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Peace is for pussies

The divide

A distanza di pochi mesi dalla coppia Maury-Baustillo, anche Xavier Gens vede distribuito il suo nuovo lungometraggio.

I tre registi, insieme a Pascal Laugier, hanno catalizzato attenzione e attese nel genere horror e dato lo scarso numero di nuovi talenti su cui puntare sono stati caricati di un eccesso di speranza e di un precoce urlare alla rinascita del cinema di genere francese.

Di Maury e Baustillo abbiamo già visto “Livide”, film che pecca di quella che da MadMovies è stata definita una generosità maldestra, di Laugier attendiamo “The tall man”, consapevoli (o timorosi) di un ritorno ad atmosfere più vicine a “Saint Ange” che a “Martyrs” , mentre Gens si era fatto notare con “Frontière(s)”, soprattutto per il suo talento visivo e non tanto per una rivisitazione in chiave neonazista del seminale “Non aprite quella porta” (tanto seminale che al minimo accenno a esso avvertiamo tutti i peggiori sintomi di una gravidanza isterica), anche se visti i risultati ottenuti dai LePeniani alle elezioni francesi potremmo rietichettarla come mockumentary.

Affidatosi ad una produzione mista franco-americano-tedesca, Gens offre la sua personale visione del genere post-apocalittico, non sfuggendo del tutto a schemi narrativi precostituiti, ma confermando un’apprezzabile ricerca estetica e una dose di coraggio nel percorrere sentieri psicologici deviati inconcepibili per una produzione solamente americana (target principale adolescenziale, sessuofobia, violenza baracconesca ma irrealistica).

Una guerra nuclerare, forse un attacco terroristico, nulla ci sarà dato da sapere (anche se nel finale ne vedremo i risultati) di una devastazione improvvisa che spinge un gruppo di persone a segregarsi in preda al panico nei bassifondi di un condominio, organizzati dal proprietario come un rifugio antiatomico.

All’adrenalina iniziale, ad una sottotrama sci-fi presto abbandonata utile a suggerire l’esistenza di sperimentazioni biologiche e a conferire un punto di svolta nella deriva esistenziale dei personaggi, segue uno psicodramma da camera, ben lontano dall’unica e dirompente scena d’azione che inganna sui possibili sviluppi della trama, e che segue un percorso di decivilizzazione, di cui la fame, il maschilismo e la sottomissione, spesso a carattere sessuale, sono gli effetti più evidenti.

E quel brandello di umanità sopravvissuto sembra votarsi anch’esso all’autodistruzione, inseguendo un istinto di morte sempre più preponderante e che sembra ineluttabile anche se il contesto avrebbe potuto includere qualche margine di redenzione.

Nulla di ciò che avviene in “The divide” è imprevedibile o originale, ma Gens rende dinamica un’ambientazione potenzialmente claustrofobica sfruttando in modo inventivo gli spazi, il ritmo è ben calibrato tra momenti riflessivi e di ferocia, con un certo gusto nel valorizzare le immagini create senza scadere troppo spesso nell’autocompiacimento, e il climax di follia non soffre di accelerazioni improvvise o buchi narrativi, ma poggia su una sequela ben costruita di successivi passi verso la demenza collettiva.

La psicotizzazione dei protagonisti funziona anche grazie ad un cast di provenienza soprattutto televisiva, ma con la fisicità giusta per i ruoli: Michael Biehn, reso ruvido dalla vecchiaia, nei panni di un militare fanatico e paranoico, è il mattatore per buona parte del film (fino a che una sequenza di tortura ne decreta un destino differente); Michael Eklund, un fascio di muscoli dal volto asimmetrico e perverso, è l’anima viscida e ambiguamente sessuomane; Rosanna Arquette consente al regista di abusare del suo corpo come se fosse gelosa della Grace di “Dogville” e Milo Ventimiglia la segue lasciando trasformare la sua fisicità di plastica in un corpo malato e mutante.

“The divide” non implode e riesce a vivere di suggestioni proprie nonostante un canovaccio ai limiti del classico, deturpato da inserzioni di orrore e feticismi sessuali e letali, e il dato che viene confermato è la capacità di Gens di estetizzare la violenza (ottimo qualsiasi dato tecnico), senza per questo renderla meno rivoltante, anche se non replica la distribuzione massiccia di gore di “Frontière(s)” scegliendo invece la strada della graduale distruzione psicofisica.

Un commento su “The divide

  1. Luca
    07/11/2013

    Ah, ma allora non sono l’unico a non averlo trovato atroce come dicono praticamente tutte le recensioni. Meno male – cominciavo a temere che l’astinenza dai film avesse giocato un tiro mancino al mio spirito critico.

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Questa voce è stata pubblicata il 06/06/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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