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Peace is for pussies

Territoires / Hell / The incident

Chiunque legga riviste specializzate sa quanta attenzione venga riposta nella ricerca di opere prime promettenti, in una continua volontà di scoperta di nuovi autori che rivoluzionino i generi (come se già il termine “genere” non fosse di per sé asfittico), raccontino storie nuove, che stupiscano con un occhio differente, che siano da sostenere e veder crescere nel tempo, per il sottile e borioso piacere di affermare “lo seguo fin dal suo primo cortometraggio preadolescenziale”.

Così, tanto per dissipare un po’ di tempo festivo, selezioni tre film di registi emergenti che nell’ultimo paio di anni hanno sollevato curiosità e terminata la visione dei suddetti ti ritrovi a chiederti se per caso non sia stato distribuito un nuovo film di Fritz Lang (per il bisogno di una boccata di novità).

Territoires“Territoires” di Olivier Abbou (Titolo internazionale: Territories)

Cinque ragazzi, dopo aver partecipato a un matrimonio, rientrano dal Canada negli Stati Uniti.

Una coppia di poliziotti li ferma e dalle minacce verbali passano in breve tempo a un omicidio, all’ingabbiamento e infine alle torture.

Film politico-polemico con riferimenti inizialmente metaforici e poi espliciti a Guantanamo (i due villain sono, o credono di essere, ex-paramilitari in attività presso il noto centro di detenzione ossessionati dal terrorismo islamico), esaurisce i suoi contenuti già a metà pellicola, le violenze sono per lo più psicologiche e prevedibili come i personaggi e la comparsa in scena di un detective privato eroinomane, hippie e con sensi di colpa verso la figlia fa deviare l’atmosfera dal torture-porn bucolico verso zone vagamente lynchiane, ma è solo un innesto narrativo atto ad allungare una poltiglia che non colpisce mai davvero, pretestuosa e superficiale, tanto da sembrare l’ennesimo episodio di quella lite da cortile che è la reciproca antipatia fra Canada e Stati Uniti.

Purtroppo mancano Satana e Saddam Hussein, ma, nota di colore, la fotografia è di Karim Hussain e ci si deve accontentare.

 

Hell“Hell” di Tim Fehlbaum

Secondo film di Fehlbaum (anche se del primo non se ne ha traccia), prodotto da Roland Emmerich, “Abbagliante” è un film ad ambientazione post-apocalittica (le tempeste solari hanno reso la Terra un luogo arido e inabitabile alla luce del giorno) che gravita più dalle parti di “Stake land” e “Non aprite quella porta” che non di “On the road”, benché l’ambientazione iniziale possa farlo pensare.

Storia di sopravvivenza che, al netto di cannibalismo e incesti, risulta piuttosto edulcorata e si fa notare per gli aridi boschi della Corsica e la cornice visiva incentrata sul concetto di luce accecante.

 

 

 

 

 

Theincident“The incident” di Alexandre Courtès (Titolo internazionale: Asylum  blackout)

Ambientato nel 1989 a Washington all’interno di un manicomio criminale, il nucleo della trama ruota intorno ad un blackout che lascia liberi i folli rinchiusi di scorrazzare e aggredire il personale.

Causa di un paio di svenimenti al Toronto Film Festival, il film è diretto con buon senso del ritmo, fondato su buio e claustrofobia costruiti dal promettente Laurent Tangy, con un’ottima scelta d’ambiente (un edificio di Lussemburgo perso nello spazio-tempo) e un climax di violenza che contiene un paio di sequenze efferate.

La trama, tuttavia, è un pretesto esibizionistico, i criminali, tra anoressia e (auto)cannibalismo, troppo stereotipati per incutere timore e il finale ambiguo e allucinato dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, che rispetto al destino dei protagonisti non è mai stata creata vera empatia per cui, invece che drammatica, sembra una sequenza prolissa che non fa di certo palpitare i nostri cuori.

 

 

 

Due sono gli elementi peculiari di queste opere prime.

Da una parte la scelta di contesti abusati, minimalizzati, depauperati di ogni elemento di originalità, una scelta che appare facile e commerciale per riuscire a vendersi e trovare finanziamenti senza spaventare produttori impavidi.

Non c’è una sola idea coraggiosa o innovativa in questi film, se non intendiamo con questo variazioni sulle modalità di morte, i personaggi sono solo figuranti e la noia ci saluta costantemente da dietro lo schermo.

Dall’altra tutti e tre registi indubbiamente sono abili tecnicamente e nella costruzione delle immagini, anche sopra la media delle aspettative rispetto a un emergente che si cimenta con un film di genere, e si intravede la possibilità, almeno visiva, di tre sguardi autoriali e di talenti da non sprecare.

Quello che sconcerta è che la narrazione di tutti e tre le opere mostri una limatura da artigiani non dell’ultima ora che però non osa, operazione che qualcuno potrebbe definire post-moderna, ma rende questi film niente di più che dei guardabili passatempo, nemmeno vicini al rango di cult.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/12/2012 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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