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Peace is for pussies

Maniac (2012)

maniac“Maniac” annata 1980 è un film incomprensibilmente noto quasi solo per le scene splatter rese possibili da Tom Savini, in particolare per un’efferata esplosione cranica.

Eppure, anche privato delle scene più truculente, rimarrebbe uno dei più ambiziosi e riusciti film con protagonisti uno psicopatico e il suo inconscio riuscendo a immergere lo spettatore fin dalla prima sequenza in un sistema percettivo drammaticamente distorto, in cui la psicosi ingloba ogni brandello di attinenza al reale, ogni elemento di scena diventa elemento di una messa in scena mentale  irrimediabilmente tragica.

Per alcuni aspetti è figlio di “Psycho”, per altri se ne distacca collocandosi tra i case-study in cui al centro del racconto non ci sono le azioni generate dalla follia, ma la follia stessa attraverso cui è filtrata la narrazione e la sua rappresentazione sullo schermo.

La centralità di questo filtro cerebrale deviato (che nell’originale veniva tradotto attraverso una fotografia dai toni acidi e cupi e momenti di sovrapposizione fra ambienti veritieri e allucinazioni, nonché con una costruzione climatica della storia che segue una progressione clinica) deve aver suggerito agli sceneggiatori (la strana coppia Aja-Levasseur) e al regista Franck Khalfoun l’idea di impostare concettualmente il film, per quanto possibile, come una ripresa degli eventi in prima persona da parte di Frank (Elijah Wood).

L’intento è quello di farci immedesimare nei panni di un maniaco misogino, ammanettarci a lui impedendoci di distaccarcene come se ne fossimo il muto e innocente gemello siamese, costretti a vedere come vede lui, a provare sulla propria pelle il disagio davanti allo specchio o riflesso sul volto della gente con cui non riesce a interagire in modo equilibrato o per troppo tempo, a vivere il più fisicamente vicino possibile le sue gesta omicida, trovandoci nella posizione disturbante di soffrire per le vittime mentre siamo nella posizione coatta di avere la mano armata.

Questo remake fallisce al confronto dell’originale per un eccesso di cerebralità in cui si perde l’atmosfera malsana e a tratti nauseabonda, l’evoluzione del film come un flusso sempre più tumultuoso di cattiva coscienza in cui c’è poco spazio per flashback esplicativi, ma per un caos di immagini, sensazioni, ricordi, parole che rimbombano in una psiche ossessionata e distrutta, sufficiente a spiegare la genesi di un omicida in cui i ricordi traumatici, com’è corretto che sia, emergono prepotentemente a tratti per venire sublimati e rimossi con l’omicidio.

Invece nella versione di Khalfoun abbondano ricordi d’infanzia di episodi di ninfomania materna fin troppo lunghi e dettagliati che spostano l’interesse sulla causa (che non potrà mai essere davvero interessante e già Hitchcock lo aveva messo a fuoco) quando è molto più intrigante l’effetto di alterazione che ne deriva.

Essendo una moderna coproduzione Francia-USA era inevitabile che alla frangia di spettatori USA bisognasse spiegare ogni passaggio.

Altra differenza macroscopica è l’espansione del personaggio di Anna, che diventa quasi protagonista secondaria.

Se nel “Maniac” di Lustig è solo una fugace quanto dirompente comparsa umana (i lavori fotografici di Anna ricordano a Frank i suoi manichini semiumani, suscitando sentimenti di affinità, e la sua bellezza e la sua gentilezza inusuale nei suoi confronti lo allontanano dalla misoginia ormai fissata e dall’identificazione di ogni donna con la madre abusatrice, creando una frattura mentale che fa deviare il film dallo slasher al dramma dai contorni splatter), nella versione di Khalfoun diventa un più banale oggetto del desiderio da parte di un uomo sessualmente castrato, figura che ricorda non senza qualche brivido attuale il profilo dello stalker violento e omicida di cui spesso leggiamo nelle cronache recenti.

Pur mancando di una certa carica visivamente perversa, e pur avendo una costruzione narrativa meno originale, il remake di “Maniac” ha dalla sua parte diverse qualità che lo rendono un’operazione a tratti ricercata e fredda, a tratti più disturbante di un film saturato di gore solo per il gusto del gore.

Intanto Khalfoun evita la sbavatura visiva che più temevo, cioè la telecamera a spalla, che non avrebbe avuto alcun senso.

Le riprese sono costruite quasi sempre con estrema precisione come se ci fosse una cinepresa impiantata negli occhi vitrei di Frank e ogni comparto tecnico, dalla fotografia al sonoro al montaggio, è tirato a lucido e mai dozzinale.

La ricerca di una qualità superiore è evidente, anche in intenzioni un po’ superbe come quando in una scena che sarebbe piaciuta a Allen o a Landis Anna e Frank si recano al cinema a vedere uno dei capolavori dell’espressionismo tedesco, “Il gabinetto del dottor Caligari” (definito il primo film horror, è una scelta ideale per identità confuse, manichini alla finestra, sonnambuli assassini, un film che è la narrazione menzognera di un folle, e vengono conquistate le simpatie dei cinefili) o viene usata “Goodbye Horses” di Q Lazzarus in un rimando sonoro esplicito a “Il silenzio degli innocenti”.

Dentro questa cornice levigata si inseriscono altri due punti di forza.

Uno è Elijah Wood, le cui apparizioni grazie a specchi e altri trucchi costituiscono la perfetta manifestazione fisica di un’angoscia interiore grazie a un fisique-du-role e una mimica sadica e sofferente che in un paio di occasioni si uniscono a una costruzione onirica delle immagini (Frank osserva il proprio corpo e scopre che dalla vita in giù è come un manichino) o una furia violenta che non ti aspetteresti da una corporatura così fragile e così agli antipodi rispetto alla corpulenza informe di Joe Spinell.

Il secondo è la rappresentazione centellinata, ma estremanete cruda e realistica, della violenza che rappresenta l’unico modo per Frank per sedare le sue crisi, pertanto, in un film che si fonda soprattutto su una sensazione mentale di disagio, non mancano esplosioni di crudeltà, con scalpi brutalmente strappati, o la scena che ricorda la vendetta delle baccanti che faceva precipitare nell’orrore più estremo anche il film di Lustig, comunque necessarie e inevitabili ed esito di una tensione costruita con perizia.

Il remake di Khalfoun è un’operazione accademica che soddisfa l’horror-maniaco che non si accontenta di un po’ di frattaglie, e prima di tutto un atto d’amore verso la fonte d’ispirazione, ma nello stesso tempo l’artificiosità dell’operazione non va a discapito di un’inquietudine crescente ponendo lo spettatore nella condizione di dover guardare, di non poter mai chiudere gli occhi, di vivere anche nella sua mente un’interiorità distrutta, di sentirsi intrappolato come un manichino coperto dalla pelle di qualcun altro.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 15/05/2013 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , , .

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