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Peace is for pussies

La casa

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Dopo 30 anni di passione per l’horror sotto ogni sua forma avverti la necessità di uno scatto d’orgoglio, di non lasciarti più richiamare dalle facili sirene del gore per farti imporre come un evento una svolta gattopardesca del mainstream yankee.

Si tratta di scelte ponderate, di un gusto personale che evolve, di aver subito così tanti film seriali che approdi alla conclusione che una certa sottospecie di horror non t’interessa più, se non con intenti ludici, e che il divertimento esperito non è più quantitativamente quello di quando avevi sei anni e stringevi forte il bracciolo della poltrona solo perché Jamie Lee Curtis usciva sconsideratamente di casa al buio.

Quei facili brividi sono scomparsi ed è maturata anche una certa anestetizzazione per il gore puro e semplice che per suscitarti un’emozione deve avere un significato, un contesto perturbante o la potenza di un pugno in faccia.

Il remake de “La casa”  non è altro che l’ennesimo canto del cigno dell’horror americano, una lenta morte che sembrava scampata (ai produttori) con “Scream” e la sua progenie e i cui meccanismi intrinseci sono stati svelati e derisi, seppur con la nostalgia di chi non riesce più a farsi fregare, da “Quella casa nel bosco”.

I due film citati sono prodotti culturalmenti onanistici che non rivitalizzano, una festa di ritrovo dei compagni del liceo intorno all’ombelico di un cadavere, eppure in entrambi c’era la scintilla di un’intuizione creativa, quella del dottor Frankenstein, quel tanto citato post-moderno che piace tanto agli artisti che non hanno nulla di nuovo da proporre e agli spettatori che vogliono una cinematografia rassicurante.

La versione de “La casa” di Fede Alvarez mostra indubbie qualità: una regia sicura, un comparto tecnico di derivazione televisiva (in pratica Raimi ha prestato gli operatori dei suoi Spartatcus e Xena) che riesce incredibilmente a eccellere e un tasso di violenza che, da una parte, non è ipocrita come quella dei torture porn americani (voglio mostrarti l’eccesso, ma nella pratica l’impostazione visiva da videoclip renderà le scene irrealistiche, subliminali, un gioco vedo-non-vedo ché non vogliamo provocare vero turbamento, solo fartelo annusare, già che l’empatia per i personaggi-carne da macello è impostata a zero, riducendo ogni impatto emotivo,  e già che solo per quell’odore comprerai il biglietto), dall’altra è programmatica, compiaciuta, masturbatoria, come un porno patinato che non riesce neanche a stuzzicare le tue voglie come un più grezzo porno amatoriale.

Di fatto, oltre a una generale cura dell’immagine che eleva il livello di questo film, l’unica cifra stilistica, o forse meno, l’unica idea portante e forte di questo remake consiste nell’infarcire una trama (che rimescola le carte dell’originale, ma si aggrappa ai momenti topici) con alte dosi di emoglobina.

Tutto questo è sufficiente per renderci appagati, se non siamo solo pornografi?

Ogni sequenza ad alto rischio di mannaia censoria è ampiamente annunciata, estetizzata, non arriva mai a picchiare duro e con ferocia, tanto che vedere una ragazza che si sega un arto o tutti e quattro lascerebbe ugualmente indifferenti (certo, almeno che non siate di quelli che vedono un horror ogni dieci anni o che non vi siate accorti che vi sventolavano un coltello elettrico sotto gli occhi da mezz’ora: ti lubrifico all’idea così poi ti fa meno male).

Istruttivo è stato vedere il film in una sala piena di adolescenti, ragazzi che chissà se hanno mai visto l’originale e che di sicuro non hanno ancora una cultura horror ampia ed estesa oltre i confini americani o i recinti dei remake.

Più il film procedeva, più mi annoiavo a vedere uno slasher anni ’80 defibrillato come un’opera di un Nispel qualunque (e la versione di Raimi non era questo), più loro ridevano come se stessero assistendo a “Scary Movie”.

Imperdonabile, in un film che rinuncia il più possibile all’elemento soprannaturale, proponendoci posseduti che assomigliano più agli zombie di The walking dead che a corpi orribilmente deformati ormai privi di qualità umane, che fa della ricerca del realismo una prospettiva di regia, inciampare nei più banali luoghi comuni, come se, appunto “Scream” o “Quella casa nel bosco” non ne avessero decretato la fine.

Inevitabile che qualcuno in sala, quando la classica svampita scende nella cantina in cui è imprigionata la protagonista che precedentemente ha manifestato lievissimi segni di possessione demoniaca, urli “Brava! Sei troppo la migliore! Magari chiuditi la botola dietro!”.

E non è questo l’unico momento di comicità involontaria in un film che nelle intenzioni sembra cercare lo zero Kelvin dell’ironia (e il cast spesso inetto non è stato di supporto).

Nel 2013 non comprendere che un posseduto che urla sconcezze ha un senso ne “L’esorcista” o in “Riposseduta” (e confesso che a me certi dialoghi del primo hanno sempre fatto lo stesso effetto dei dialoghi del secondo), ma che in questo contesto, dopo anni di sdoganamento della volgarità e del politicamente scorretto, l’impatto è assolutamente innocuo e comico è un passo falso che toglie altri mattoni da ogni costruzione della paura, sottrae quell’aura di ineffabilità e disumanizzazione che rende tale e pericoloso un mostro, non sfrutta la trasfigurazione e l’imprevedibilità che ne consegue.

Quando l’epifania che più dovrebbe terrorizzarci si manifesta, l’incarnazione del Male assoluto e chissà che altro nella testa degli autori (nota a parte: i disegni del Natura demonto sono imbarazzanti rispetto ai concept spettacolari del Necronomicon), riesce a farsi segare una gamba dopo due secondi e apre bocca esordendo con un “puttana tossica” ho riso ormai convinto che i dialoghi delle creature li avesse scritti Vicky Pollard (si narra che Diablo Cody abbia editato i dialoghi: o è colpa sua o era distratta).

E soprassediamo, per chi non l’ha ancora visto, sul momento a metà tra Pulp Fiction e McGyver, perché neanche i veri autori di “Scary Movie” avrebbero osato tanto.

Dopo 80 minuti di film reazionario, travestito da novità “perché c’è tanto gore” (la tenerezza americana!), finalmente una vera intuizione: una pioggia di sangue interminabile, sporca, violenta, furiosa, gli aggettivi che avevo sperato di usare per recensire il film.

E nell’adrenalina del momento spicca la crudezza dell’uso improprio della sega elettrica che fa assaporare quel che il film avrebbe potuto essere se Alvarez avesse deciso di seguire la strada dell’esasperazione brutale invece che essere solo un sadico raffinato, un impaginatore professionista di un canovaccio.

Lo spirito visivo punk ed estremista dell’originale è completamente assente, dimenticato, come se il pregio fosse solo l’eccesso di contenuto e non l’eccesso di forma.

“La casa” di Raimi era fondato, narrativamente, sul nulla, un’idea alla Godard in cui invece di una ragazza e una pistola uso una casa maledetta e un gruppo di ragazzi da destinare al macello, ma la caratteristica che lo rende inarrivabile ancora oggi (insieme al suo vero remake, cioè “La casa 2”) è l’andare oltre i luoghi comuni degli slasher e bombardare lo spettatore con un florilegio di idee visive, per quanto barocche, fumettistiche e artigianali, che trasformano il film in una corsa senza sosta nell’orrore, in cui persino ogni elemento della casa, oltre alla natura circostante, diventa una minaccia, in cui gli aspetti slapstick riescono (uno dei rari casi) a fondersi efficacemente con la cattiveria e il disgusto, che neppure la scelta di affidarsi il meno possibile al digitale riesce a recuperare.

Invece di sfruttare le attuali possibilità tecniche per sorprendere allo stesso modo, ricreando quell’atmosfera allucinata, non solo rinunciando all’idea che la plasticità di Ash-Campbell sia irriproducibile (ma saranno contenti i fautori delle quote rosa),  Alvarez imposta una messa in scena seriosa, curata, tecnicamente ineccepibile, ma con scarsa personalità, legata svogliatamente o troppo nostalgicamente a passaggi narrativi ormai indifendibili, se non in quei rari momenti (il finale, l’assalto di Olivia) in cui ritmo e violenza prendono quota e non ci si limita alla semplice pornografia.

“La casa” è questo, e Alvarez, nonostante due soli corti alle spalle, dimostra una padronanza di mezzi notevole, ma è un film già visto altre mille volte, solo realizzato meglio, e che non rappresenta alcuna vera svolta nell’horror americano, sempre ancorato alle sue mitologie e ai suoi stilemi, e che prende il volo per pochi minuti.

Molto lontanto dall’essere il “Natural born killers” dell’horror, ma a una passo così da essere la prossima fonte ispiratrice di una parodia.

Se i produttori vogliono pure farci credere che rappresenti una svolta tout-court, ricordatevi che parlano sempre rivolti al proprio portafoglio e ai propri concittadini.

Ora spero che Alvarez, dopo questa occasione imperdibile, venga lasciato con le mani libere e ci dimostri che non ci siamo sbagliati nello scorgere in lui del talento.

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Questa voce è stata pubblicata il 12/05/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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