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Peace is for pussies

Insensibles (Painless)

insensiblesNegli anni ’30, in un villaggio della Catalogna, alcuni bambini manifestano segni di algoanestesia congenita: non provano alcun dolore fisico.

Rinchiusi in un ricovero per volontà dei politici, dopo una serie di incidenti mortali, dovranno affrontare l’isolamento e la durezza di alcune suore trovando una vaga speranza nell’ambizioso programma di un neurologo ebreo fuggito dalla Germania che vuole educarli alla conoscenza (e al rispetto) del dolore.

La guerra civile, e l’arrivo dei partigiani prima e dei nazisti poi, cambierà le loro sorti, in particolare per un bambino, Benigno, la cui conoscenza del sistema dolorifico può essere tanto salvifica, quanto pervertibile.

Ai giorni nostri, dopo il decesso in un incidente automobilistico della moglie, a cui è sopravvissuto il feto di sei mesi di cui era gravida, David scopre di essere affetto da una forma di leucemia che richiede come unica possibilità di guarigione un trapianto di midollo.

Dopo essersi rivolto ai genitori, scopre che non sono i suoi genitori biologici e per ritrovare quest’ultimi, in una corsa contro il tempo, dovrà indagare sul passato del padre adottivo e la sua attività svolta negli anni ’60 proprio nel sanatorio che ospitò i bambini insensibili.

“Insensibles” è un ottimo prodotto di genere, potremmo persino definirlo un prodotto d’artigianato: la sceneggiatura da manuale di un ormai rodato Luis(o) Berdejo (REC, REC 3, Quarantine, Quarantine 2, Imago mortis), un regista quasi coetaneo al suo debutto, nato a Miami, ma che dimostra di aver amato, studiato a menadito e metabolizzato l’horror spagnolo e francese degli ultimi 15 anni, l’ambizione di mettere in mostra le proprie capacità di costruzione visiva e narrativa senza spingersi mai nei territori poco gestibili dell’originalità a tutti i costi, rimanendo all’interno di certi canoni, e si ottiene un film d’esordio che può essere un pregevole biglietto da visita in attesa di conferme.

Medina è nato nel 1975 come Juan Antonio Bayona, il regista di “The orphanage” (altro talento visivamente più dotato ed estroso che, tuttavia, non è andato oltre alla personale rielaborazione di temi e contesti già sviscerati, fino al plagio) e al contrario di quest’ultimo osa di più: evita la facile commozione drammatica, nonostante la possibilità data dagli eventi narrati, che avrebbe fatto sciogliere nelle lacrime ogni riflessione o malessere, si mantiene su un livello costante di freddezza chirurgica necessaria per portare avanti una storia di iniziazione alla crudeltà e di persistenza di un passato che non riesce a essere seppellito, preferisce scarni dialoghi e giochi di sguardi a disperazione e dolore esibiti e lascia, volutamente, una sensazione raggelante di assoluta mancanza di salvezza, redenzione, speranza e tutti quegli elementi che salvaguardano la coscienza dello spettatore dal trauma di aver assistito a orrori non comuni.

Medina sceglie la strada del nichilismo, rendendo realistica una storia pretestuosa con qualche aspetto improbabile, partendo da uno spunto morboso, inizialmente esibito in modo quasi pornografico, per stuzzicare l’improvvido spettatore, ma infine raccontare altro, spostandosi su piani più esistenziali.

A metà tra l’impostazione (solo) concettuale di “Niente da nascondere”, un’ambientazione che rimanda inevitabilmente a “La spina del diavolo”, ma un’eleganza visiva che assomiglia di più a quella del Laugier di “Saint Ange” (la fotografia è di Alejandro Martinez, il cui lavoro era l’unico elemento di pregio nel trascurabile “Hierro”), il principale difetto imputabile al film è l’inevitabile meccanicità della narrazione: due linee temporali si alternano fino a incontrarsi, ma la chiusura del cerchio è impeccabile e gli scarti ellittici e le progressive rivelazioni sostengono sufficientemente il ritmo.

Non mancano, inoltre, momenti o dettagli cruenti, ma la maggior parte dell’orrore, quando non necessario, resta fuori campo, lasciato all’immaginazione, non è la portata principale (sebbene un intervento chirurgico senza anestesia su un cane faccia scorrere un paio di gocce di sudore freddo).

Ottimo il cast, in particolare per la scelta di Ilias Stothart (un bambino dall’espressività inquietante e coinvolto in scene almeno sullo schermo traumatizzanti), dell’islandese Tomas Lemarquis, che non ha quasi nulla da invidiare a Nuot Arquint, e del sempre efficace comprimario Derek de Lint nei panni del dottor Holzmann.

La colonna sonora è dello svedese Soderqvist (“Lasciami entrare”), che si limita a sottolineare senza mai sovrastare.

Alcuni commenti sembrano criticare il finale, considerandolo tronco, una non-conclusione frettolosa, eppure, perfettamente in linea con la scelta programmatica di tutti i protagonisti di fuggire e sopravvivere al presente e di dimenticare il passato, senza riuscirci, come inseguiti da una storia che li travolge, e di cui sono solo malcapitate pedine, la sequenza e le parole di chiusura non sono altro che un logico uppercut, tanto cupo e cattivo e senza ammortizzatori emotivi, di una trama d’impossibilità edipica in cui il passato dei padri non può essere ucciso, permane, lascia trascichi e conseguenze, volenti o nolenti.

Dimenticare e rimuovere implica finzione, rivolgere lo sguardo indietro implica la conoscenza, ma anche il dover affrontare la verità, che potrebbe essere insostenibile.

La rinascita, Berkano, il nome dato dal nazista a Benigno, la cui B tatuata sulla spalle viene scambiata per la runa corrispondente, non è un cambiamento in positivo, ma il perpetuarsi nel tempo di memorie orribili che fanno parte di noi, della nostra famiglia, della storia di un popolo, e ormai sono indelebili.

Un dolore sotterraneo che persino bambini insensibili impareranno a conoscere, perché la sofferenza più intima, subirla o saperla infliggere, fa indissolubilmente parte della natura umana, e quel carico di sofferenza, i dolori più o meno atroci, sono i più umani di tutti i bagagli ereditari che riceviamo dagli avi e trasmettiamo ai discendenti.

Una riflessione sui concetti di dolore e di memoria storica, su come ci rapportiamo ad essi, che non offre una confezione originale,  e soffre di una costruzione a tavolino che lede il grado di coinvolgimento più viscerale, eppure lucida e che lascia trasparire intezioni senza sconti, un barlume di personalità e autorialità.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/02/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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