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Peace is for pussies

Uomini che odiano le donne (di David Fincher)

Chi ha visto la versione svedese di “Uomini che odiano le donne” era sicuramente incuriosito dal remake diretto da David Fincher, per motivi legati al casting (Rooney Mara avrebbe fatto dimenticare Noomi Rapace? Daniel Craig avrebbe reso più evidente il fascino di Blomkvist?), alla delusione nei confronti della mediocre trasposizione degli ultimi due episodi e anche al regista che, tra alti e bassi, ha già diretto thriller a discreto livello di morbosità.

La curiosità è stata galvanizzata dalla distribuzione dei titoli di testa, non realizzati da David Fincher, ma dallo studio Blur (http://www.blur.com), e accompagnati dalla cover dei Led Zeppelin “Immigrant song”, cantata da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs e rimaneggiata da Trent Reznor, responsabile della colonna sonora insieme ad Atticus Ross, diventati definitivamente mainstream con la vittoria agli Oscar 2011 per “The social network”.

Titoli di testa suggestivi, di grande impatto, a metà tra un video dei Massive Attack e uno dei più estremi dei Nine Inch Nails, che nulla condividono con le scelte estetiche operate da Fincher in un film che offre alcuni elementi decisamente positivi, extra-registici, e altri discutibili imputabili direttamente a lui.

L’ambientazione, in modo piacevolmente inusuale, non cambia, restiamo ancora nei dintorni di Stoccolma, anche se l’ambientazione è poco sfruttata e resa talmente asettica che potremmo essere praticamente ovunque.

Non cambiano i nomi, la trama del libro è rispettata quasi fedelmente e con meno sfrondature rispetto alla versione originale (aggiungendo anche maggiori sfumature al personaggio di Lisbeth) e lo script si dimostra solido e chiaro, a tratti prolisso, ma un problema che in modo inaspettato emerge è la difficoltà di Fincher di essere un valido narratore visivo, tanto che le parole sorreggono e compensano le sue lacune, appesantendo, tuttavia, lo scorrere di una pellicola che sfiora le tre ore.

Quel che viene a mancare per tutta la durata è un marchio personale o autoriale che vada al di là della solita fotografia livida come cifra stilistica, qualche guizzo o intuizione visuale, una sequenza che faccia salire la tensione, un climax, l’atmosfera misteriosa di un luogo isolato e abitato da personaggi ambigui e malevoli.

Fincher procede per accumulo, in modo freddo e spesso statico, non riuscendo quasi mai a trasmettere angoscia, l’entusiasmo investigativo o una sensazione di pericolo imminente.

Il risultato è un film che potrebbe contrariare in minor misura i lettori dei libri di Larsson, ma che risulta spesso ingessato e fin troppo minimale come gli ambienti hi-tech in cui vive Martin Vanger od opera la stessa redazione di Millenium.

A bilanciare una messa in scena talvolta sottotono un cast che surclassa il precedente.

Se spiccano soprattutto alcuni veterani (Christopher Plummer nel ruolo di Henrik e Stellan Skarsgard nel ruolo di Martin, forse anche gli unici doppiati in modo accettabile), la sorpresa viene da Rooney Mara.

Noomi Rapace ha un volto aggressivo e sensuale allo stesso stempo che rimane impresso all’istante, ma anche il recente “Sherlock Holmes – Gioco d’ombre” non ha ancora messo in luce particolari doti recitative, mentre l’interpretazione di Rooney Mara (più fedele da un punto di vista della fisicità all’idea di Larsson) è più ricca di sfaccettature e di complessità psicologica, creando gradualmente una vera empatia con un personaggio così controverso e unico che, di fatto, diventa la vera colonna portante di tutta la trilogia.

La colonna sonora è un altro elemento che bilancia la scarsa componente emotiva del film.

E’ vero che Reznor ormai copia se stesso da almeno un decennio (se appartenete al gruppo di quelli che l’hanno scoperto con “The social network”, limitate i gridolini di entusiasmo che alcuni lanciavano già negli anni ’90), ma il lavoro dalla pesante componente elettronica è ottimo e funzionale anche se le immagini non appaiono una forte fonte di ispirazione.

A far la somma delle parti, da un lato pesano come valori positivi la sceneggiatura di Steven Zaillian, il cast, la colonna sonora, dall’altro pesano come valori negativi una costruzione del film a tratti pedante e poco fluida, mai di grande impatto e raramente superiore al ben più povero (quanto sbrigativo) adattamento svedese.

Inoltre la discrepanza con un’apertura così dirompente, per quanto videoclippara, lascia un po’ l’amaro in bocca.

Per lo meno possiamo confidare che se lo sceneggiatore sarà ancora lo stesso, i prossimi due episodi riceveranno trattamento più adeguato.

Un commento su “Uomini che odiano le donne (di David Fincher)

  1. sartoris
    13/02/2012

    ma siamo poi così convinti che ne gireranno i seguiti? Ho come l’impressione che Fincher si sia divertito per un po’ all’inizio e poi abbia mollato gli ormeggi. Comunque condivido appieno: la Rooney è stata la cosa migliore (Craig fascinoso come non mai, certo, ma ci si aspettava da un momento all’altro di vederlo zompare come in Casinò Royale:-)

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Questa voce è stata pubblicata il 05/02/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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