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Sinister

SinisterE’ curioso che in anni in cui negli Stati Uniti associazioni religiose riescono a boicottare, o sostenere film, registi come Scott Derrickson (che non fa mistero della sua fede di matrice protestante e del suo passato da ex-fondamentalista) non abbiano ancora ricevuto supporto, nonostante “The passion” abbia unito sottoinsiemi apparentemente inconciliabili, la propaganda fideistica e il genere horror,  e sembrasse aver rotto steccati pregiudiziali.

Delitto e castigo, colpe passate e punizioni correlate, sono un refrain classico di buona parte dei film di genere, ai limiti del reazionario.

La fede sfrutta anche la paura delle persone e così ha sempre fatto il genere horror.

D’altra parte gli aspetti moralistici sublimano in quelli ludici e adrenalinici, pertanto solo raramente il genere horror ha assunto aspetti catechistici o moralizzatori, ancor più raramente esistenziali, e quando è stato sfruttato politicamente (esempi eclatanti sono “La casa nera” o “Essi vivono”) ha prodotto cult da centro sociale sinistrorso.

Derrickson, non timidamente e sopravvalutando le sue capacità, in più di un’intervista si è dilungato sull’influenza del suo approccio alla fede sul suo approccio alla cinematografia, tanto che discutendo di “Sinister” ritiene che le scene centrali siano quelle che riguardano i family values (quelli simpaticamente dileggiati da un tour collettivo organizzato dai Korn un millennio fa, ma ancora molto in voga in Italia nel centrosinistra o presso i Repubblicani).

Abbassando un poco la cresta alle ambizioni dichiarate e non così compiutamente svolte da Derrickson (che avrà pure diretto lo stiloso “Hellraiser: Inferno” e “L’esorcismo di Emily Rose” , ma anche l’imperdonabile “Ultimatum alla terra”), “Sinister” è un film a basso budget (non ha trovato un produttore danaroso che non sia saltato sulla sedia per il finale), con una sceneggiatura sovente dozzinale, ma che incorpora alcune idee ed elementi di contorno (la colonna sonora in particolare, curata da Christhoper Young) efficaci nel renderlo un passatempo curiosamente inquietante, almeno per metà della sua durata, con cadute grossolane nei cheap-thrill quando avrebbe le potenzialità (e a tratti ci riesce) per generare tonnellate di ansia in modi più subliminali.

Il film è palesemente incentrato sull’ambizione frustrata del protagonista, uno scrittore di libri-inchiesta dal perduto successo (Ellison Oswalt, interpretato da Ethan Hawke, monoespressivo o eccessivamente isterico) a cui capita la fortuna di interessarsi a un caso di strage familiare, di trasferirsi con moglie e prole nella casa del delitto (senza rivelarlo) e trovare nella soffita una scatola con dei filmini Super8 su cui sono registrati violenti atti criminali compiuti nell’arco di qualche decennio.

“Sinister” vorrebbe raccontare la discesa nell’ossessione morbosa da parte di Ellison, un vicolo cieco che lo conduce a trascurare la famiglia mentre il figlio soffre di attacchi di sonnambulismo e la figlia cerca inutilmente attenzioni o racconta di dialoghi con bambini scomparsi.

Le colpe genitoriali, il moralismo sulle aspirazioni professionali che dovrebbero essere accantonate di fronte al totem intoccabile dei figli, unica e vera eredità di ognuno di noi, una moglie così pedante nel voler ricondurre il marito sui binari del padre-presente ché non si capisce perché Ellison non le tappi la bocca per sempre con un metro di pellicola (sì, fa lo scrittore e sì, le affinità con “Shining” sono già esaurite) e almeno tre scene di ricercato realismo, ma fin troppo retoriche, di liti coniugali delle quali non ce ne importa assolutamente nulla.

Intanto l’approccio alle dinamiche intrafamigliari è artificioso e smanioso di esibire questa appassionante problematica, ma rivela inadeguatezza nel narrare i conflitti psicologici: questi sono relegati a dialoghi pleonastici e un approccio, passatemi il termine, più europeo, fatto di silenzi carichi di tensione (sarebbero state molto più significative inquadrature prolungate su Ellison che chiude la porta in faccia alla figlia dopo che gli ha portato il caffè, che non diversi minuti di “Tu non mi capisci” o “Sei un malato”, o sullo sguardo della moglie che si propone seminuda al coniuge che le volta le spalle) avrebbe giovato alla descrizione di un malessere crescente.

Tuttavia le sottigliezze bergmaniane o di Haneke non sono certo pane di Derrickson e forse neanche del pubblico cui si rivolge e a cui bisogna spiegare tutto-tutto ché magari non ha compreso che mai stia accadendo tra i due.

Eccessive anche le spiegazioni dell’esperto di turno, in uno schematismo narrativo del secolo scorso, intorno alla natura di Mr. Boogie.

Insomma, la formula “più mistero, più angoscia” sconosciuta a un regista di film horror, ma gli yankee moderni che si avvicinano al genere li dobbiamo tollerare così come sono: prima o poi evolveranno.

Se è interessante l’introduzione di una questione morale e di scene più vicine al dramma che all’horror, appesantita dalla verbosità, ciò che è apprezzabile in “Sinister” è la rappresentazione di un voyeurismo malsano (e quindi eccitante), non nuovo per il grande schermo (“Tesis”) e che passa attraverso il solito espediente del found-footage, ma che, formalmente, funziona.

I video Super8 sono oggettivamente spietati, arricchiti da suoni e distorsioni da viaggio finito male.

Come il protagonista, vogliamo assistere al prossimo, vogliamo cogliere più dettagli, cerchiamo l’escalation di violenza (e in un paio di occasioni il montaggio taglia in corrispondenza del momento esatto in cui vi siete già portati le mani sugli occhi e se non provate almeno un brivido con “la scena di giardinaggio” allora o siete morti o avete esagerato con lo Xanax) e quando avviene lo scarto tecnologico con l’analisi digitale per un secondo veniamo animati dalla speranza che il film prenda come riferimento “Blow up” di Antonioni, che apparentemente sembra essere citato proprio nella fotografia più rivelatoria (maldestramente, per i più smaliziati è la chiave per non farsi sorprendere dal finale).

Per almeno un’ora “Sinister” si fonda quasi solamente su immagini (anche se, a volte, la fotografia sembra improvvisata), sonoro e atmosfera, e funziona discretamente: per questo può valere la pena dedicarci del tempo, perché è raro riprovare quella sensazione “mi guardo alle spalle” che per chi ha superato i 30 anni risale agli anni ’80.

La restante parte del film trapassa dalla cronaca e dalla crudeltà nel soprannaturale e, a seconda dei gusti personali, questo può essere un minus dato che annulla l’emozione della vera violenza diluendola in una minaccia eterea (d’altra parte i produttori sono quelli di “Insidious” e per alcuni aspetti le rispettive trame sono persino sovrapponibili)

La conclusione, comunque, riprende la traccia di partenza in cui prevale il Derrickson visivo a scapito di quello che fa un sermone e riesce a riempirsi di suggestioni sanguinose e ansiogene che risollevano un tiro deviato (anche se per il cheap-thrill degli ultimi due secondi dovrebbero condannare il regista a non dirigere più un film per almeno un quinquennio dato che fa precipitare rovinosamente l’ansia nel ridicolo).

Stereotipi rimescolati, diverse cadute di stile, una tendenza alla lezioncina, ma con una buona dose di morbosità e angoscia che, quanto meno, incuriosisce e ci trascina fino alla fine nonostante le scene che Derrickson ha definito fondamentali.

Il male che è in lui è intrigante, il bene che è in lui potrebbe tenerselo per sé.

2 commenti su “Sinister

  1. Frank
    06/12/2012

    Mi è piaciuta molto questa disamina attenta e concordo con il giudizio al film anche se a me, stranamente, Ethan Hawke è piaciuto.

    Mi piace

  2. Pingback: L’etica del tagliaerba | Malpertuis

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Questa voce è stata pubblicata il 05/12/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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