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The master

TheMasterAl netto di una certa quota di noia procurata dalla visione di una pellicola a tratti prolissa e autocompiaciuta, a tratti ineffabile e rarefatta, priva della lucida, levigata e intransingente cattiveria de “Il Petroliere”, “The master” è un film che vale la pena di vedere su grande schermo per alcuni elementi comunemente esaltati: le interpretazioni eccellenti di Joaquin Phoenix, sebbene a tratti di maniera, e diPhilip Seymour Hoffman, che lavora di più con toni e sguardi; la bellezza delle immagini e dei movimenti di camera; l’ipnotica e jazzata colonna sonora di Greenwood.

Tra questi elementi manca la storia.

E’ molto divertente leggere e interpretare le recensioni di “The master” che dal rifiuto totale –qual è il punto?– passano al capolavorismo tutto forma e scarsa sostanza, dimostrando di non aver afferrato il suddetto punto.

Eppure non dovrebbe essere difficile giustificare sulla base di elementi obiettivi la presunta superiorità di un film, in generale o nella carriera di un autore.

Vengono privilegiate, invece, espressioni pronte all’uso come “cinema puro” o “il film più criptico di P. T. Anderson”.

Non fatevi ingannare: sovente l’espressione cinema puro di un critico non è correlabile a una cinematografia dell’inconscio come quella di Lynch o meramente formale come quella di Greenaway (a priori esiste un rifiuto non solo di canoni classici della narrazione, ma della narrazione stessa), ma corrisponde al termine medico idiopatico: non abbiamo capito nulla (mai che sorga il dubbio che un autore in voga non abbia saputo esprimersi), ma dissimuliamo.

Per quanto riguarda criptico, esclusa la remota possibilità che il recensore non abbia compreso l’opera, significa “il regista nel comunicato stampa ha espresso intenzioni che in realtà non ha saputo sviluppare”.

E’ molto più ricca di contenuti e riferimenti reali alla pellicola una definizione come “The Master è un film in cui Ron Hubbard canta la versione gay de La cura di Battiato al doppelganger alcolizzato di Tom Cruise”.

Vi assicuro che succede.

 

Molti pensano, persino dopo la visione del film, che “The master” narri la nascita di Scientology.

Chiunque abbia dimestichezza con l’argomento potrà cogliere qualche vago e furbo parallelo (mai tanto commercialmente furbo quanto aver messo in giro questa diceria), ma di Hubbard, della sua vera storia, dei suoi legami con l’OTO e in particolare con John Parsons, delle sue dottrine fantascientifiche e derivative non ve n’è alcuna traccia e basta aver letto un paio di libri di Kenneth Grant per concludere che questa insistenza su un’analogia con Hubbard è priva di solidi fondamenti e che sarebbe preferibile fruire del film immaginando che Lancaster Dodd sia una sorta di archetipo, indubbiamente molto yankee.

Il personaggio ne risulterebbe rafforzato e la rappresentazione dei suoi metodi di più ampio respiro, includendo tutte le tecniche di presunto auto-miglioramento.

E se questa lettura del film, come astrazione di persone reali, è in parte falsa, di fatto il protagonista è Freddie, un reduce disadattato ben prima di essere reduce, che nella sua zoppicante ricerca di una via di rientro nella società civile finisce tra le braccia di una persona altrettanto disadattata, ma la cui follia è razionalizzata, convogliata in un sistema di pensiero, seppur fragile di fronte alla critica più banale.

Se ne “Il petroliere” il dualismo era di contrapposizione (il capitalismo amorale e il moralismo religioso), in questo il dualismo è insito in un rapport di transfert: Lancaster vede in Freddie la bestia da sollevare sopra la moltitudine, ma è anche benevolente e forse invidioso della sua genuina psicoticità, che lo rende un uomo libero; Freddie vede in Lancaster una possibilità paradossale di cura e redenzione, ma anche per convogliare i suoi impulsi violenti al servizio di una causa (qualunque essa sia).

L’omofilia sottolineata da alcuni assomiglia a un tendersi la mano per aiutarsi a vicenda ad uscire da una situazione in cui sono intrappolati.

E se a Freddie viene dedicato ampio spazio, anche troppo, la figura del maestro, al di là degli aspetti più folkloristici, rimane quella più oscura e meno finemente tratteggiata, sebbene in nuce vi fossero elementi per evidenziare i punti deboli di Lancaster senza sottolineare le sue crepe interiori solo con degli sporadici e isterici scatti d’ira.

Perché non è stato sottratto tempo alla psicologia di Freddie (di fatto semplice e che ai giorni nostri, invece che nel 1950, sarebbe finito in “Kill list”) sviluppando l’inquietante figura della moglie (una raggelante Amy Adams), il maestro-ombra che tiene in scacco Lancaster, lo ispira, lo umilia e lo rende un animale ubbidiente?

Lancaster Dodd non emerge mai davvero, né in quanto persona carismatica (sembra di più un imbonitore da fiera) né in quanto persona che, al pari di Freddie, nasconde un buco nell’anima da colmare, che si riflette in Freddie, tanto che nel curare Freddie vede (di nuovo, forse) la cura per sé, la sua causa, per non finire come finirà, cioè circondato da soldatini spirituali senza poter respirare la congenita feralità di Freddie, tutto sommato meno pericolosa di un’irrazionalità che si fa istituzione, anche attraverso truffe consapevoli (ma su questo aspetto Anderson scivola con disinvoltura, spero per scelta e non per timore di qualche querela, in cui ci si sarebbe infilato da solo con l’aver fatto circolare il nome di Hubbard).

Il film (altro commento ricorrente che ritengo privo di senso) non ha una struttura così nevrotica e piena di ellissi come è stato scritto (almeno che non siate abituati solo ai cartoni animati Disney), è piuttosto lineare, non è involuto, non c’è salto temporale che sia confondente, c’è, se mai, un’inadeguata distribuzione delle parti in questa storia nuovamente basata su una triade hegeliana.

Ciò che è stato definito criptico, semplicemente è ciò di cui si percepisce l’assenza, perché non è stato sviluppato, e se ciò è avvenuto coscientemente è stato un errore perché sono molto più suggestivi i pochi minuti riservati ad Amy Adams che non i vacui discorsi di Lancaster (talmente vacui che il suo successo rimane un mistero), e vengono a mancare elementi della personalità di Lancaster essenziali per carpirne le motivazioni e la forma mentale e l’attrazione per Freddie.

I “forse” non fanno una certezza e non raccontano una storia, al massimo ne suggeriscono una che non si vede, e solo in rare occasioni (la quasi insostenibile scena dell’interrogatorio a occhi aperti) si afferra il famoso punto di alcuni recensori, cioè la violenza (auto)inflitta del sistema di Dodd, oscurata, tuttavia, dalle più colorite e ripetute esplosioni di violenza di Freddie (riguardo al quale potremmo considerare del tutto inutile il flashback sulla sua storia d’amore, già ampiamente metabolizzata come trauma).

Ingigantire il polo di un rapporto a due e pennellare appena l’altro implica lasciare tra le righe della sceneggiatura parte delle dinamiche di quella che il regista ha descritto come una storia d’amore.

Tutto si scorge, ma mai davvero ci viene concesso di afferrarlo, e un film non è fatto dalle interviste al suo regista.

La potenza simbolica di Daniel Plainview non trova un suo corrispettivo almeno altrettanto efficace in Lancaster Dodd così come non traspare mai la disperazione del rapporto fra Lancaster e Freddie (la cui fuga, persino, per quanto prevedibile, sembra più un colpo di testa che non un vero atto di rifiuto).

“The master” appare come un film asimmetrico e bicefalo, concepito con alcune intenzioni precise e che lungo lo suo sviluppo ha preso altre direzioni, sfilacciandosi e perdendo di vista gli spunti più perturbanti e oscuri, concentrandosi sull’allievo, la persona su cui il film si chiude pure e le cui dissonanze morali ed emotive lo rendono incivile, ma lo preservano da derive ancora più folli di interi strati della società civile (solo accennate, ormai fuori tempo massimo, ormai fuori dall’interesse e dall’orizzonte di scrittura).

La salvezza risiedeva già nell’essere se stesso, la versione triste dell’inno alla pazzia di Kerouac.

Tutto quello che non viene raccontato esplicitamente, semplicemente non c’è, lasciando “The master” al rango di talentuosa performance registica e attoriale, ma anche di discutibile, per quanto ambiziosa, opera di narrazione.

4 commenti su “The master

  1. Arianna
    08/01/2013

    Mi piace quello che hai scritto, condivido più punti della tua analisi: innanzitutto quello che hai scritto all’inizio, ovvero sui motivi per cui andare a vedere The master (anche se a dir la verità io di regia non capisco nulla e Joaquin Phoenix non è che mi abbia proprio convinta); e poi anche io a fine film me ne sono uscita dalla sala chiedendomi “Allora, quando inizia la storia?” O anche cosa volesse raccontare/rappresentare il film: una situazione, un sentimento, una condizione… boh! Non che la cosa mi interessi più di tanto, nel senso che da questo film non mi aspettavo nulla, dal trailer avevo capito solo che Jonny Greenwoood è sempre figo, e che c’era Philip Seymour Hoffman, ed è per lui che sono andata a vedere il film! (Sarà per questo che non ho capito molto del resto, inclusa recitazione di Joaquin Phoenix e relativo personaggio?!) Io attendo di vederlo di nuovo, ma in lingua originale però (anche per farmi un’idea sul doppiatore di Phoenix, che mi sembrava ora inappropriato, ora terribilmente bravo). Sperando questa volta di trovarmi preparata di fronte al vuoto narrativo della trama, ma pure pronta a cogliere gli indizi di un possibile intreccio. Anche se per ora ho l’impressione che per ricostruire il messaggio del film vada prestata più attenzione ai personaggi di Lancaster (magari soprattutto alle sfumature espressive di Hoffman che hai notato; però io sono fissata con questo attore quindi forse non vale!) e di Freddie, che all’espediente narrativo;e pure qui però trovo resistenze, perché per tutto il film non sono riuscita a trovare non dico punti in comune tra i due, ma nemmeno piani di comunicazione, non sono riuscita a cogliere il perché del loro incontro e re-incontro, e mi sono sembrati piuttosto due “anime” separate i cui cammini si sono solo casualmente intrecciati, senza alcun legame o forza di attrazione a tenerli assieme.
    Poi, se proprio sarò presa dalla disperazione, andrò a leggermi qualche recensione in giro e a sentirmi cosa ha detto il regista!
    Ciao!

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  2. Lenny Nero
    08/01/2013

    Oggi Luca Vanzella mi ha lasciato questo commento su FB: “ma se a PT interessasse solo ed esclusivamente raccontare la dinamica della ribellione come stato mentale, l’imperativo morale del libero arbitrio, e se la presenza del Master nel film fosse solo un alibi, lo strumento per farlo, non prenderebbe tutto più senso?”

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  3. Arianna
    08/01/2013

    Ma qualunque sia la risposta fatto sta che l’interrogativo il regista lo trasmette male!
    A me questo film ha fatto venire in mente Il dubbio, non tanto perché anche lì c’era Hoffman ma perché pure lì la vicenda mi sembrava un pretesto per raccontare qualcos’altro, e tutto si reggeva solo su due personaggi: ma un piano di comunicazione tra i due c’era, condividevano lo stesso linguaggio e lo stesso orizzonte di riferimento, qui no! Qua sembra che Lancaster voglia addomesticare Freddie, e se per questo si può trovare qualche giustificazione, del perché Freddie si lasci rinchiudere in una gabbia, a (letteralmente) sbattere la testa da una parte all’altra, no! Cioè, questo “master”, che attrattiva può avere per lui? Nulla, sicurezza economica a parte. Anche a volergli offrire una via di salvezza, non mi pare che lui la stia cercando, e comunque non potrà essere quella che gli viene offerta da Lancaster, perché non la comprende: non capisce a cosa servono gli esercizi a cui si lascia sottoporre, ma prima di tutto non si vede come gli altri, quelli della setta (o qualunque cosa sia), vedono lui; allora come può Freddie guarire dai suoi istinti se per primo non comprende quello che di sbagliato dovrebbe esserci in lui?
    Poi io non pretendo di trovare LA domanda (anche perché di solito non sono in grado di capirla e poi direi che una storia mi piace di più quando ognuno se ne appropria come gli pare); ma qui proprio lo spazio per la riflessione è nullo. Anche concentrandomi sulla sola vicenda o su uno qualsiasi dei personaggi non riesco a trovare una conclusione (volendo anche un sentimento o un’idea) chiara e finita, ma solo tronca e sfumata; figuriamoci a voler trovare il centro di tutti questi elementi! Insomma, al posto dell’illuminazione, brancolo nel buio.

    P.s. Mi spiace per i commenti lunghi, di solito io mi limito a leggere e basta, ma questa volta è andata male😀

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  4. jenaplissken1975
    15/01/2013

    Caro Lenny Nero,
    concordo con alcuni aspetti della tua recensione. Anche se personalmente riconosco una integrità ed una pregnanza simbolica all’opera di Anderson. Condivido i distinguo con la precedente opera “Il petroliere”, diversa nei contenuti, nei toni e nella forma, anche se accostare i due film, a mò di dittico, secondo me è un’operazione utile a disvelare i simboli di cui “The Master” è costellato. Un pò come confrontare le opere di Kubrick (passami questo parallelismo un pò ambizioso) consente di viaggiare nei simbolismi e nei topoi figurativi tanto cari al regista.
    A mio parere, “The Master” non è nè incompleto, nè sconclusionato: credo che Anderson abbia voluto dare a quest’opera un ritmo ipnotico e nebuloso. In questo ha avuto pienamente successo.
    Qualora ti interessasse qui puoi trovare una mia approfondita recensione:

    http://jenaplissken1975.wordpress.com/2013/01/08/the-master-di-paul-thomas-anderson/

    A rileggerti.

    Jena Plissken

    (un tuo assiduo lettore)

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Questa voce è stata pubblicata il 08/01/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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