione della luminosità a causa degli occhiali, tanto che anche nelle scene più scure non si ha perdita di nitore o dettagli.

Quest’unione di padronanza tecnico-visiva ad una storia divertente, a tratti sconclusionata, rendono “Immortals” una pellicola di genere personalissima, amena nel suo essere barocca, splendida o anche kitsch, ed è impossibile annoiarsi già solo per quanto gli occhi hanno da guardare e ammirare.

La trama farà storcere il naso ai puristi della mitologia greca (Teseo da re fautore del sinecismo diventa un contadino figlio di una donna violentata e amato da Zeus, che ne segue la crescita nei panni umani di un anziano precettore, e i miti che lo riguardano vengono stravolti e ridotti a funzionalità iconica: il toro di Maratona diventa il simbolo del Re Iperione e il Minotauro una creatura al servizio di quest’ultimo), ma possiede una sua logica interna funzionale alla crescita del personaggio di Teseo (le lotte tra gli uomini da una parte e quelle tra gli dei dell’Olimpo e i Titani dall’altra, in una separazione tra mondi che arriveranno alla collisione).

La vera sorpresa è il personaggio di Re Iperione, nome di uno dei Titani nelle storie classiche, un contadino assetato di potere, oscuro, feroce, nichilista, simile a Teseo nella bellicosità e nell’origine sociale, ma privo di solidarietà per il genere umano, interpretato da Mickey Rourke che conferisce al suo ruolo un’intensità tale da dominare la scena ogni volta che appare e far sfigurare il mediocre cast (con l’eccezione in particolare di Henry Cavill, scelto per prestanza e presenza scenica notevoli).

Il personaggio avrebbe meritato anche qualche approfondimento ulteriore e si impone già nella prima parte del film in una sequenza che dimostra come Tarsem abbia posto attenzione alla costruzione climatica delle scene, rendendo un monologo di Iperione un crescendo prima di paura e poi di orrore (e qualche soffocato gemito di dolore in sala si è pure sentito).

E’ quasi inutile evidenziare che, comunque, la vera energia del film proviene dalle immagini: Tarsem, il fondamentale reparto digitale e la follia costumistica di Eiko Ishioka collaborano in modo sinergico per creare immagini tanto ricche di dettagli, quanto minuziosamente costruite.

Dalla fotografia, allo studio dei contrasti di luci e colori fino al design di creature umane e non, non c’è un dettaglio che non sia in definitiva perfetto, senza essere gratuito e sempre in funzione del singolo personaggio o della singola scena.

E’ quasi impossibile citare una visione preferita (anche se il Tartaro e la gabbia dei Titani valgono già da soli il prezzo del biglietto), il film ne regala molte, di ispirazioni differenti, quadri rinascimentali resi viventi, architettura fascista, illustratori fantasy fino a citazioni di Jodorowski per arrivare a paesaggi islandesi, in una miscela che nelle mani di Tarsem diventa organica e ordinata sebbene così eterogenea.

Come nota aggiuntiva, a Tarsem sembra essere importato quasi nulla della censura (tanto che il film è stato vietato ai minori, anche dei 18 anni, in tutto il mondo oppure distribuito con alcuni tagli) e alterna ipercinesi e rallenty in sequenze di battaglie in cui dettagli gore, o addirittura splatter, esplodono sullo schermo potenziando l’effetto della violenza, sempre stilizzata, pittorica, che ricorda gli eccessi di alcuni videogiochi, ma non per questo di minor impatto (la spettacolare battaglia fra dei e Titani è un vero e proprio massacro danzante che doveva obbligatoriamente far impallidire il massacro fra gli uomini).

Eccessivo, ma meticolosamente controllato, a tratti epico ed emozionante, senza lasciar quasi spazio a discutibile retorica o filosofeggiare etico che non interessa nessuno (se volete sforzarvi di vedervi una riflessione sui concetti di giusto e immortale, così come spiegati nella citazione iniziale di Socrate, siete liberissimi di perdere tempo), “Immortals” è l’opera di un artista (o per lo meno di un artigiano fuoriclasse dell’immagine) da cui farsi sorprendere, nonostante la natura frivola e commerciale della sceneggiatura che serve a Tarsem per darsi, solo ma finalmente, dei binari narrativi.

Un commento su “Immortals

  1. Non sono d’accordo. The Fall è una bellissima, imperfetta, fiaba. Immortals è un baraccone ben gestito.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/11/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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