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Peace is for pussies

Solo dio perdona (Only god forgives)

ogfIl termine pornografia sta a indicare la trattazione oppure la rappresentazione, attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, di soggetti o immagini osceni, effettuata allo scopo precipuo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore. 

Un passo in avanti verso la perfezione formale, passando per “Drive”, un passo indietro verso la minimalizzazione astratta di “Valhalla rising”, molti passi lontano dall’apice creativo di “Bronson”.

Il percorso di scelte di Nicholas Wingind Refn è ormai palese e si inizia scorgere alla fine un approdo inquietantemente simile da un punto di vista teorico alle posizioni più estreme di Greenaway.

A meno che non ci sia una svolta drastica come annunciato (una commedia in cui Ryan Gosling interpreterebbe un personaggio addirittura logorroico), l’artificiosità di “Solo dio perdona” genera un non-film che suscita piacere e interesse solo da un punto di vista meramente formale, che presuntuosamente offre un progetto accademico di narrazione (denudo e mescolo topoi e archetipi universali, dalla tragedia greca ai revenge movie) che al contrario di un vero artista della sceneggiatura come Haneke fallisce nell’usare lo schematismo adottato per proporre una storia, un punto di vista morale, qualsiasi cosa sia il contrario di niente.

Refn, come se fosse rapito dall’urgenza di consacrarsi autore, cade nel tranello di diventare un eccellente illustratore di nature morte prive di una consistente forza allegorica (l’angelo della giustizia e della morte, l’agnello sacrificale, la madre Giocasta e un po’ meretrice di Babilonia, ma che non suscita simpatia come l’Angelica Houston di “Rischiose abitudini”), si compiace della sua capacità di creare meravigliose immagini (aiutato da Larry Smith, uno che, tra gli altri, ha fatto gavetta con Kubrick) solo per il gusto dell’immagine, dilatando i tempi, creando dei non-sense narrativi, lasciando che personaggi monodimensionali vadano alla deriva tra carrelli e luci psichedeliche, come se l’illuminazione, rafforzata dal solito uso pervasivo della colonna sonora, potesse creare una suggestione sufficiente a suscitare emozioni che non siano solo superficialmente cerebrali o a far coagulare insieme i pezzi di una trama che è solo un canovaccio.

Quando nel 2013 un giovane regista prende troppo sul serio qualche aforisma di Godard, o più semplicemente non ha nulla da narrare, e sceglie la tematica della vendetta, sviscerata sotto ogni forma dal cinema post-moderno americano o immersa in riflessioni sociologiche e morali nel cinema orientale, e ambienta il film proprio in oriente, è inevitabile procedere a un confronto il cui verdetto è impietoso.

Le doti registiche di Refn sono indiscutibili (soprattutto quando guarda a Lynch, mentre Jodorowsky, cui dedica incomprensibilmente il film, abita in un’altra galassia artistica), sia nel creare momenti visceralmente inquietanti od onirici, sia quando gioca con i piani spaziali e temporali (significativo lo scambio ideale di sguardi tra Crystal e Chang) e non c’è un solo millimetro di pellicola che non sia platealmente voluto e rifinito, ma quando una cornice di lusso costituisce il recinto per una tela vuota, la cornice è l’unico elemento che rimane da osservare (si perde il conto delle immagini assolutamente fini a se stesse per dare l’illusione di una storia che in realtà non sta accadendo) e quando il compiacimento arriva a inglobare la violenza, il risultato dell’operazione è pornografia di lusso.

La controversa sequenza di tortura, in tal senso, è un atto magistrale in cui per dieci minuti riescono a fondersi miracolosamente idee visive funzionali da un punto di vista dell’atmosfera (le donne-bambole che chiudono tutte insieme gli occhi), linee di dialogo lapidarie e affilate (e, di fatto, il personaggio di Chang è l’unico a sfuggire in parte agli stereotipi acquisendo spessore) e un ritmo di montaggio e direzione equivalente a quello di una partitura musicale, un breve momento in cui studiata surrealtà, ferocia e svolta narrativa si fondono felicemente, un bel pezzo di cinema, per quanto destinato a stomaci allenati.

Tuttavia la vacuità di quel momento, perso in un arcipelago di tappezzerie, bordelli, fantasie da frustrazione sessuale e metafore edipiche da Reader’s Digest letto nei cessi del DAMS, non è sufficiente a reggere un’impalcatura costruita intorno a un palazzo vuoto.

Il processo di iperstilizzazione ricorda i giochi di geometrie interne dei film più recenti di Greenaway, senza i riferimenti coltissimi di quest’ultimo, appoggiati su un background di serie B in cui risaltano solo la violenza, fisica e verbale (soprattutto nelle scene imbarazzantemente camp con Kristin Scott Thomas), con l’effetto di sembrare il parto di un dotato studente di cinema in affanno per stupire i docenti e gli amici.

Il rischio che già era di “Drive” di diventare un ipertrofico trailer / videoclip si avvera definitivamente.

Storcendo il naso di fronte alla possibilità di una commedia, non stupiamoci se il prossimo passo falso sarà rappresentato da uno snuff d’essai.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/06/2013 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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