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Peace is for pussies

E ora parliamo di Kevin

L’adattamento cinematografico ad opera di Lynne Ramsay (regista e sceneggiatore) dell’omonimo romanzo di Lionel Shriver suscita, per tematiche affrontate ed echi di cronaca nera, un’inevitabile curiosità che si colloca tra la riflessione e la morbosità.

Protagonista del film non è il malvagio e ineffabile Kevin (un mellifluo e androgino Ezra Miller), primo attore di una strage annunciata che si colloca sullo sfondo di un puzzle di memorie, pensieri ed episodi di un tormentato rapporto madre-figlio che si compone dolorosamente sullo schermo come riflesso della mente di Eva, donna che rinuncia alla passione per i viaggi e le avventure per dedicarsi alla maternità.

Fin da bambino Kevin sembra nutrire un sentimento di rivalsa verso la genitrice, come se ne percepisse l’affetto forzato e la stanchezza dell’accudimento, o forse perché Kevin è congenitamente cattivo e manipolatore, ruffiano e dolce con il padre sempliciotto e assente (John C. Reilly), dispettoso e aggressivo con Eva, in una continua ricerca di provocazione violenta che riuscirà persino a suscitare.

Il film parte dalle conseguenze del dramma, dall’isolamento di Eva, dall’apartheid sociale, dall’impossibilità di ricostruirsi una vita normale dopo l’atto tragico di cui vedremo il nascere inframezzato all’ossessiva ricerca di una spiegazione, di una causa, di errori e di colpe.

Eva ripercorre gli ultimi sedici anni della propria vita determinando la stessa struttura del film: il presente alla deriva e il passato che si avvicina al presente senza che alcun cerchio si chiuda o che alcuna risposta sia trovata.

“E ora parliamo di Kevin” è un film solidamente accademico, costruito in modo tanto preciso e levigato da risultare artificioso e glaciale, fin troppo razionalmente costruito per essere l’espressione di una donna tanto determinata a reagire e capire quanto devastata negli affetti più intimi.

A tratti si riceve l’impressione di assistere alla perfetta esecuzione di un compito di sceneggiatura che esibisce un calcolo preciso e mai sbavato di salti temporali ed ellissi, in un minimalizzazione millimetrica di ogni scena, di ogni dialogo, come la lettura del diario di bordo di un viaggio nell’orrore scritto in modo cronachistico e senza alcuna riflessione o commento.

I momenti salienti sono questi, illustrati in modo asettico, ma come si è precipitati in un esito così letale?

D’altra parte in una ricognizione intima sull’origine del male informazioni aggiuntive su alcune dinamiche famigliari (o scolastiche, del tutto ignote) avrebbero reso il film dispersivo e meno affilato.

A controbilanciare una sceneggiatura cesellata e rigida l’interpretazione eccelsa di Tilda Swinton (pluripremiata per questo film), fulcro e specchio emotivo dell’intera narrazione, in grado di rendere pienamente le sfumature e l’evoluzione psicologica di Eva, la sua caparbietà così come i suoi momenti di sconforto, il passaggio da donna felice a maschera di dolore e rabbia.

Ramsay tenta di rendere vivido il freddo materiale da lui stesso creato conferendo un aspetto ai limiti dell’onirico, del claustrofobico o del metaforico a colori e oggetti, comunicando angoscia e trasformando gli ambienti in una dimensione mentale più che realistica, aiutato anche dalla colonna sonora di Greenwood.

Al termine del film, la cui architettura frammentaria ne attutisce anche la prevedibilità, non ci vengono fornite particolari spiegazioni, lo stesso Kevin recita -Il punto è che non c’è un punto- e -Io sono il contesto- e sembra perdersi pure lui, da adolescente che si esibisce trionfante davanti alle telecamere dopo un massacro, un atto dimostrativo di nichilismo estremo e crudeltà gratuita (ultimo di una serie agghiacciante) degno di un bambino emotivamente cristallizzato, ad adulto impaurito e senza orizzonti che non conosce più le ragioni del proprio essere.

La scoperta della naturalezza del male, ma soprattutto della sua assenza di significato e del suo impatto devastante in una comunità, rappresenta un raggiunto grado di consapevolezza che dissolve e vanifica il male stesso, che apre la strada al perdono, ma lascia dietro di sè macerie, vittime e la sensazione che prevenirlo sia arduo quanto a volte impossibile.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/04/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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