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Peace is for pussies

Les revenants

lesrevCome ne “Il dolce domani” di Atom Egoyan, un pullman scolastico diretto precipita in un burrone, per motivi inizialmente incomprensibili, trascinando con sé decine di bambini.

Qualche anno dopo una di loro, Camille, si ritroverà ai piedi della diga che sovrasta la cittadina di montagna. E tornerà a casa, intoccata dal tempo.

“Les revenants” è ispirato all’omonima pellicola del 2004 di Robin Campillo e grazie alla sua spiccata autorialità sfugge in modo colossale alla possibile accusa di cavalcare la rinnovata e curiosa ondata di interesse per i morti viventi, mefiticamente trattato da prodotti hollywoodiani o serie per casalinghe annoiate, e un po’ perverse, che quasi sicuramente nella loro vita non hanno mai visto un film horror.

E’ un’operazione forte da un punto di vista culturale, quasi sciovinista, tranne rare cadute, come ci si aspetta dal revanscismo horror francese (lasciando perdere il traditore Aja, vorrei più pallottole nei fucili dei nostri vicini), una serie che in controtendenza a un Warm bodies, a uno Zombieland o alla corazzata, eppur noiosa, The walking dead, sfrutta una tematica di genere per affrontare dinamiche che troveresti in un film di Bergman (e con altrettanto cinismo) pur non rinunciando ad atmosfere o colpi bassi peculiari, con grande soddisfazione sia per l’horrormaniaco più becero, come il sottoscritto, sia per chi rimane indifferente a trame yankee che si attorcigliano su se stesse stagione dopo stagione e che puntano al banale cliffhanger di fine puntata o all’effettaccio dozzinale e gratuito che non diventa mai elemento narrativo.

Il principale pilastro di “Les revenants” è l’ambientazione in un luogo che sembra isolato per la sua stessa struttura, separato da un mondo distante da una diga che senza alcuna ragione evidenziabile inizia a non contenere l’acqua, il cui livello aumenta pericolosamente.

Il ritorno dei morti si accompagna a una minaccia della natura ben più grande, che il paese, già devastato in passato da un’inondazione, ben conosce.

La sensazione di disastro imminente incombe su tutti gli episodi, avvolge le storie personali e sempre più appare come il filo rosso che le accomunerà e travolgerà.

D’altra parte la percezione di una deriva letale degli eventi è sostenuta dalla ripresa di omicidi seriali cessati tempo prima.

Inevitabile pensare a “Twin Peaks”, ma se in questo prevalevano personaggi eccessivi, implausibili, collocati in una dimensione irreale, “Les revenants” punta al realismo, i morti tornano in carne e ossa e sono figli, fidanzati, mogli, che si trovano a dover affrontare non forze sovrannaturali (anche se diverranno presenti tramite l’ambiguo personaggio di una medium che comprende la situazione più di quanto riveli), ma l’essere catapultati in un mondo che non sa rapportarsi a loro.

Il tempo si è fermato per i resuscitati, ma si è fermato anche per i parenti, tutti ossessionati dal dramma della perdita, ma le reazioni saranno di volta in volta differenti.

La sospensione del tempo e delle emozioni, interrotta all’improvviso da un brusco riavvio, è il motore della storia, attraversata da drammi, miracolismi, diffidenza, l’impossibilità dei ritornati di riprendere dal punto in cui si erano fermati, la condanna a essere come fantasmi che rompono fragili equilibri post-lutto.

Durante la progressione della storia ci si rende conto che ciò cui stiamo assistendo è la lenta apocalisse di un microcosmo.

Perfetto è l’equilibrio tra le componenti variegate di questa serie: il dramma, il mistery, il thriller, l’investigazione, l’horror puro (alcuni morti sembrano manifestare segni tipici di decomposizione nell’acqua, mentre alcuni vivi vedono letteralmente riaprirsi e infettarsi vecchie ferite), la degenerazione dei rapporti interpersonali che sembra preludere a una guerra civile fino a un finale di stagione che oltre a questioni irrisolte (secondo gli autori Fabrice Gobert e Frédéric Mermoud otterremo più risposte nella seconda stagione, ma potrebbero anche soprassedere se questo implicasse americanizzare e oggettivizzare), lascia anche il fiato sospeso e crea il presupposto per una svolta in cui tutto è possibile dopo aver sparigliato le carte sul tavolo.

“Les revenants” è ipnotico, sorretto in questo aspetto anche dalla colonna sonora dei Mogwai, visivamente suggestivo, con soluzioni di montaggio efficaci sia a livello narrativo sia nel confondere la realtà presente con quella passata, costruito secondo canoni estetici prettamente e orgogliosamente europei, e strutturato su un climax ansiogeno durante il quale la storia acquisisce nuove potenzialità mantenendo alto il tasso di imprevedibilità e il cast al suo completo offre una performance ottima che rende vivido ogni personaggio e la sua piccola storia, pezzi di un quadro sempre più complesso che speriamo non deturpino con facili e commerciali soluzioni.

Confido nell’arroganza francese.

A questo link il sito dedicato alla serie in cui è possibile guardare i primi dodici minuti.

3 commenti su “Les revenants

  1. Una grande serie. E’ quello che vorrei vedere in TV.

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  2. Jeanluc
    29/03/2013

    E’ fantastica, a me ricorda le atmosfere di “l’estate dei morti viventi” di Lindqvist

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  3. Lenny Nero
    29/03/2013

    Concordo!

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Questa voce è stata pubblicata il 20/03/2013 da in Flussi di incoscienza con tag , .

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