+LoveIsTheDevil+

Peace is for pussies

Wake wood / Kill list

Ormai eoni fa, nuove istanze nel genere horror sono state portate avanti dal Giappone, precursore fin dagli anni ’80 di visioni che tutt’ora hanno scadenti emuli e pochi termini di paragone.

Queste istanze sono poi franate in un appiattimento su toni fumettistici e, in tempi recenti, sui gusti americani, persino a livello tecnico, a causa del 3D.

Non mi addentro in analisi critiche che tentino di afferrarne le motivazioni (culturali, superficialmente economiche), ma è un dato di fatto che il Giappone non sia attualmente territorio di sperimentazioni.

Nel frattempo sono stati aperti scenari più intriganti da altri paesi orientali, Corea e Thailandia in testa, che producono opere ancora originali,  caratterizzate sovente da una connessione con disamine sociologiche che sfruttano il genere horror nelle sue potenzialità simboliche e di estremizzazione.

Sul fronte occidentale si sono affiancati una timida onda francofona che pare non sappia più che percorsi percorrere (ci troviamo di fronte a un’imminente film di Pascal “Mr. Martyrs” Laugier in odore di derive mainstream, ma spero che venga smentito il mio timore di un’inversione totale di marcia), una produzione nordica che sbanda dai classicismi della serie “Cold prey” o di “Dead Snow” a capolavori come “Sauna”, una Spagna che è solo Balaguero e un disordinato movimento inglese che si barcamena da ambienti metropolitani ( “Tony”, “Heartless”, “Red riding trilogy”) a medievali (sia sufficiente dare un occhio solo alla schizofrenica filmografia dell’eterna promessa Christopher Smith) e con l’alito della del BBFC sempre sul collo.

Sfogliando la critica di genere degli ultimi mesi ho selezionato un paio di film inglesi considerati tra le pellicole imprescindibili dell’ultimo anno, con alcune tematiche in comune e con un problema condiviso: la perfida Albione non sa più da quale fonte trarre la sua cattiveria.

Il primo, “Wake wood”, diretto da David Keating e coprodotto dalla Hammer, vede come protagonista una coppia che perde la figlia, aggredita da un cane, e che, trasferitasi in un paese sperduto dello Yorkshire, scopre che attraverso un rito magico potrà trascorrere ancora tre giorni con la bambina, prima che ritorni a Madre Natura.

Clone chissà quanto consapevole e spudorato di “Pet Semetary”, film e libro risalenti ad una delle guerre puniche, offre come unici elementi di interesse la peculiare ambientazione, che contribuisce alla quasi totalità dell’atmosfera, e la presenza di Aidan Gillen (“Games of thrones”) e di Timothy Spall, caratterista onnipresente, ma sempre efficace.

Tutto il resto, se avete più di 30 anni, è noia.

Il secondo è “Kill list”, diretto da Ben Wheatley, unanimemente osannato e spacciato come shocker.

Su questo blog di shocker dell’anno ne sono passati diversi e ogni volta, con qualche eccezione, c’era da mettersi le mani tra gli incanutiti capelli per la mediocrità artistica dei film (tanto da pensare che la censura adotti la censura stessa come pretesto per salvare le nostre retine).

“Kill list” ha alcuni pregi, presto risolti ed elencabili in “accuratezza dei dettagli tecnici, fotografia suggestiva persino negli ambienti più oscuri, montaggio efficace d’altra parte Wheatley proviene dal montaggio, uso fastidioso e sadico degli effetti sonori”.

Pertanto da una parte la cornice è di tutto rispetto e Wheatley come regista è, forse, un nuovo nominativo da tenere d’occhio, dall’altra ci troviamo di fronte ad ambizioni narrative che rimangono sulla carta, a intuizioni che non si fanno sostanza nonostante le prolisse interviste rilasciate dal regista per convincerci che, invece, ha dipinto i prossimi decenni.

“Kill list” soffre di una pecca fondamentale: se “Wake wood” si riallaccia a una narrativa horror ormai sepolta, ma seminale, e quindi parte della memoria del genere,  “Kill list”, escludendo l’ambientazione, appare come la versione anglosassone di “A serbian film”, film difficile da dimenticare, se non per altro perché del 2010, oltre che per le risate isteriche e un paio di sequenze commoventi (per uno splatter-maniaco).

Un uomo, ex-militare con qualche turpe segreto di guerra mai ben definito e disoccupato da mesi, trova una soluzione ai suoi problemi economici e ai dissidi coniugali che ne derivano accettando, senza porre troppe domande al viscido committente, di uccidere una lista di persone: un prete, un bibliotecario che di sottobanco vende porno particolari, un parlamentare e un gobbo.

Le singole figure aspirerebbero ad essere metafore, ringraziano l’omicida, come se venissero liberati da qualche colpa o perché sanno di essere ingranaggi di un percorso personale del protagonista, che sembra essere destinato a un ruolo che ancora non conosce.

Tuttavia un prete o un politico di per sé, come simboli di persone da sacrificare nell’ambito di un progetto di “rigenerazione”, come brevemente esplicato dal committente, sono piuttosto deboli, soprattutto non apprendendo nulla sulla vita delle vittime.

Come in “A serbian film”, il protagonista procede in un percorso guidato, viene costretto ad andare avanti quando si ribella e deve compiere un atto conclusivo che è già stato programmato.

Senza voler rivelare troppo elencando altre analogie, il finale vi lascerà di sale più di una biblica statua di sale per almeno un paio di motivi: oltre a ricalcare in modo maldestro, e meno sadico, il suo modello di riferimento, alcuna spiegazione viene fornita sui riti pagani a base di sacrifici umani che nella seconda metà del film diventano centrali fino a vederne il nostro anti-eroe il fulcro indiscusso in un processo di rinascita.

Come in “Wake wood”, la riscoperta di un paganesimo sempre vivo e sotterraneo si fa evidente, un ripiego spirituale grezzo e violento che non è nuovo nella cinematografia horror (“The wicker man”) e che secondo Wheatley è lo scenario plausibile in cui si muoveranno le vittime della crisi politico-economica, sbandati che hanno già partecipato ad alcune guerre e che ora sono persone pronte a combattere una guerra interna che vedrà cadere istituzione dopo istituzione (i simboli di cui sopra) in una sistematica ricerca della tabula rasa operata per mano dell’Anticristo dei reietti, pedina di ricchi impazziti che vogliono solo mantenere la propria posizione di potere.

Non si sa se applaudire benevolmente al tentativo e al concetto, che va estrapolato con fatica pari a quella di un parto distocico, o se crepare miseramente di sbadigli.

“Martyrs”, nel suo astrattismo esagerato e contrapponibile al realismo di “Kill list”, molto inglese e un po’ Ken Loach, aveva già detto tutto quello che si potesse dire prima ancora che la crisi economica diventasse la nostra ufficiale compagna di letto.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23/07/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

Cookies

Informativa breve

Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Proseguendo con la navigazione si presta il consenso al loro utilizzo. Per un maggiore approfondimento: Privacy Policy

My Art Gallery

Follow +LoveIsTheDevil+ on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: