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Peace is for pussies

Kotoko

kotoko

La premessa è che Shinya Tsukamoto è nel gotha dei miei registi preferiti, lo considero poco meno di un genio e che da un autore estremo e indipendente come lui mi attendo sempre di essere sorpreso, stupito, ritrovarmi fuori dal cinema coi sensi spettinati e i neuroni scoperchiati.

Persino opere minori come “Haze” o i due “Nightmare detective” sono squarci su un inconscio unico e scelte registiche sovversive, minori, ma perdonabili a fronte di altri capolavori indiscutibili come “A snake of June”, “Gemini” o il praticamente perfetto “Vital”, agli antipodi di “Tetsuo”, ma irraggiungibile connubio fra cinema puro e riflessioni esistenziali (tenetevelo quel prosaico, logorroico, banale osservatore del proprio ombelico di Malick).

E poi “Kotoko” , un film schizofrenico non tanto per la trama (una ragazza paranoica ha una visione scissa della realtà con conseguenze drammatiche) quanto per lo sforzo evidente del regista di conciliare due istanze: da una parte la storia originale di Cocco, popstar giapponese, mirata a promuoverla come artista poliedrica (ballerina, cantante, attrice e sia detto per inciso che la sua performance versatile è stupefacente), tanto che la parola marchetta appare nella tua testa più di una volta, dall’altra scrivere una sceneggiatura che oltre a esibire l’artista racconti una storia, la destrutturi, la renda intrigante per tentare di andare oltre al semplice “case-study” psichiatrico, tipologia di film che raramente può interessare se non quando non hai sotto mano una puntata di Law&Order o non ti chiami Haneke.

Nella ricerca di un equilibrio fra arte e promozione Tsukamoto sbanda spesso e non sembra riuscire a trovare sempre il tono adatto, passando da momenti in cui ripiega sugli stilemi nevrotici già visti in altri film a persino un momento in stile Gondry completamente fuori partitura.

Il regista sembra impegnarsi al massimo per dare carburante a una storia che di sostanza ne ha poca, riempita da più di un assolo di Cocco come in un’esposizione in vetrina, con il risultato che mette in campo numerose idee visive (ora elegantissime ora un po’ dozzinali) che rendono la cornice di “Kotoko” frammentaria come se fosse una collection di videoclip o l’opera di più autori che non ha alla base una progettualità coerente.

Più riuscite sono le soluzioni narrative che a colpi di ellissi temporali e falsi ricordi almeno tengono viva la curiosità.

Sempre con il proposito di non annoiare (e mentre scrivo mi viene il dubbio che Tsukamoto in questo progetto ci abbia creduto il minimo sindacale), sul substrato di un dramma dai contorni violenti vengono inseriti improvvisi momenti di violenza efferata (compresa la testa di un bambino che esplode per un colpo di fucile che a 10 minuti da un piano sequenza con canto giapponese e protagonista che si dimena sinuosa ha l’effetto di una sveglia a cannonate) che diventano irresistibili quando stemperati con un cinismo e uno humour nero abbastanza insolito e riuscito, tanto da farvi ridere persino durante un inizio di dissanguamento (Kotoko è una cutter, per non farsi mancare nulla, e non si fanno sconti su momenti dai dettagli disturbanti e inquietantemente realistici) o in altri momenti dalle sfumature sadomaso (e il pensiero va al ruolo sempre interpretato da Tsukamoto stesso in “Marebito”) in cui ti aspetteresti di doverti tappare gli occhi invece la scelta del grottesco strappa la risata.

“Kotoko” è un’opera in cui si mescolano toni e idee contrastanti, lascia la sensazione che si sia scelta la quantità in risposta al timore (ben fondato) che la storia non potesse sostenersi da sola senza aggiungerci un po’ di fuochi d’artificio.

Purtroppo nel barocchismo stilistico sfugge qualche soluzione semplice (perché già intrapresa) o frettolosa e l’attrito tra le diverse parti del film conferisce un ritmo altalenante come l’umore di un bipolare (e avrebbe un senso) e manca la presenza di quel paio di idee ben focalizzate e peculiari che hanno sempre reso i film di Tsukamoto opere uniche e diverse fra di loro.

La critica che si può rivolgere a Kotoko è di essere una scultura ancora imperfetta, anche se l’eleganza di molte sue parti è indubbia, e se da un parte c’è una storia di follia, amore masochistico e maternità tragica (una di quelle storie che suscita nel sottoscritto un livello di empatia misurabile in quanti), dall’altra, anche se magari, purtroppo, noi occidentali la vedremo poco, la performance di Cocco è memorabile e chissà che non sia una rivelazione di cui tenere d’occhio la carriera.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/04/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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