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Antologie horror: da Ti West a Timo Tjahjanto

abcDa qualche anno, forse sulla scia di operazioni dalla qualità discutibile come Masters of horror (quali episodi ricordare davvero se non “Cigarette burns” di John Carpenter e “Imprint” di Miike, che fu pure censurato? Persino “Jennifer” di Dario Argento era mediamente superiore e fece sperare in un suo sussulto artistico, ma era solo uno scatto nervoso), si sono susseguite antologie che hanno raccolto cortometraggi di registi horror semidimenticati o in ombra (a volte anche a torto).

Data la dimensione cinematografica non rivolta a un pubblico televisivo,  atti congiunti simili potremmo farli risalire agli anni ’80- ’90: Creepshow (1982), Creepshow II (1987), Due occhi diabolici (1990), Adrénaline (1990), Body bags – Corpi estranei (1993).

I collective-movie hanno ricevuto solo di recente un nuovo e forte impulso, con The theatre Bizarre (2011) e V/H/S (2012).

Entrambi sono un caravanserraglio per registi in cerca di spazio o nomea i cui pochi metri di celluloide per ciascuno sono incorniciati da pretesti narrativi deboli quanto inutili, dato che non esiste un tema o un filo rosso che davvero li accomuni.

L’unico dato che rende più coerente V/H/S è la scelta tecnica del low-fi dato anche il low-budget, che non necessariamente implica low-quality, ma in questo caso decisamente sì: se in The theatre bizarre almeno la forma è più autoriale e raffinata (peccando di una generale mancanza di idee originali controbilanciata da una discreta tonnellata di gore), in V/H/S il rimestare nei luoghi (più) comuni dell’horror americano (serial killer, snuff-movie, possessioni, mostri di varia natura) è solo occasione per sbattere da una parte all’altra una telecamera a mano (nota a margine: Ti West si ostina nel volerci confermare di essere il regista più fastidioso e sopravvalutato della galassia).

Nel 2012 The ABCs of the death rilancia la sfida con un obiettivo mastodontico: a 26 registi viene assegnata una lettera in base alla quale stabilire il titolo di un loro corto per il quale avranno completa libertà creativa (e credo che i produttori se ne siano pentiti amaramente).

Non si comprende assolutamente, visti i risultati mediocri, perché i produttori, invece di tentare di dare spazio a chiunque, di creare l’antologia definitiva o di soddisfare il proprio giro di amici, mettendo in circolazione un accumulo d’imbarazzante prosopea amatoriale o di autorialità fallimentare, non abbiano adottato una strategia di maggior progettualità, in cui la qualità non venisse sopraffatta dalla quantità, sulla scia di Three (2002), ma soprattutto dell’eccellente Three…extremes (2004, diretto da Takashi Miike, Fruit Chan, Park Chan-wook: non c’è altro da aggiungere).

D’altra parte stiamo filosofeggiando su pluri-auto-produzioni, un’unione di sforzi e brandelli di visibilità senza una reale unione d’intenti che non fosse vile pecunia (perché se trattasi di espressioni artistiche è meglio soprassedere, se d’intrattenimento è auspicabile far arrivare il messaggio che si sono divertiti solo gli autori).

In The ABCs of the death le delusioni sono tante e tali (da Nacho Vigalondo, regista di Los cronocrimenes, da cui non mi aspettavo del comico-grottesco fino a un tal Ernesto Diaz Espinoza che copia l’idea centrale proprio di Los cronocrimenes, passando per animazioni o deliri giapponesi a base di funzioni corporee, l’immancabile e prescindibile Ti West, un Ben Wheatley autoreferenziale e via discorrendo attraverso nuovi orizzonti dell’inguardabilità) che si rischia, soffocati da un senso di fatica e di masochismo, di non prestare sufficiente attenzione a tre corti che avrebbero meritato di essere estrapolati per costituire una tripletta a sé stante: avremmo guadagnato un pregiato cult, invece la maggior parte delle persone non li vedrà mai.

I tre episodi ampiamente meritevoli sono R is for Removed di Srdjan Spasojevic (A serbian film), X is for XXL di Xavier Gens (Frontières, The divide) e L is for Libido di Timo Tjahjanto

 R is for Removed, a sorpresa, vista la discutibilità e le ingenuità provocatorie e di scrittura di A serbian film, è l’episodio che più rimane impresso per l’impatto e la ricerca da un punto di vista visivo: storia surreale di un uomo intrappolato da un medico che lo scarnifica periodicamente per creare con i suoi tessuti pellicola cinematografica. L’uomo, ingabbiato e incatenato su una sedia a rotelle, viene esposto agli scatti dei paparazzi e agli abbracci isterici della folla che ammirano i suoi film particolari. La ribellione del paziente conduce a una rivelazione sul suo passato e a un finale disperato e catartico.

Privo di dialoghi, pensato, costruito e montato in modo accurato e maniacale, R scolpisce l’allegoria sulla violenza, la guerra e gli strascichi interiori che Spasojevic non è riuscito a incastonare in A serbian film, tracciando una storia a colpi di metafore o singoli dettagli inseriti al momento giusto che regala più di un’inquadratura potente degna di un Magritte sotto droghe mescaline.

X is for XXL è indubitabilmente l’episodio più feroce, sempre ai limiti dell’intollerabile e probabilmente difficile da sopportare per la maggior parte degli spettatori: una ragazza vessata per il suo eccesso di peso e con problemi di bulimia, ispirandosi alle forme toniche di una modella televisiva interviene nel modo più cruento sul suo corpo. Quando afferra il coltello elettrico per compiere la sua trasformazione lo showdown di dolore non è ancora giunto al suo apice, che lascerà turbato anche chi non ha alzato un sopracciglio per lo scuoiamento presente in Martyrs (speronato e superato a destra).

L is for Libido è diretto da un emergente regista indonesiano, Timo Tjahjanto (qui potete leggere un’intervista) noto a pochi eletti per aver diretto Macabre col connazionale Kimo Stamboel sotto lo pseudonimo di The Mo Brothers (primo film a essere bandito in Malesia).

Ho già posto qualche speranza nel sempre indonesiano Joko Anwar che insieme Tjahjanto ha tutte le carte in regola per dare inizio all’esportazione di cinema asiatico che potrebbe essere dirompente anche più dell’infiacchita new-wave horror francese, ammutolendo i critici con la caratura artistica e gli spettatori per le dosi apparentemente illimitate di idee perturbanti e disturbanti.

L is for Libido è una discesa a stadi nelle perversioni sessuali, un apologo desadiano sul sesso come strumento di potere e sulla depravazione, sull’eccitazione e sui limiti cui si può spingere la fantasia erotica, sul riscatto morale e l’inevitabile sconfitta dei paria della società. Una coppia di maschi è costretta a masturbarsi di fronte a stimoli erotici sempre più immorali. Chi non riesce a raggiungere l’orgasmo viene impalato. Il vincitore di più sfide si spinge sempre più oltre nel liberarsi dei propri taboo per riuscire a eccitarsi fino a che trova il suo blocco etico per il quale sarà premiato con una gloria grandguignolesca.

Abile nel suggerire, più che nel mostrare, Tjahjanto imprime sempre più accelerazione nella vicenda facendo accavallare dettagli e stimoli che schiaffeggiano lo spettatore che non ha tempo di voltare lo sguardo, costringendolo ad assistere come le persone mascherate che si godono l’osceno spettacolo dall’alto, tra applausi e risate, facendogli esplodere in faccia momenti di violenza barocca, eppur realistica, che farebbero impallidire qualsiasi censore.

vhs2Tjahjanto lo ritroviamo nell’unico episodio degno di nota di V/H/S 2 (Safe heaven) codiretto con Gareth “The raid” Evans.

Se Evans è facilmente deducibile che abbia immesso nel corto l’adrenalina, e abbia aiutato a calcare la mano sull’esagitazione della violenza, Tjahjanto crea un contesto che nuovamente attraversa i temi del potere e della soggezione realizzando quello che avrebbe potuto essere Pro-life di Carpenter se Carpenter quel giorno non si fosse addormentato sul set.

Sette religiose, giovani e ingenui giornalisti, santoni e bambini, gravidanze improprie, ventri squarciati, stragi e suicidi di gruppo, corpi e teste che esplodono, incarnazioni maligne e pure una sadica puntinatura di humour nero colorano un episodio che ha evidentemente divertito i suoi realizzatori, ma diverte pure lo spettatore quando il ritmo impenna e diventa quello di una montagna russa che passa tra i gironi infernali mentre il body-count sale vertiginosamente.

In Safe heaven ritroviamo pure Fachri Albar (The forbidden door) e Hannah Al Rashid (Modus anomali), tenue legame con Joko Anwar che spero non sia privo di significato.

Un commento su “Antologie horror: da Ti West a Timo Tjahjanto

  1. Jabato
    16/09/2013

    D for Dog fighting non è malaccio (un po’ troppo patinato)
    Alcuni episodi dove il limite tra imbarazzante e “amatoriale” è labilissimo (Lettera F ed E ad esempio)

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