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Peace is for pussies

Prisoners

PrisonersIntrigato da paragoni lusinghieri come il nuovo Il silenzio degli innocenti, la visione di Prisoners lascia di più la sensazione di aver assistito a una puntata inutilmente dilatata di Law&Order: SVU annacquata da ingenuità narrative, prevedibilità e uno scoperto autocompiacimento retorico.

Le puntate di Law&Order:SVU avevano almeno il pregio di basarsi su personaggi carismatici, storie tanto sconvolgenti quanto difficilmente prevedibili negli esiti, finali antiretorici e realisticamente amari e una durata di 60 minuti.

Villeneuve tenta di conferire al film un’atmosfera analoga a quella del più noto film di Demme, ma, escludendo gli attributi autunnale  e plumbeo merito dei paesaggi, a Prisoners mancano proprio gli elementi peculiari di quella pellicola, per cui ogni paragone di questo tenore è stato scritto da un critico ragionevolmente in stato d’ebbrezza.

Un critico che non sa quali paragoni scegliere per illustrare al lettore la tipologia di film in discussione, tirerà fuori dal cappello pure Seven, eppure gli stiracchiati riferimenti o sottotesti alla religiosità di un paio dei protagonisti non vanno molto più in là dell’essere parte di una mera caratterizzazione di psicologie e non di un clima escatologico o di un modus operandi del villain.

Invece un critico che nei film di genere ci sguazza, durante le lunghe digressioni catturiamo il presunto colpevole e torturiamolo finché non confessa, avrebbe il tempo di ricordare di aver già visto Les 7 jours du talion (un medico sequestra lo stupratore-assassino della figlia di pochi anni e decide di vendicarsi nei modi più crudeli) e se l’ha visto un horror-maniaco di provincia, figuriamoci se non l’ha visto un regista di genere connazionale di Daniel Grou.

Se proprio dobbiamo evidenziare dei confronti, questi sarebbero da ricercare con un film sovrapponibile in parte per i contenuti e totalmente per atmosfera e ambientazione (se non fosse che Les 7 jours du talion pecca in minimalità della trama, ma è superiore sotto ogni altro aspetto).

Prisoners è un film bicefalo.

Da un parte torture-movie, che diventa gratuito in quanto manca il dilemma etico nel personaggio (Hugh Jackman, nei panni di Keller Dover, padre di una bambina rapita da un maniaco pluriomicida, interpreta con facile virilità l’equivalente dell’americano medio, per cui ti aspetti che ragioni come un animale, non si ponga un dubbio sulla scelta della sua vittima e che, tra una canzone religiosa e l’altra ascoltata in radio, possa tornare senza remore a spaccare un altro po’ di faccia al malcapitato. Inoltre anche lui va incontro a un esaurimento nervoso alcolico come accadeva nell’altro film canadese citato).

Questa parte del film è pure quasi del tutto inutile allo svolgimento dell’indagine e serve solo per regalare a Hugh Jackman un momento finale di riscatto morale che lava via ogni comportamento fascista messo in atto nelle due ore precedenti (il film dura un’eternità), quando una nota sarcastica non avrebbe di certo rovinato il tono funereo e lacrimevole fino ad allora mantenuto.

Dall’altra parte scorre parallela l’indagine sul rapimento della figlia di Keller, condotta dal detective Loki (sigh!) interpretato da Jake Gyllenhaal tatuato come De Niro in Cape Fear, ma con la sua costante e poco credibile espressione emo che si porta dietro dai tempi di Donnie Darko (i tatuaggi rappresentano un suo passato religioso, una crisi mistica, un’esperienza transitoria nello spaccio portoricano? Con quell’espressione tanto caruccia Gyllenhaal non riesce a trasmettere l’idea di un personaggio con un background personale complesso e sofferto e in più di un’occasione sembra un bamboccione sotto tranquillanti).

Le dinamiche del giallo tengono sveglia l’attenzione puntando pigramente sul semplice chi è stato?, ma gli elementi risolutori sono così scoperti che non comprendere l’identità del colpevole e il suo movente è impossibile almeno che non vi siate addormentati (e questo è molto più probabile dato che una mezz’ora di film sarebbe stata sforbiciabile).

Pertanto a metà film avrete già una visione d’insieme del mosaico investigativo e inizierete a sperare che sia stato previsto qualche colpo di scena, che no, lo sceneggiatore non può praticamente aver messo la confessione in bocca a un personaggio, e invece tutti i pezzi del puzzle si ricompongono in modo lineare e piatto seguiti da un finale che ambirebbe a essere adrenalinico, ormai fuori tempo massimo (c’è, in effetti, una citazione della scena di scambio delle porte ne Il silenzio degli innocenti, ma in quest’ultimo seguivano secchiate di adrenalina in faccia), ma risulta lacrimevole e trascinato oltre ogni logica (la scientifica ripulisce da cima a fondo la casa del colpevole e si dimentica di un’autovettura non certo invisibile).

E quando si sfocia nel lacrimevole oltre i limiti temporali per me concepibili (30 secondi) le scene diventano fonte di distillata noia.

Pur salvando qualche valida performance attoriale, con qualche perplessità su Gyllenhaal e sul sottoutilizzo di un attore come Paul Dano, e la generica atmosfera da viaggio ai confini della società civile, il film non offre spunti originali, narrativi o di riflessione, eccede in lunghezza insistendo sul dolore dei genitori, gestisce male la diluizione degli elementi investigativi, e non crea un contrappunto bilanciato, per quanto banale, fra razionalità e furia irrazionale insito nella dicotomia della trama.

Se apprezzate il genere maniaco sessuale / action / caccia all’uomo vi consiglio di recuperare i ben superiori The chaser e I saw the devil e di lasciar perdere questo film opaco, non sorprendente e per molti versi reazionario e superato.

2 commenti su “Prisoners

  1. Ma sai che anche io dopo aver letto così bene in giro di Prisoners, mi sono chiesto se avessero mai visto il film di Grou?
    Io non sarei stato così spezzaossa con Prisoners, comunque mi è scivolato addosso senza colpo ferire. Acquetta calda.
    La cosa che mi ha più infastidito è che effettivamente il comportamento di Jackman è davvero nazista e gratuitamente violento (perché è colpa di Dano? Perché sì…), mentre su 7 jours la violenza è frutto di una rabbia e un dolore che trascende i limiti di umanità. Infatti la redenzione finale nei due film è ben differente: Grou riporta il male in “carreggiata” ma non giudica; Villeneuve dice che dopo due\tre giorni sottozero in un buco, forse ti si può perdonare che hai torturato a morte un innocente.

    ps: hai notato che per trovare jackman alla fine scavano tutto il giardino ma non pensano a spostare la ca##o di macchina?

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  2. Lenny Nero
    19/12/2013

    Ho notato. Una sequenza stupida e imbarazzante col fine di suscitare simpatia verso quell’immonda testa di cazzo. Più ci penso più ritengo che questo film sia da dimenticare.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/11/2013 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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