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Peace is for pussies

Angst (Schizophrenia)

Angst

Nella lista di film incentrati sulle gesta di un serial-killer non viene quasi mai citato l’anomalo, eppure precursore, “Angst”, diretto nel 1983 dall’austriaco Gerald Kargl supportato nella messa in scena dall’eclettico premio Oscar Zbigniew Rybczyński.

E’ un film ad alto tasso di interesse per i cinefili duriepuri, e per i feticisti dei serial-killer, che illustra con la freddezza di un entomologo la giornata di scorribande sadiche di uno psicopatico appena uscito dal manicomio.

Diversamente dal “Maniac” di Lustig che l’ha preceduto di tre anni la costruzione del case-study è iperrealistica e scientifica (non è un caso che Kargl successivamente si sia dedicato a documentari e prodotti educativi), l’ambiente non riflette la visione mentale dell’anonimo protagonista (Erwin Leder, impressionante nella sua performance fisica quanto un Peter Lorre sotto anfetamine, avvantaggiato da un’esteticità fisica che avrebbe fatto annuire Lombroso), ma appare come un vuoto e freddo cimitero in cui il nostro antieroe si balocca con i cadaveri, un cimitero in cui giacciono pure gli scheletri dell’infanzia che ne spiegano, almeno in parte, le pulsioni.

I movimenti di camera, il montaggio, le inquadrature programmaticamente oblique, l’uso di dolly, le riprese dall’alto che sembrano osservare un topo che tenta di scappare da un labirinto, le carrellate frenetiche, sono gli strumenti panottici con cui Kargl studia la follia in atto, senza tralasciare un dettaglio, essendo il film costituito per lo più dall’attuazione del massacro di una famiglia di cui vengono illustrati i vari momenti, compresi quelli post-mortem, con un’elegante e veloce virata pure nei territori della necrofilia.

L’occhio esterno guarda, senza giudicare, come il bassotto indifferente e involontario testimone che non può di certo comprendere perché i padroni vengano uccisi.

Ed è proprio il conflitto tra possibilità di interpretazione razionale e la realtà della violenza furiosa e fuori controllo, da appetito animalesco, l’elemento peculiare che crea un effetto disturbante nella mente dello spettatore: mentre l’assassino porta avanti il suo piano la sua voce fuoricampo ripercorre i momenti significativi degli abusi subiti da una famiglia disfunzionale, con una crescente e glaciale serenità nel descrivere il desiderio di ribellarsi, e incutere paura tramite la violenza, e nell’anticipare le fantasie di morte, precise e pulite nelle intenzioni, ma che si scontrano con imprevisti che ne rendono la realizzazione un disastro frustrante.

Il contrasto tra l’utopia omicida e la cruda e grottesca realtà rendono ancora più spaventoso il sequestro della famiglia, siamo anni luce lontani dai rituali ambulatoriali, disinfettati e rassicuranti di “Dexter”.

L’atmosfera claustrofobica, intensificata dalle musiche di Klaus Schulze (“Manhunter”), s’intreccia con un risultato che vira progressivamente verso l’humour nero generando un cortocircuito tra sensazioni di angoscia e disgusto e la risata amara a denti stretti.

“Angst” non punta di certo sullo shock facile, la violenza di cui è pervaso deriva dalla cattivera irrecuperabile e senza freni espressa dal protagonista, ma al culmine dello sfogo la brutalità esplode, in una scena efferata immersa in un grigio spettrale e pareti di cemento, non lasciando più alcun dubbio su quanto dovessimo prendere sul serio un pazzo apparentemente scriteriato e idiota che riesce a eccitarsi solo torturando.

Raggiunto il picco di orrore il film, purtroppo, rallenta scadendo in una psicopornografia quasi documentaristica e regge solo grazie a Leder, percorso da un’ansia palpabile ed elettrica.

Il finale, da manuale aristotelico, chiude il discorso sull’inevitabilità del crimine e sull’insufficienza della descrizione come passo utile per la comprensione: il protagonista, parlando di se stesso, sembra tracciare il proprio profilo come un esperto psichiatra, usando schemi e argomentazioni classici e rigidi che implodono di fronte a un’irrazionalità incontenibile, per cui l’unica soluzione per una società colpevole, e impotente al tempo stesso, è un atto giudiziario definitivo e risoluto, ma sostanzialmente una resa.

Basato, secondo alcuni trivia, su vere cronache giudiziarie e sulle confessioni del “Vampiro di Dusseldorf”, “Angst”, a distanza di 30 anni (ma rimasterizzato per un’edizione in blu-ray nel 2012 e data l’alta qualità dei dati tecnici, in primis la fotografia, si tratta di un’operazione di recupero davvero meritevole anche perché la censura dell’epoca ne rese quasi impossibile la distribuzione causando non pochi problemi economici a Kargl) rimane un solido esempio di cinematografia sperimentale, fonte dichiarata di ispirazione per registi iperstilizzanti come Gaspar Noé.

Paragonandolo alla cinematografia successiva, il cupo realismo è affine a quello di “Henry – Pioggia di sangue”, da cui si differenzia per il riuscito tentativo di agganciare alla mera osservazione esterna una costruzione visiva emotiva e un’asimmetria tra razionalità e irrazionalità che rendono più ricca l’esperienza per lo spettatore rispetto alla spensierata leggerezza da macigno di Sisifo di “Henry” (premesso che, salutando cordialmente Nanni Moretti, ne sono un gran sostenitore, ma lo scarto rispetto a una produzione europea è evidente).

Siamo più vicini, come sensazioni e come approccio alla figura dello psicopatico, a un film (pur discutibile) come “Evilenko” che non ai serial-killer moderni con cui ormai empatizziamo facilmente e da cui ci faremmo volentieri invitare a cena.

Un’evoluzione teorica estrema di “Angst”, oltre che nei mockumentary, potrebbe essere ritrovata in “Aftermath” in cui il conflitto è tra l’asetticità della morgue, che dovrebbe proteggere e rispettare un corpo, e gli atti osceni del medico legale, tra il necrologio sul quotidiano che ricorda la natura originale del cadavere martoriato e la sintesi estrema dell’incomprensibile e incomunicabile prospettiva del maniaco che ne getta un pezzo al cane.

(Senza una parola, solo Mozart di sottofondo, puro cinema che, tuttavia, non potete di certo proporre a chiunque neanche al centesimo appuntamento).

“Angst” è disturbante, a tratti cronachistico e noioso (ma immagino godurioso per appassionati di cui non vorrei fare conoscenza), ricco di idee, originale, fuori dal tempo oggi e all’epoca.

Un oggetto decisamente particolare da inserire nella propria wunderkammer.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/07/2013 da in Cinema, recensione con tag , , , , , .

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