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Shokuzai

ShokuzaiAll’inizio del 2012 la televisione giapponese ha trasmesso il dorama “Shokuzai”, ultima opera di Kiyoshi Kurosawa a distanza di quattro anni da “Tokyo sonata” e che dopo un passaggio festivaliero a Venezia è stato distribuito in un film diviso in due parti.

Le differenze fra le miniserie e la riduzione cinematografica sono minimali (per esempio sono stati tagliati circa 30 minuti comprendenti alcuni prologhi e scene ripetute) e rimangono quattro ore di trasposizione dell’omonimo romanzo di Kanae Minato (già autrice del romanzo che ha ispirato “Confession” di Tetsuya Narayama).

Poco prolifico, Kurosawa è associato in modo forzato al filone del J-horror nonostante al pari di Hideo Nakata o Takashi Shimizu abbia una sua personalità autoriale ben distinta sia in termini di eleganza visiva sia nella gestione di temi apparentemente condivisi dai suoi connazionali più famosi, encomiabili per essere diventati sperimentatori di scrittura cinematografica in grado di raggiungere un pubblico ampio (posto che il pubblico occidentale medio non digerirebbe facilmente le versioni originali di Ju-On, in particolare le estremizzazioni teoriche del secondo, o la serie Ringu), ma senza particolari ambizioni contenutistiche.

Al contrario, Kurosawa ama sia giocare con atmosfere surreali sia con i drammi umani, infondendo nei suoi film un pathos, mai troppo retorico o stucchevole, che lo rende unico insieme a un approccio peculiarmente onirico a riflessioni sulla società moderna, non solo giapponese, che alle nostra latitudini scontiamo con gli emuli di Ken Loach invece che con una visione creativa, visivamente ed emotivamente più efficace.

Già con “Kairo” (non compreso e stuprato dal remake “The pulse”) e “Cure” (capolavoro che piacerebbe molto a Lynch se solo Lynch non fosse anche lui un mero teorico, per quanto geniale) Kurosawa aveva soddisfatto l’intento di unire topoi atmosferici giapponesi in voga all’epoca con catastrofiche osservazioni sulla disgregazione dei rapporti umani, passando per il minore “Retribution”.

Con “Shokuzai” torna in territori superficialmente più pulp sorprendendo con un’esibizione di stile e di commistione di generi che riesce tanto a intrigare lo spettatore quanto a condurlo, senza che quasi se ne accorga, nelle pieghe più violente del maschilismo e nel suo risvolto più deprecabile: rendere le donne non solo vittime, ma pure carnefici di se stesse.

Con il pretesto dello stupro e assassinio di una bambina, Emiri, la trama, pur snodandosi anche attraverso le classiche scoperte del chi e come, osserva le conseguenze e le reazioni di quattro piccole testimoni, amiche della vittima, che sembrano non riuscire a ricordare l’identità dell’omicida e a cui la madre di Emiri, Asako, impone un patto che stravolgerà il loro futuro: dovranno scoprire chi è il colpevole o espiare la loro colpa.

Articolato in 5 capitoli, “Shokuzai” descrive la devastazione portata nella vita delle bambine e di Asako nel corso dei 15 anni successivi e la loro disperata ricerca di una forma di compensazione o di autopunizione.

Per almeno tre delle bambine l’afflizione del sopravvissuto si manifesta con scelte di vita distruttive: chi decide di farsi soggiogare letteralmente come una bambola dal marito, fino alla follia, chi diventa ossessionata dall’autodifesa, chi si abbruttisce e diventa ipersensibile alla violenza a danno di minori.

Ogni episodio consente a Kurosawa di optare per lo stile e i toni più opportuni, sfruttando i pur modesti  mezzi televisivi al meglio con un uso simbolico delle luci e degli ambienti, non cedendo mai a una messinscena che non sia geometricamente elegante, passando da note cupe e depressive a risvolti cinici e grotteschi, quando non francamente ilari, sferrando all’improvviso colpi violentemente emotivi e usando il personaggio di Asako (elegante, addolorata donna in nero come in un noir francese) come un fantasma che al termine di ogni vicenda offre il suo giudizio (duro, impietoso) al sacrificio compiuto dalla ragazza di turno, lasciando spesso a bocca aperta per il risentimento cannibalistico verso coloro che sono vittime loro malgrado tanto quanto lei.

Solo una ragazza si ribella, pur sempre in modo eccessivo e psicotico, al patto di Asako fornendo anche, tra drammi, omicidi e momenti ironici, alcune delle chiavi di lettura della storia: la feroce invidia e segregazione di classe, l’aspirazione delle donne di trovare un marito ricco e potente (ricorre nel film la pratica degli incontri prematrimoniali al buio), l’oggettivazione sessuale e feticistica del sesso femminile fino alle sue derive estreme, la cattiveria e lo sfruttamento delle debolezze sessuali maschili e l’indipendenza solitaria come unica possibile via di fuga.

E’ solo nell’ultimo capitolo che “Shokuzai” si concentra sulla risoluzione dell’indagine, in un’ora finale densa di rivelazioni e colpi di scena che rendono particolarmente e inutilmente crudele la richiesta di compensazione di Asako e che sembra riprendere il concetto di pervasività del karma già presente in “Retribution”.

Kurosawa riesce sia a limitare alcuni risvolti melodrammatici in parte dozzinali sia a raccontare la componente gialla, evitando le fogne dello spiegone finale, immergendola in un’atmosfera sospesa e irreale fin dagli ambienti e gestendo l’azione in scena come se fosse un duello coreografato tra Asako e le sue nemesi, interiori e impersonificate.

Il successo dell’operazione consiste nell’adottare un pretesto narrativo popolare, per quanto cruento, per poi discorrere di ben altro, senza mai annoiare grazie ai cambi di ritmo e partitura, forte di vicende che non hanno bisogno di inutili sottolineature retoriche per descrivere una condizione femminile distorta da maschi vili che hanno imposto alle donne non solo ruoli ben definiti, ma alle quali hanno insegnato ad assumersi ogni loro colpa,  a umiliarsi, a ritenerne la protezione, in particolare economica, necessaria, a essere il loro arredo o gioco sessuale, fin dall’infanzia.

Tutto questo fluisce in modo naturale dalle immagini spesso evocative, e sebbene Kurosawa prediliga avvolgere i suoi pugni nel velluto, non per questo non lasciano il segno.

“Shokuzai” è un’opera stratificata, complessa per la ricchezza di contenuti, ma narrativamente avvincente, per quanto possa precipitare all’improvviso nell’incubo, che pur rivolgendosi a un pubblico più generalista, e non eccedendo in esibiti giochi di regia, non rinuncia a un allestimento sofisticato che gli conferisce piena dignità cinematografica, e soddisfa i più esigenti, e non ammorbidisce violenza e contenuti quando necessario, anche se con quel modo sottilmente crudele che è proprio di Kurosawa.

(D’altra parte qualcuno ricorderà che pure “Visitor Q” di Miike era un prodotto televisivo, per cui stupirsi del livello di un certo tipo di produzioni pienamente per adulti e non scevre di tematiche estreme assomiglia più a un inutile e rassegnato sospiro pensando alle nostre fiction).

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Questa voce è stata pubblicata il 25/06/2013 da in Cinema, recensione con tag , , .

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