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Joko Anwar: The forbidden door e Modus Anomali

Pintu TerlarangLa realizzazione di un film in lingua inglese, al fine di favorirne una migliore distribuzione internazionale, ha attirato una maggiore attenzione su  un regista indonesiano molto apprezzato sia nei festival orientali sia nei festival indipendenti anglosassoni:  Joko Anwar.

Acclamato sulle riviste di genere, Anwar è un regista e sceneggiatore di talento, ma, sarà forse per colpa dell’educazione ricevuta negli Stati Uniti o della passione a tutto campo per la filmografia occidentale, il suo cinema solo in rare occasioni offre quelle irriproducibili sferzate di crudeltà che possiamo ritrovare nelle produzioni coreane o thailandesi, è derivativo e tarantineggiante, e se non fosse per la nazionalità degli attori i suoi film potrebbero avere facile trasposizione in metropoli americane o tra i boschi canadesi.

La prima pellicola a suscitare clamore presso la critica è stata “Dead time: Kala”, dichiarato omaggio al cinema noir risalente al 2007, a cui è seguito nel 2009 The forbidden door” (Pintu Terlarang), ma solo nel 2012 un film di Anwar (Modus anomali” ) trova distribuzione oltre Jakarta.

Purtroppo in quest’ultimo brillano le sue doti registiche, ma lo script dalla trama esile e prevedibile, nonostante un’architettura narrativa non banale, rischia di presentare Anwar come l’autore di una sciocchezzuola psicopornografica, pur divertente, che assomiglia a un’opera prima e non all’evoluzione di una carriera che alle spalle ha un film in cui tecnica e stile vengono sfoggiati con mano sicura e sfiora il capolavoro (per quanto fastidiosamente post-moderno) precipitando negli ultimi minuti in abusatissime soluzioni di scrittura.

Con The forbidden door” Anwar rielabora i topoi del thriller moderno attraverso un occhio che ha metabolizzato Lynch, Cronenberg, Hitchcock (per citare i riferimenti più evidenti e non altri che svelerebbero passaggi importanti della trama) e unisce con disinvoltura temi apparentemente inconciliabili lasciando ampio spazio a imprevedibilità e sorprese.

tfdIl più evidente pregio del film è proprio quello di riuscire nell’intento di condurre lo spettatore in territori tematici continuamente diversi, iniziando come un dramma della follia (traumatizzata dall’essere socialmente costretta ad abortire, Talyda induce il marito, Gambir, scultore di successo, a nascondere in statue rappresentanti donne incinte feti comprati da una clinica per aborti), intersecandosi col mistery (chi continua a recapitare messaggi con richieste di aiuto a Gambir? Che cosa si cela dietro la porta nascosta da Talyda con un armadio?), perversioni macabre (un club in cui è possibile assistere a trasmissioni televisive snuff, tra cui i selvaggi abusi famigliari subiti da un bambino per la cui sorte Gambir è disposto a rischiare tutto), comparsate grottesche à la Twin Peaks, suggestioni surreali (perché la città è caratterizzata da pubblicità che sembrano uscite da riviste femminili o da “La fabbrica delle mogli”?) fino alla messa in scena di una vendetta sadica e barocca ai danni di più persone, elegantemente diretta, compiaciuta, stilizzata, ma narrativamente centrale e dai risvolti tragici, tanto da costituire un momento di alta pornografia horror, con gran gusto per l’eccesso negli schizzi di sangue, senza essere del tutto gratuita.

Ogni dato tecnico è eccellente, dalla ricchezza visiva in termini di inquadrature, movimenti di macchina, scelte fotografiche, al montaggio e all’incastro dei piani temporali, con uno studio d’immagine e di direzione delle scene volto a ottenere il miglior impatto (come shock, come atmosfera) e il risultato è che “The forbidden door” risulta intrigante, seppur giocando a turbare, ma soprattutto giocando, dato un approccio ludico evidente fin dai titoli volutamente retro, fumettistici, che citano Saul Bass.

L’unica, pantagruelica pecca della pellicola consiste nell’accumulare in modo parossistico misteri, tragedie e violenza fino al punto di lasciare adito a ipotesi risolutive originali e provocatorie sostituite, invece, da una chiusura logica, ma ingannevole e talmente yankee-referenziale che un finale aperto di quelli che fanno discutere per anni sarebbe stato preferibile.

Uno dei migliori (e peggiori allo stesso tempo) coiti artistici interrotti che abbia mai visto.

Manca il guizzo del genio (eppur sembrava esserci), mancanza tipica di chi può anche detenere un grande talento tecnico e padronanza di scrittura, ma non ha idee proprie.

Modus AnomaliCompletamente diverso sotto ogni punto di vista (riconosciamo almeno il tentativo di sperimentare storie differenti), Modus anomali”: un uomo si risveglia dopo essere stato sepolto ancora vivo non ricordando la sua identità, fino a che la memoria lentamente riaffora grazie a una fotografia dei figli e a un video in cui la moglie incinta viene accoltellata al ventre.

Modus anomali” per ragguardevole parte della sua durata si presenta come un survival senza un dialogo per 30 minuti: claustrofobia pura (fatta di notturni boschivi, effetti sonori incessanti, torce, armi di ogni genere, trappole e strani dettagli che troveranno spiegazione successivamente) che sfocia in momenti gore emotivamente crudeli e in un ribaltamento del punto di prospettiva narrativo che ormai sembra di maniera.

La rivelazione centrale serve proprio come cesura per aprire il campo alle sequenze che davvero interessano al regista: la documentazione certosina (inquietante per quanto dettagliata e realistica) di un piano psicopatico finalizzato a sfogare la ricerca del piacere nel massacro, nell’adrenalina e nella paranoia.

Emergono una precisione di scrittura notevole e una violenza fortemente realistica, ma in entrambi i dati si riscontra un compiacimento insistito che trasforma il film in pornografia del dolore, pura, distillata, quasi concettuale e maniacale, senza il contesto drammatico di “The forbidden door” che la giustificava e la rendeva persino necessaria: una versione open-air di un film d’exploitation (e i titoli finali sembrano rimandare agli ormai noti film grindhouse).

Anwar conosce il cinema che gli piace a menadito, lo possiede, lo ricrea, monta riusciti ibridi fra generi, e annoia molto meno di Tarantino essendo dotato di una notevole capacità di organizzare i tempi, senza dilatarli quando non necessario e con uno spiccato senso per la suspense o lo shock, ma le raffinatezze estetiche di “The forbidden door” sembrano aver già ceduto al rifacimento, alla modernizzazione e alla nobilitazione di strutture narrative di serie B senza che l’autore si distacchi mai del tutto dai modelli di riferimento.

Essere più talentuosi di Tarantino, ma fermarsi a giocare nello stesso campionato, senza un apporto culturale, d’immaginario e di idee, che ci si attenderebbe differente e nuovo, al momento è uno spreco di palesi potenzialità creative.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/05/2013 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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