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Stoker

stoker3Terminata la visione di “Stoker” ho visualizzato Wentworth Miller inginocchiarsi di fronte a uno dei più talentuosi registi viventi, Park Chan-Wook, e ringraziarlo per aver compiuto uno dei più stupefacenti miracoli degli ultimi cent’anni: la trasformazione di uno script che avrebbe potuto essere accattivante per una puntata della serie “Alfred Hitchcock presenta”, e al massimo in quegli anni, in un film colmo di notevole dignità artistica la cui regia, e la direzione creativa nel complesso, conferiscono un fascino e regalano momenti di maestria assolutamente immeritati.

Contenuti e qualità della sceneggiatura si aggirano nei territori degli ultimi film di Chabrol (il cui declino è iniziato dopo l’apice raggiunto da “Il buio nella mente”), accostamento proposto per rendere l’idea del tipo di ambientazione borghese più che dello reale spessore di scrittura che non va molto oltre una superficiale psicopornografia nonostante l’ambizione, inevitabilmente fallimentare, di sintetizzare il dilemma “nature versus nurture”.

Con un altro paragone azzardato, dopo il quale sarò folgorato dal fantasma di Truffaut, non stupisce il fatto che la sceneggiatura di Miller sia rimasta nel cassetto per qualche anno (nonostante fosse considerata una delle migliori mai portate su schermo in base alla Black list 2010) pensando che solo Hitchcock avrebbe potuto realizzare “Psycho” partendo dalla sceneggiatura di Joseph Stefano e che i produttori si saranno domandati se ci fosse in circolazione un genio del cinema in grado di far brillare anche script minori.

La lungimirante scelta del regista coreano, che non dirigeva un lungometraggio dal 2009 (l’eccezionale “Thirst”), la fortunata dipartita dal cast di Carey Mulligan, Jodie Foster e Colin Firth sostituiti da Mia Wasikowska (India Stoker), Nicole Kidman (la madre) e Matthew Goode (lo zio Charlie), e non riesco a immaginare un cast tanto bollito e prevedibile quanto il primo e tanto azzeccato quanto quello definitivo, il lavoro musicale diviso fra Clint Mansell e Philip Glass e la fotografia del fidato Chung-hoon Chung iniettano colori in una storia esangue e la saturano di atmosfera.

Chan-Wook, da vero professionista e vero autore, e non da uno che si limita a crearsi i suoi filmetti personali con cui titillare il proprio ego, si mette al servizio della storia, la metabolizza, sembra persino amarla, e la rimanda sullo schermo rielaborata attraverso il filtro dei suo occhi che non manca mai di cercare la strada visiva più efficace e inventiva per rendere una sensazione o un concetto attraverso idee sorprendenti, la sminuzza e la rimonta mischiando piani spaziali e temporali che portano la vicenda su un livello mentale e visionario sfuggendo al rischio di mettere in scena una banale disamina criminologica, mescola indizi e simbolismi (fermandosi prima di esagerare, se no in un attimo ci trovavamo in “Strade perdute”) per illuderci di non aver capito quel che altrimenti sarebbe stato troppo palese, spezza in più punti i singoli episodi narrativi creando twist che arricchiscono la trama e accrescono la tensione, si diverte a citare Hitchcock (già intrinsicamente citato con i riferimenti dichiarati a “L’ombra del dubbio” che scivolano verso “Marnie”) nelle luci o negli ambienti, ma le continue invenzioni, i movimenti di camera, la creazione di immagini surreali partendo da elementi reali, i giochi di montaggio e l’uso degli effetti sonori, sono marchi di fabbrica cui ci ha abituato da anni e rendono “Stoker” un’opera pienamente personale e non del tutto derivativa, che si differenzia solo per un livello emoglobinico contenuto (anche se la violenza presente non è meno crudele e fantasiosa o usata per rappresentare un effetto psicologico come quando durante un flashback rivelatore schizzi di sangue colpiscono il volto di India).

Purtroppo questa cornucopia di eleganza cinematografica (potrei scrivere una pagina solo per elencare invenzioni memorabili se non almeno giocose) non trova corrispondente degno in una storia che è programmatica, esposta e compiaciuta fin dal titolo (Stoker è un vago riferimento a Dracula e al suo rapporto con Mina, ma significa anche “chi getta benzina sul fuoco”) che, però, offre al regista la possibilità di plasmare personaggi femminili complessi e torvi, interpretati da due attrici che si confrontano in una specie di “Eva contro Eva” in interni, e momenti drammatici e barocchi in cui alle geometrie hithcockiane si aggiungono colore e cattiveria coreana, con un risultato ibrido spesso (non sempre) inusuale e intrigante.

Confermato a tutti che Chan-Wook è nell’olimpo dei migliori, spero che dopo questa vacanza in territori e tematiche yankee ritorni a lavorare su storie meno sbiadite e al suo folgorante cinema.

8 commenti su “Stoker

  1. Ce l’ho in visione. Bello il nuovo look, complimenti.

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  2. Lenny Nero
    10/06/2013

    Ti è piaciuto? Il nuovo look è solo l’adattamento di un tema di WordPress che si adatta meglio anche al mobile (anche se ho notato che per motivi a me sconosciuti scazza qualche segno grafico).

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  3. Si, davvero. Secondo me se ci metti qualche tua opera (un collage o uno slider) nel banner di testa e lo ingrandisci a prendere la larghezza della pagina, viene una figata.

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  4. Lenny Nero
    13/06/2013

    E il film, invece?

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  5. sanbeneditar
    25/06/2013

    Io l’ho trovato stupefacente. Visivamente era da The Fall che non godevo tanto. E’ vero che la storia è esile ma se riesci a rendere così una storia tutto sommato prevedibile, ben venga.

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  6. Death
    25/06/2013

    Tecnicamente è girato alla grande, concordo però sulla sceneggiatura mediocre e sul lercio finale pieno di spiegoni e colpi di scena della mazza. Goode, inoltre, vorrebbe fare il bel tenebroso ma sembra solo un pirla. Bella e brava la Wacheroba.

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  7. anna maria palella
    10/08/2013

    chan-wook è il nome di battesimo, il cognome è Park…così tanto per fartelo sapere…

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  8. Lenny Nero
    10/08/2013

    Vero, ma immagino saprai che Park è il family name, non il given-name, che la struttura dei nomi coreani è diversa dalla nostra, che in inglese viene messo prima il family name e che Park è uno dei family name più diffusi in Corea e sarebbe troppo generico. Per cui diffusamente si scrive i film di Park Chan-Wook (più corretto) o di Chan-Wook, più specifico e, se vuoi, affettuoso.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/06/2013 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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