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Peace is for pussies

Possession

possessionDavid Lynch, ricevendo il Leone d’Oro alla carriera nel 2006, dichiarò che “Possession” è il film più completo degli ultimi trent’anni.

Parto coraggioso, ispirato e sfrontato di un regista che stava vivendo una crisi personale (il divorzio) e politico-artistica (da assistente di Wajda a esule coatto in Francia per sfuggire ai limiti censori posti dal governo polacco e poter finalmente dirigere i suoi film), è un’opera che merita un recupero e una diffusione ben più capillari e rispettosi di quanto i tempi e la miopia distributiva dell’epoca le abbiano concesso.

Castrato dalla censura di quasi tutti i paesi, con l’eccezione della Francia che ha pluripremiato Isabelle Adjani, mai circolato in Germania o addirittura rimontato, falciato di più di 45 minuti, con inserti musicali indegni persino di un film sugli esorcismi, ritoccato nella fotografia, in un ubriaco tentativo di spacciarlo come horror soft-porno (neanche fosse il giocoso “La bestia” di Borowczyk e accompagnandolo con lo slogan “She created a monster as her secret lover”), gli USA devono attendere fino al 2003 per poterlo vedere in versione integrale, mentre l’Italia il 2008, grazie alla RaroVideo.

Eppure Lynch aveva ragione: se non ci si fa distrarre dai barocchismi e dalle esagerazioni, se permettiamo alle nostre menti sedate da un cinema ormai troppo rassicurante e prevedibile (accomodante o ludico per gli occhi e le orecchie, ma che non disturba a livello inconscio) di farci travolgere da un cinema evocativo e simbolico, “Possession” rappresenta tutt’ora un sorprendente esempio di film che offre cibo per la mente, ma che ambisce a prenderti visceralmente, in cui la padronanza assoluta della tecnica non sfocia nell’esibizione di maniera, ma nell’osare, in cui l’urgenza espressiva non diventa criptico e ombelicale onanismo, ma si allarga da una riflessione personale a una visione politica e universale.

Quale elemento può meglio distinguere un autore da un artigiano autocompiaciuto se non la capacità di creare film, personaggi e immagini la cui visione riesce a incidersi nell’immaginario proprio e collettivo invece che essere un mero controllarsi la limatura delle unghie?

Con “Possession” Zulawski riesce a unire, in una struttura narrativa apparentemente magmatica, la sua personale concezione di cinema orgiastico a considerazioni esistenziali umane-troppo-umane.

Anima la fredda teoria, che si delinea a freddo nel post-visione, con un bagno di disperata emotività.

Stimola i tre classici livelli freudiani della psiche con una progettualità mascherata dalla furia costringendo lo spettatore a smettere di razionalizzare e ad assorbire gli eventi e le immagini, spingendo durante l’evoluzione del film tasti sempre più onirici e sensoriali, in cui i veri dialoghi, il vero testo, non sono i surreali scambi verbali dei protagonisti, ma gli elementi di scena, ciò che la macchina-cinema o il corpo dell’attore possono mostrare, ma che nessuna parola potrebbe esprimere.

Così, se il il film inizia come la storia della separazione di una coppia (Marc/Sam Neill e Anna/Isabelle Adjani) a causa di un adulterio, della quotidianità di rancore, ripicche, aggressioni, automutilazioni e ricerca degli amanti, questa viene dipinta progressivamente con elementi surreali, in cui la realtà che i protagonisti tentano di razionalizzare e controllare (i discorsi su fede e caso di Anna, la ricerca di atarassia di Marc dopo la fase della rabbia o il suo rifiuto di dio considerato una malattia in contrasto all’ipersensibile e spirituale amante di Anna) sembra sempre più fondersi con le manifestazioni del proprio inconscio che ormai sta esondando (qualcuno, per assonanza, cita la teoria psicoplasmica in “Brood” di Cronenberg).

La follia di Anna diventa anche il filtro visivo del film, con i suoi movimenti nevrotici, le carrellate vorticose, i primi piani espressionisti, la fotografia asettica degli appartamenti borghesi in contrasto a quella cupa e satura della metropolitana o degli appartamenti dell’estrema periferia, che diventano i territori dei confini mentali.

Tutto è reale eppure niente lo sembra perché sono state abbattute le barriere invisibili della morale quotidiana e sono stati aperti varchi per le passioni più irrazionali.

In un mondo dominato dalla dicotomia libertà-repressione, simboleggiata dal muro di Berlino e dall’ambientazione nella Berlino Est, in cui la morale sessuale (maschilista e fideistica) induce negli individui, in particolare nelle donne, una scissione interiore e sensi di colpa per le proprie pulsioni e per la ricerca del piacere (Anna si spingerà a vivere in segreto da tutti, nutrendo l’inimmaginabile e la sua colpevole riconquistata indipendenza in un contesto omicida, con venature incestuose, plagiato da “Hellraiser” nel 1987), l’esito è un’inevitabile implosione di tensioni dissociative, il collasso mentale, la perdita dell’equilibrio fra bene e male a discapito del primo (l’epifania dei doppelganger-daimon di Marc e Anna, sereni ed emancipati in quanto incarnazioni di Es puro, la cui prevedibile unione, accompagnata da rumori ed esplosioni belliche, sembra far presagire l’apocalisse).

Emblematici la scena del lamento di Anna sotto un crocifisso prima della sua trasfigurazione definitiva (meno virulenta e più intima di quella analoga de “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara) o il racconto-parabola del cane di Marc che prima di morire guaisce di terrore, quel terrore panico che assale ogni uomo quando perde il contatto con le sovrastrutture della propria realtà: quel che ne consegue è il caos interiore e la liberazione di ingestibili bestialità autodistruttive.

Film che sembra derivativo, in parte, da concetti espressi da Nietzsche sugli abissi scrutati, attraversato da un palpabile dolore privato che vuole deflagrare nel modo più liberatorio che il cinema possa consentire a un artista, passando per i territori dell’assurdo, del comico, dell’osceno, che distrugge con violenza la fragile bellezza della protagonista per farle rivelare l’orrore creato dalla sua frustrazione (come donna, come professionista, come angelo del focolare) in un lungo piano sequenza di possessione dionisiaca che sfocia nello spurgarsi di latte, sangue e materia ginecologica, “Possession” costituisce una visione pluristratificata che lascia inevitabilmente un segno e una delle più orribilmente belle, rabbiose e nichiliste espressioni creative mai viste sullo schermo.

Vi rimando a una splendida lettura critica (inevitabilmente ricca di spoiler che ho tentato di limitare): http://www.ondacinema.it/film/recensione/possession_zulawski.html

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Questa voce è stata pubblicata il 07/07/2013 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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