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Peace is for pussies

The violent kind

Ai misteri insondabili della distribuzione cinematografica italiana possiamo aggiungere la pubblicazione in DVD di “The violent kind”, anche in un cofanetto comprendente un vero film, nonché capolavoro a suo modo, quale “Bronson” che non è paragonabile a questa pellicola da macero.

Nel mondo horror Mitchell Altieri è più noto come componente dei The butcher brothers quando in combutta con Phil Flores, insieme a cui ha realizzato il prescindibile (ma chiaccherato) “The hamiltons”, ormai risalente all’anno 2006.

A distanza di quattro anni, che non hanno costituito un periodo sufficiente per produrre una sceneggiatura degna di nota, i due co-registi hanno diretto un film che è riuscito nell’intento di suscitare entusiasmi ingiustificati o critiche a dir poco sprezzanti (quanto mai meritate).

Se traete da ogni recensione gli elementi peculiari di “The violent kind” potrete farvi un’idea dello spettacolo, ma non dell’ottusità e della superficialità che lo caratterizzano e lasciano un senso di imbarazzo di fronte ad un evidente orgoglio artistico autopercepito.

Il canovaccio arruffato, che per cortesia verso il cinema non etichetteremo come trama, comprende la notte brava di una gang di motociclisti (che assomigliano a bagnini californiani, escludendo l’immancabile e romantico nerd di turno di cui è ovviamente innamorata una delle altre bagnine del gruppo), fenomeni paranormali, improvvisi atti di violenza, possessioni non meglio definite, gravidanze esoterico-aliene, tonnellate gratuite di gore incorniciate da momenti di idiozia (di quell’idiozia ricercata che si vuol vendere come humour nero, non riuscendoci e annullando ogni presupposto di tensione) e uno squarcio di fine del mondo, che si sta realizzando il proprio “2001: Odissea nello spazio”, mica “Balle spaziali”.

Prendete gli elementi suddetti, mescolateli a caso e otterrete “The violent kind”.

Il dato peggiore è che l’incompiutezza dello script sembra derivare dall’intento di realizzare un’opera metacinematografica che citi alcuni epigoni (“Cabin fever”, “L’esorcista”, “Evil dead”, con spavalda blasfemia addirittura “Velluto blu” e l’elenco potrebbe continuare, in un florilegio di mancanza d’originalità), ma il filo rosso che li unisce è solo rosso sangue e non ben architettato.

Se da queste parti la violenza è sempre ben vista, quando ben diretta e sferra pugni allo stomaco, non è altrettanto ben vista quando stemperata da comicità mal riuscita o da non-sense che la rendono mezzo solo per provocare un po’ di ribrezzo o per mostrare la propria presunta cattiveria senza intaccare il tasso di adrenalina.

Per cui di “The violent kind” rimangono impresse coltellate, budella, volti sfigurati, gole sgozzate, un minus habens che si spacca la testa contro il muro per ordine punitivo del capo (tralascio per pietà la motivazione), uno dei protagonisti che si fa sedurre da una ragazza, folle e già assassina, coperta di sangue e frattaglie (alla faccia del più naturale senso di repulsione e del dio delle MST) e l’aspetto low-budget, epilettico, da alcuni definito -punk-, coronato da effetti speciali che sarebbero stati rifiutati persino nei primi anni ’80.

Se il giorno in cui lo guarderete sarete di buon umore potreste anche pensare che sia un film home-invasion diretto dal gemello non talentuoso di Lynch e che osa con la sua violenza rock’n’roll, che in ciò che viene suggerito sia insito un colpo di genio e che era dai tempi di “Un lupo mannaro americano a Londra” che non si assisteva a una tale commistione di toni.

Potreste persino pensare che il film sia una dolente profezia sul dilagare della violenza dai gruppi che ne fanno una stile di vita al resto dell’umanità.

Tuttavia potreste anche pensare, di fronte a una visione lorda di sangue un tanto al minuto e di sciatteria, che certe strizzatine d’occhio celino solo la più totale mancanza di idee.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/04/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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