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Peace is for pussies

Killer Joe

Dopo il precedente e riuscito connubio con Tracy Letts (“Bug“) ero quasi certo che anche “Killer Joe” mi avrebbe lasciato la sensazione di aver assistito all’ennesima prova di un vero autore indipendente, di un outsider che tra capolavori e film imbarazzanti non ha mai dato l’impressione di seguire logiche che non fossero esclusivamente personali e artistiche e che alla soglia degli 80 anni dirige film con la stessa voglia di sperimentare, stupire e provocare pur dopo qualche decennio di attività.

Su MadMovies l’hanno definito un fottuto resistente.

Visti i risultati eccellenti e perfidi di “Festa per il compleanno del caro amico Harold” e “Bug” perché temere che anche questa trasposizione teatrale non funzionasse alla perfezione?

E poi le tonnellate di recensioni capolavoristiche, l’aria di scandalo, i commenti entusiasti per il cast e quando il film finisce ti accorgi di non aver provato assolutamente nulla a livello emotivo.

E nel marasma di elogi trovi qualche voce dissonante che riassume in modo preciso la tua esperienza: cornice splendida, white-trash che più rivoltante non si potrebbe immaginare, Matthew McConaughey statuario, ma invecchiato, che finalmente si libera dei panni del bel tenebroso per trasformarsi nella versione yankee di Faust, e quella costante sensazione di fredda artificiosità, di scandalo costruito a tavolino che inibisce una serena fruizione del film, e infine annoia.

Tuttavia c’è un elemento più sottile che emerge durante la visione (ma date alcune risate udite in sala evidentemente il grado di attenzione e pignoleria è diversificato): mentre ascolti i dialoghi, e non è un problema di doppiaggio, ma proprio di messa in scena, ti accorgi esattamente quando dovrebbe scattare la risata, ma questa difficilmente scatta.

Friedkin è nichilista, è feroce, odia i suoi personaggi e non si diverte con loro.

Molti hanno definito “Killer Joe” una black-comedy, ma anche se la componente comedy, che dovrebbe essere preponderante (il testo, potenzialmente, è una fonte continua di ghignate malevolente e risate sguaiate) la si scorge e la si sente nelle parole, questa viene dissolta con la più assoluta mancanza di attenzione ai tempi comici (magari più teatrali che cinematografici), nella foga di rappresentare lo squallore, ma senza curarsi di beffarlo davvero, tanto che quando il testo è palesemente comico, quasi fantozziano, la scena stride con un’atmosfera generale che ambisce a essere dantesca e non quella di un teatro bizzarro, mentre altre battute esilaranti vengono buttate via (“Ti si è sciolto il mascara?” del figlio alla matrigna con il volto pesto di sangue o “Te lo tengo!” del padre che trattiene il figlio mentre viene massacrato).

E di conseguenza pure il black rimane appannato senza raggiungere i picchi di grottesco imbarazzante che il testo necessiterebbe tanto che dal famigerato stupro orale con coscia di pollo scaturisce una sequenza prolissa che non turba neanche un secondo perché non davvero così disturbante e perché sembra di immaginare il regista che si frega le mani pensando “questa diventerà cult”.

Con tanti cari saluti da parte di Chloe Sevigny e Vincent Gallo, ma anche da Gaspar Noé.

Premessa una mia potenziale anestetizzazione, nonché clamoroso segno di senilità, visto anche l’essere in sintonia con un critico di casa nostra da cui di regola dissento in modo vibrante, il pensiero è andato, per esempio, alla scena di sesso orale simulato presente ne “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara in cui il grado di umiliazione della vittima (e di conseguenza dell’aggressore) creava un crescente malessere fisico.

Cambiando continente e background culturale c’è da rimpiangere l’unione geniale di umorismo, perversione estrema e famiglia disfunzionale presente in “Visitor Q” di Miike, un’opera che fa impallidire qualsiasi sforzo occidentale di dissacrare istituzioni e taboo.

Oppure fate la differenza tra il nudo esibito della Gershon e quello di Julianne Moore nella sequenza della discussione con Matthew Modine in “America Oggi”: lo scarto tra un’ingessata gratuità e il saperti sorprendere e inchiodare alla sedia, tra del pelo esibito e la sensazione di vera, intima nudità.

Inoltre Joe Cooper è un Faust moderno, ma è anche una sorta di saltimbanco, deve inquietare, ma dovrebbe essere anche la voce illuminante della storia, un terapeuta che cura il male con il male, un maieuta dell’abisso in cui nuotano i protagonisti e di cui realizza i desideri meno confessabili, a forte potenzialità metaforica tra vergini, figliol prodighi, matrigne e padri edipici, e che con una battuta (“Poteva andarti peggio!”) ridicolizza drammi e traumi con sarcasmo e cinismo, ma queste sfumature sono del tutto appiattite.

E il cinismo è proprio quello che manca a Friedkin, quel passo successivo alla cattiveria che ti porta a a fare il buffone con i tuoi personaggi-marionette e non a usarli solo come carne da macello.

In sintesi, ad ascoltare con attenzione il testo bombarolo di Letts si nota lo scollamento con le scelte di regia fino ad avvertire alcune frettolose o errate disinterpretazioni da parte di Friedkin.

Considerazioni, inutile ribadirlo, che vanno al di là del fatto che Friedkin mantiene una verve da artista scriteriato che ha pochi pari e che sembra riversare sullo schermo un’energia ben lontana dall’essere esaurita.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/10/2012 da in Flussi di incoscienza con tag , , .

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