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Neorealismo horror: We are what we are / Jug face / The battery

wawwaArriva un momento della vita in cui uno deve prendere in considerazione l’ipotesi che uno dei segni dell’invecchiamento sia non riuscire più a farsi coinvolgere da un film senza pensare questo l’ho già visto e riuscire a prevedere con ampio anticipo l’esito di qualunque arco narrativo, mentre un altro sia (per assuefazione ai tempi serrati delle serie televisive?) provare noia per un ritmo lento che non si percepisce come necessario, mentre dieci ore di un serie ugrofinnica sottotitolata che concentra in un episodio più twist di una dozzina di film riescono a tenere viva la tua attenzione.

E’ una forma di ADHD senile: stupiscimi, colpiscimi, intrigami entro 15 minuti, non concedermi il tempo di capire dove la storia andrà a parare altrimenti il tempo non te lo concederò io.

Descritta e confessata la degenerazione attuale della mia forma mentis, ho ritenuto comunque ingiusto non dedicare almeno qualche riga con intenti di suggerimento e proposta per chi, fra gli horror-maniaci, non ne abbia avuto notizia, a tre delle pellicole che nell’ultimo anno hanno generato un po’ di passaparola positivo e che sembrano rientrare in una comune tendenza che, in modo azzardato, potremmo definire neorealista (e che al sottoscritto non dispiace), nonostante mi sia chiesto perché non ne abbiano decurtato almeno mezz’ora da ciascuna.

Ritengo anche più sensato aggiungermi alle altre voci che li hanno suggeriti che non perdere tempo a denigrare l’ennesimo blockbuster americano che, per definizione, è sterco (sì, sto parlando per esempio del remake di Carrie) e se uno lo scambia per diamante grezzo è più adatto a gestire un blog dedicato all’ikebana.

In ordine di pregi va segnalato We are what we are.

Diretto da Jim Mickle, curiosamente partito da Transamerica per arrivare al piatto Stakeland passando per un più originale Mulberry St., è il remake di Somos lo que hay (di Jorge Michel Garau, autore di Ingrown per ABC’s of the death: incentrato sul tema del femminicidio, non lascia alcun segno).

La sceneggiatura ci prova, ma non si sforza, a conservare un’aura indefinita sul segreto della famiglia Parker, tuttavia che si tratti di un particolare stile alimentare è facilmente deducibile dopo pochi minuti e anche il finale non sorprende, rientrando in logiche diffuse di ribellione edipica, generazionale, sessuale.

Gli elementi che conferiscono una qualità di prodotto maggiore al film sono la confezione e il cast: la fotografia di Ryan Samul, che ha sempre supportato Mickle, è tra le migliori viste di recente e contribuiscono in modo pesante a creare un’atmosfera da lugubre focolare e a gettare sui protagonisti una luce spettrale, da portatori di morte, e le immagini che ci vengono restituite sono degne di un regista che sa come costruirle permettendoci di dimenticare almeno per due ore anni di produzioni low-budget al limite dell’inguardabilità.

Siamo molto al di sopra di Mulberry St. e Stake land dal punto di vista meramente tecnico e la crescita di Mickle è evidente, quasi spiazzante.

Film ipnotico (a volte anche troppo), per cui dimenticatevi l’adrenalina dei precedenti, architettato come un incubo, la sua peculiarità è quella d’immergere i personaggi nella quotidianità civilizzata e nel descriverci la loro, senza soluzione di continuità, senza dipingere i soliti freak isolati in cui s’imbattono casualmente dei bellimbusti, creando così il presupposto per uno scontro fra modernità e fede atavica e all’interno del nucleo famigliare.

E’ una pellicola fondata sui contrasti interiori ed esterni che si risolvono nell’unico modo possibile (in questo dissento da chi considera sorprendente il finale) per quanto, va sottolineato, sia selvaggio e fortemente iconico allo stesso tempo e dopo averlo visto Goya ha ridipinto il suo Crono.

Inoltre se Jim Sage è oscuro e minaccioso nel suo fanatismo, si rimane stupiti dai volti e dalle performance di Julia Garner e Ambyr Childers, che gli rubano la scena.

jfDi minor qualità (scarso budget e scarsa inventiva nel mascherarlo), ma più accattivante è Jug  face.

Primo lungometraggio di Chad Crawford Kinkle, nonostante la trama sia basata sull’esistenza di un’entità (che richiede periodicamente sacrifici umani a una esigua comunità di redneck ricambiandoli con le proprietà salvifiche dell’acqua del pozzo in cui si nasconde), intriga per la scelta di rendere realistico e accettato come dato di fatto il sovrannaturale.

Non c’è alcun mistero da svelare, nessuna mitologia da inventare: il dio pagano esiste, agisce e influenza tutta la struttura sociale e l’esistenza dei fedeli.

Dawai decide chi vive e chi muore, Dawai assegna le funzioni sacerdotali (la creazione sciamanica di brocche con il volto del prescelto), Dawai rifiuta le offerte e fiuta gli inganni e finché un ingranaggio ribelle non torna al suo posto ne colpirà cento finché quell’uno non sarà messo al suo posto.

Storia di crescita personale, di accettazione della responsabilità, di sensi di colpa con contorno di sgozzamenti, smembramenti e aborti spontanei (se non ne avete mai visto uno, Jug Face ve ne offre l’occasione) e di ineludibile destino sociale (temevo una svolta consolatoria arricchita di baracconate e magie e invece la prospettiva si mantiene sui binari del materialismo e lascia una sensazione di crudele amarezza), si regge soprattutto sull’interpretazione di Lauren Ashley Carter, che riesce a creare con naturalezza una grande empatia col suo personaggio, e di Larry Fessenden (presente anche anche in tutti i film di Mickle e visto nel recente You’re next)  e sulla collocazione di questa normalità anomala a due passi dalla città, rendendola metafora a noi vicina e non solo pretesto per una banale storia-di-terrore.

tbUltimo (ma per alcuni fan degli zombie-movie tra i migliori del genere), The battery.

Altra opera prima, di Jeremy Gardner (anche sceneggiatore e coprotagonista), è un film che si barcamena tra toni scanzonati e disperati (la scena di masturbazione davanti a una zombie sexy), in cui due amici, uno ormai votato allo stoicismo rassegnato, l’altro ancora aggrappato alla vita, devono sopravvivere da soli in un mondo popolato da zombie e da pochi umani rimasti che si sono tramutati in veri stronzi.

La scelta anche in questo caso è quella di conferire una rappresentazione credibile a una situazione incredibile, in cui non si spinge il tasto sulla spettacolarizzazione dei drammi personali (ormai che cosa potrebbe accadere di peggiore che essere sbranato da un non-morto?) o della violenza (se spacco la testa a uno zombie non sarò preciso, sarò agitato, urlerò, temerò per la mia vita o, al contrario, lo farò con la ferocia dell’abitudine come se fosse l’unica attività che posso e so svolgere), ma sulla sensazione di sospensione temporale che grava su un’esistenza che si limita a rimandare una sentenza già emanata.

Il problema è che a causa di un’eccessiva dilatazione dei tempi viene proprio a mancare la percezione di trovarsi sempre più verso la fine di un vicolo cieco e quando la tensione dovrebbe crescere in modo esponenziale, nonostante il carisma naturale come attore di Jeremy Gardner il dramma conclusivo arriva come un pugno scarico.

Il filo rosso che sembra passare intorno a questi tre film così differenti è la scelta di abbandonare temi da luna park per condurre il genere horror in territori meno rassicuranti, farci sentire addosso l’alito di un cannibale come se fosse quello del nostro vicino, farci provare la stretta mortale di un leviatano che diventa stretta morale della società e farci vivere la reazione a una minaccia di morte che non sia quella di un cowboy o di Chuck Norris.

Posto che mi annoio facilmente e, a costo di scandalizzare qualche aficionado, tra uno zombie-movie come The Battery e la sua impostazione bergmaniana (Ingmar, perdonami!) e il testosterone di La Horde non ho dubbi su quale far ricadere la mia scelta se non ho voglia di chiacchere o tempi morti.

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Questa voce è stata pubblicata il 22/01/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , , .

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