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Peace is for pussies

Gut

gutTom e Dan condividono fin dall’adolescenza la passione per i film horror, passione che non li ha abbandonati neanche da adulti, ormai annoiati colleghi di lavoro in un ufficio di memoria fantozziana.

Tom ha una figlia affettuosa e una moglie-geisha, sempre pronta a sostenerlo e soddisfarlo sessualmente, ma la routine familiare lo rende incomprensibilmente frustrato.

Dan è un adolescente intrappolato dalla cravatta, sociopatico, morbosamente legato e aggrappato all’amicizia con Tom e che mal sopporta il matrimonio dell’amico, dato che li tiene meno vicini di un tempo.

Dan riceve per posta da un anonimo mittente il video di un omicidio perverso e sfida Tom a guardarlo e a discuterne dell’autenticità, come nel nucleo narrativo di “Snuff 2000”.

L’effetto sulla psiche di Tom e Dan è devastante, e ancora non sanno che a quel video ne faranno seguito degli altri.

“Gut” è il primo vero lungometraggio di Elias, e possiamo classificarlo facilmente come mera curiosità per horrormaniaci che possono averne letto sulle riviste o l’hanno sentito nominare per il passaggio anche in Italia in festival settoriali.

E’ un film prescindibile, dagli intenti più percepibili che effettivamente realizzati, minato costantemente dal low-budget e da una recitazione altalenante che in una delle scene-chiave scade a tratti nell’amatoriale o nell’improvvisato (senza che per questo ne giovi il realismo palesemente ricercato).

Tuttavia il regista riesce a intrigare creando un’atmosfera ipnotica, ossessiva, aiutato dalla soundtrack elettronica asfissiante, dalle inquadrature statiche e claustrofobiche, da un contesto che riesce a trasmettere l’aporia psicologica di due individui irrisolti, evidentemente a disagio nei panni della normalità che sentono imposta, che trascorrerebbero ancora il tempo a dirigere splatter amatoriali o a sottoporsi a maratone filmiche divorando popcorn (d’altra parte, come biasimarli).

Inoltre, a dispetto della trama pruriginosa, “Gut” è impostato sulle dinamiche psicologiche, compito sempre arduo e a rischio di troppi sottotesti non esplicitati, che riesce a essere svolto in modo cinematografico e non sommergendoci di dialoghi verbosi ed esplicativi (il film per metà è praticamente fatto di atmosfera e immagini, e sono più che sufficienti).

Gli squarci snuff sono collocati in modo preciso a scandire svolte narrative, non sono mostrati in modo ipocrita e frammentario, ma esibiti nella loro completezza, costruiti con riprese e fotografia che conferiscono uno straniante e distorto aspetto sensuale ed erotico che stride fortemente con l’oggetto filmato: il seviziatore apre il ventre delle donne e lo penetra con la mano con ritmo lento e ripetuto, un atto sessuale fisicamente distorto, ma compiuto con naturalezza e privo di foga perversa.

Elias pare voler condurre lo spettatore nella dimensione psicologica del killer, un mondo in cui la consapevolezza di star compiendo del male a una persona reale è svanita, e la realizzazione delle proprie ossessioni è autoindulgente e innocente.

Mentre Dan è il primum movens della vicenda, ma non è l’elemento destabilizzante, ambiguo e faustiano (è evidentemente problematico), è più interessante l’effetto ottenuto dai video su Tom: il risveglio di fantasie sessuali sepolte e della fascinazione per la violenza che lo porta a eccitarsi a occhi aperti o a sognare la moglie con un nuovo solco sessuale da percorrere, e il pensiero corre inevitabilmente a “Crash”.

A partire dalla visione del primo video, “Gut” diventa una storia di duplice psicosi, domata da Dan, ma incontrollata dall’immaturo Tom, fino a un finale inevitabile, ma che per buona parte della pellicola risulta ancora incerto: esiste davvero un anonimo mittente? L’omofilia repressa di Dan è finalmente esplosa o Tom, l’uomo di famiglia, ha imbastito una sceneggiata sfruttando la fragilità psicologica dell’amico?

I dubbi vengano acclarati nella parte conclusiva con una serie di eventi crudeli e politicamente scorretti, ma Elias, anche sceneggiatore, è abbastanza raffinato dal lasciare più di un quesito angosciante: siamo sicuri che chi ha lasciato che la mano dell’assassino realizzasse una strage evidentemente desiderata fin dall’inizio non abbia almeno inconsciamente realizzato anche il suo progetto proibito?

“Gut” è, in sintesi, un case-study, uno dei quei thriller-psicologici la cui fonte di intrattenimento non è un letterale colpo allo stomaco, ma una più sottile tortura cerebrale.

Sono presenti potenzialità nelle scelte registiche, meno banali di quanto si potesse temere, e anche qualche spunto di riflessione ombelicale per chi è cresciuto a pane e slasher (il rapporto con l’horror dall’adolescenza all’età adulta in una psiche involuta e in una civilizzata, la distinzione tra fantasia di morte e omicidio, il senso di colpa come deterrente, ma fonte di castrazione), e da questi elementi si può trarre qualche soddisfazione.

A patto di non aspettarsi un film di Ittenbach, di tollerare ritmi dilatati, ma necessari, di tapparsi le orecchie nel corso di qualche dialogo (per fortuna sporadico).

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Questa voce è stata pubblicata il 21/01/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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