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Confessions (Kokuhaku)

confessions

Pellicola del 2010 di Tetsuya Nakashima, pluripremiata e tratta dal libro di Kanae Minato (edito in Italia nel 2011 col titolo Confessione), ha avuto un fugace passaggio in Italia prima al Far East Film Festival e poi in sala solo nel 2013.

E’ un film da recuperare soprattutto se si è appassionati di temi che sembrano tanto cari in modo trasversale al mondo orientale (vendetta e redenzione) e si considera stucchevole il trattamento in salsa occidentale (delitto e castigo), anche se al di là di evidenti meriti (struttura narrativa, l’intensità emotiva, una prospettiva attuale) e demeriti (inutile autocompiacimento del regista che preme il pedale sulla retorica visiva, forse per strapparci qualche lacrima o forse perché gli avanzava qualche soldo per gli effetti speciali) non racconta nulla che proprio i conoscitori di certa cinematografia non abbiano già ampiamente metabolizzato.

Se non conoscete la trama vi godrete maggiormente, sentendovi anche un po’ mancare il fiato, il lungo monologo iniziale che invece di risultare pesante scorre fluido in un crescendo di orrore grazie al montaggio alternato con immagini-pugno e a una perfetta direzione della scena: una docente annuncia il suo ritiro dalla professione e narra alla classe i dettagli della sua vita personale, proseguendo con l’omicidio della figlia e l’identificazione degli assassini proprio tra i suoi alunni, e con sadica disinvoltura descrive il suo piano di vendetta messo in atto proprio mentre parla.

E il balzo sulla sedia è assicurato.

La storia è articolata nelle confessioni dei protagonisti e nelle conseguenze drammatiche del piano di vendetta attuato dall’insegnante, in un vortice di scene di panico, follia e omicidi perpetrati da e ai danni di preadolescenti.

L’assunto cronachistico è che la giurisprudenza giapponese non prevede reali condanne per criminali con meno di 14 anni, ma nell’ultimo decennio ammontano a centinaia i delitti gravi compiuti da minorenni, di cui alcuni particolarmente efferati (il mostro di Kobe, omicidio Furuta).

La prospettiva di Confessions è quella di mettere in contrapposizione la furia vendicativa di una madre contro un dodicenne psicopatico che pensa di poter rimanere indenne grazie alla legge: l’adulto regredisce ad animale e dalla sua ha spietatezza, pazienza e la consapevolezza che non potrà mai esserci alcuna vera compensazione (in una conclusione nichilistica e antimoralista racchiusa in un’ultima frase a schermo nero che distrugge ogni speranza), tanto che la persona senza possibilità di redenzione e ormai moralmente sperduta è, di fatto, l’insegnante.

Il risultato è indubbiamente drammatico e l’effetto domino del gesto iniziale della vendicatrice non porterà altro che disperazione e morte ad ampio raggio (il potere della menzogna e della paura), ma nulla è davvero lasciato al caso e le rivelazioni e i passaggi dei vari incastri narrativi riveleranno un’orchestrazione disumana (da ogni punto di vista).

Confessions è avvincente perché quando sembra aver svelato tutto in realtà ha mostrato solo una faccia della realtà, perché è montato con gran classe e senso del ritmo e perché è crudele e provocatorio mettendoci a confronto con una dimensione mentale giovanile puntellata da cattiverie veicolate dagli smartphone, blog inneggianti a torture di animali o all’omicidio dei parenti, assenza di qualsiasi considerazione della vita propria e altrui (la protagonista nella sua dichiarazione d’intenti inserisce la volontà di far apprezzare proprio il suo significato) e di consapevolezza in merito alle conseguenze dei propri gesti.

Presumo che se si è genitori dopo si possa guardare i propri figli sotto una luce dalle sfumature macabre.

Nakashima abbandona il rosa-shocking di Kamikaze girls e predilige atmosfere plumbee, realistiche nelle sequenze più sanguinolente, a tratti oniriche e funeree con una certa stilizzazione nell’uso di desaturazione e contrasti, disperdendosi nella parte finale in un paio di momenti in cui si lascia andare a qualche barocchismo ed effetto speciale un po’ pubblicitario e tronfio che stona leggermente in un contesto costruito sul sincopare schiaffi allo spettatore.

Il punto debole, se proprio lo si vuole cercare e che può indurre un appassionato di genere a considerarlo un prodotto minore, anche se più appetibile per il grande pubblico per l’impostazione tra il mistery e il thriller, è che di film ben più originali su vendetta e redenzione ne è piena già solo la cinematografia giapponese, con architetture narrative più complesse e meno focalizzate su una particolare problematica, e che se hai visto qualsiasi film di Shion Sono, o almeno il suo monumentale Love exposure (che non ho mai avuto il coraggio di recensire seriamente perché data la sua complessità si renderebbero necessari almeno dieci post), che altro rimane da raccontare sui giovani giapponesi dopo che sono già stati descritti come l’arma di distruzione etica di massa del nuovo millennio?

Un commento su “Confessions (Kokuhaku)

  1. La prima mezz’ora è davvero eccezionale. Penso di averla rivista un paio di volte perché non ci credevo…
    Per il resto è un film notevole sotto tutti i punti di vista tranne per la sceneggiatura che dopo un’oretta mi ricordo stanca e ripetitiva, ma dovrei rivederlo.
    Favoloso come è stato girato il finale.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 08/01/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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