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Peace is for pussies

Red lights

Immaginate di essere un direttore d’orchestra, un talentuoso direttore d’orchestra, uno che sa avvicinare a sé alcuni dei più validi elementi del suo paese, tra cui persone con cui ha già lavorato e con cui è stata rodata una certa dimestichezza.

Le basi per un lavoro di gruppo eccellente sono lì, a portata di mano.

Immaginate  di essere così sicuri di voi stessi ché se una volta avete scritto uno spartito brillante per quale motivo il secondo non dovrebbe essere per lo meno all’altezza del primo.

E la musica la componete voi, l’arrangiate voi, vi eleggete supervisori di tutto lo spettacolo, ve lo producete ed editate perché questa sarà la vostra opera, e di nessun altro, e magari ambite pure a essere consacrati.

Tuttavia lo spartito è un’accozzaglia di frasi musicali incompiute, i vostri musicisti le suonano divinamente, sfoggiano il massimo delle loro capacità, ma le orecchie sentono solo il risultato, non possono avere idea di quante muse avete spremuto per accostare quelle note e se ne infischiano se alle orecchie dell’autore quella melodia suonava come una sinfonia perfetta.

Il risultato è che dopo aver dimenato la bacchetta per due ore vi voltate e notate che il pubblico ha strabuzzato gli occhi in aria come se aveste suonato la versione di provincia di Ligeti mentre nella vostra testa era tutto un Beethoven.

“Red lights” è un film da rigirare quasi per un unico, semplice, ingombrante motivo: la sceneggiatura.

Una collezione di dialoghi confusi o banali che dovrebbero persino essere drammatici, una successione degli eventi frettolosamente chiusa alla prima bozza (o almeno è l’impressione che se ne trae dalla visione) tanto che più che a un film sembra di trovarsi di fronte a un trailer, un supposto climax finale incentrato su una rivelazione maldestramente (e maldestramente non rende appieno l’idea) esposta a metà film, la mancanza di organicità e raccordo fra molte parti della trama, e non si tratta di ellissi narrative, ma di mancato sviluppo di episodi e personaggi, di scarti temporali dozzinali, dell’assenza di ritmo in una partitura che è così sincopata da essere solo fastidiosa e noiosa (anche perché il film non brilla per originalità, né per le tematiche né tanto meno per il modo approssimativo e da manuale di trattarle).

Cillian Murphy, come sempre, spicca, soprattutto in mezzo a due colossi hollywoodiani che sembrano impegnarsi il minimo sindacale (un giorno qualcuno mi spiegherà le raccapriccianti scelte cinematografiche di De Niro, come se non avesse altre opzioni, mentre Sigourney Weaver sembra avere fretta di uscire di scena il prima possibile, anche se non mostra la stessa espressione imbarazzata che la caratterizza in “Quella casa nel bosco”), e non era davvero facile trasmettere il tormento interiore del suo personaggio che sulla carta è relegato a poche e stolte parole.

Altra nota di merito va a tutto il comparto tecnico, costituito per lo più da giovani spagnoli, ma, e potrei mettere per iscritto un’affermazione azzardata, “Red lights” è la sfortunata celebrazione di Xavi Giménez, uno tra i responsabili della fotografia più talentuosi degli ultimi anni (e a cui Balaguerό deve imputare il merito di metà del fascino di alcuni suoi film) e che potrebbe diventare il nuovo Dariusz Wolski.

Non essendoci alcunché di cui appassionarsi, almeno gli occhi possono bearsi di immagini oniriche pennellate con maestria, tanto che se fossi David Lynch farei rielaborare visivamente a Giménez tutti i miei film e il risultato sarebbe esplosivo.

E’ un peccato concludere che se non sei Lynch e vuoi anche raccontare una storia, soddisfare l’occhio e scimmiottare Shyamalan, riuscendo persino a far di peggio, non è sufficiente.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/11/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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