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Peace is for pussies

Antiviral

AntiviralIn questa recensione Elvezio Sciallis fornisce gli ingredienti di base per costruirsi un’idea preliminare su “Antiviral”, la sua genesi, i suoi pregi tecnici, dal background del regista alla Celebrity worship syndrome.

E dato che “le celebrità sono allucinazioni di gruppo” a quel che ha visto lui, aggiungo quel che ho visto io.

Una  fruizione obiettiva di “Antiviral” è un esercizio mentale che può indurre schizofrenia.

Brandon è il figlio di David Cronenberg, ma tu tenterai di negarlo a te stesso, di non mettere in atto paragoni, di non immaginare l’ombra paterna che si allunga su di lui fino a stargli col fiato sul collo (dopo tutto è stata sul tuo per almeno un ventennio).

Brandon, invece, sembra partire dal presupposto che tutti lo giudicheranno attraverso la lente deformata della cinematografia paterna, lo giudicheranno persino come persona perché chissà quale nuova specie di disturbato è stata cresciuta da quel filosofo della carne, e ora suo padre, se mentore lo è stato in qualche modo, è un mentore che sta deragliando per strade nuove, ma che non sembra più gestire con la stessa lucidità di un tempo, a partire dal sottovalutato, ma eccezionale, “M. Butterfly” ben prima della definitiva svolta generalista di “A history of violence”.

E allora perché non dare in pasto al pubblico e alla critica materiale per soddisfare la propria curiosità morbosa, riprendere le fila di un discorso sui confini del corpo, interrotto anni fa, e dimostrare che la genetica non mente, ma so essere talentuoso tanto quanto il mio illustre genitore e anche al di là di lui?

Il risultato è che Brandon sembra essere stato generato per partenogenesi da David, è la sua nuova carne, e ha messo in scena la risoluzione del più grosso conflitto artistico ed edipico che si sia mai visto concedendosi con quest’atto liberatorio la possibilità di diventare se stesso.

Da una parte l’effetto nostalgia è deflagrante (citazioni e plagi e rielaborazioni dei film di Cronenberg senior con una sfacciataggine inusitata; ma è quello che volevamo, no?), dall’altra la capacità di gestire un budget limitato in 21 giorni per far emergere una visione che, nonostante le evidenti e insistite appendici concettuali da cui nasce, è assolutamente personale, sia nell’astrazione ironicamente patinata delle immagini più accecanti (fotografia del sempre lodato Karim Hussain, “Subconscious cruelty”, che tratta gli ambienti come Jarman, ma con colori post-mortem), sia nella violenza cinica, a tratti sarcastica, che riesce a spaventare, laddove il padre, anche nell’eccesso, si muoveva sempre in territori mentali, freddi, estremamente logici, ma irreali.

Altri mondi, altre (im)possibilità, ma eravamo ancora nel campo dell’immaginifico, o al massimo della distopia, sebbene “Videodrome,  e ce ne rendiamo conto solo oggi, fosse vicino all’essere profetico.

Brandon non si focalizza sulla capacità di sconvolgere di uno script già sconvolgente, sono già tanti i singoli momenti rivelatori che lasciano turbati che l’eccesso sarebbe risultato grottesco e anestetizzante, ma non si disperde neanche nel troppo filosofeggiare (le premesse sono date per scontate, non bisogna giustificarle, sappiamo che prima o poi tutto ciò accadrà e non ci muoviamo più nell’area dell’impossibile) o nell’empatizzare con i protagonisti (nei film del padre ci sono sempre profonde simpatie ed empatia per i loro drammi) e dà sfogo a una critica moralista e violenta, asciutta, senza perdono, senza compassione, verso un mondo futuribile che dipinge come attuale, reale, disgustosamente stupido e decadente.

Brandon ha un approccio pieno di cattiveria e un modo di gestire il cinema che si collocano tra il punk e lo psicotico, nutriti e caricati con una cultura horror che spazia dai territori paterni per espandersi e includere Tsukamoto (una sequenza talmente perturbante da essere bellissima), Lynch o Carpenter.

L’incarnazione in una sola persona di decenni di cinematografia pronta a essere riattivata con l’inoculazione di uno spirito sovversivo.

“Antiviral” potrebbe essere letto come un atto d’amore e odio per ogni tipo di influenza paterna, il riprendere le redini delle fonti ispiratrici dal momento in cui le hanno lasciate andare, la protesta scaturita da una sensazione di tradimento proprio quando ci sarebbe molto da dire (che fine ha fatto il progetto “Painkillers”, il film sul piacere della chirurgia plastica mai realizzato da David e che al cospetto di “Antiviral” risulta ormai superato?).

E riesce anche a stupire perché costruisce su radici riconoscibili (i volti della modella che dominano gli spazi ricordano le postfazioni di “La mostra delle atrocità” di Ballard che già era stato ispiratore per il padre e persino l’impostazione visiva ricorda a tratti la corrispettiva versione cinematografica) idee nuove e devianti (le sculture deformi di cellule muscolari, il cibo a base di masse cellulari delle dive, le surreali macchine per creare un’impronta unica nei virus che generano un risultavo visivo direttamente proveniente dai quadri di Bacon, le trasmigrazioni virtuali, gli innesti di cute delle celebrità come nuova forma di rosario nel contesto della ricerca collettiva di una comunione biologica e un’agghiacciante incubatrice) che non si annullano e risolvono in un discorso puramente cinefilo, da videoarte od operazione post-moderna, ma che sono la cornice a un discorso che riparte e a una visione potenzialmente innovativa.

Se non abbiamo peccato di ottimismo, a breve annunceremo la ripresa delle trasmissioni Videodrome.

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Questa voce è stata pubblicata il 17/02/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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