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Peace is for pussies

Lovely Molly

lmE’ curioso il percorso intrapreso dai due registi di The Blair witch project, così lontano dall’oggetto che li ha resi famosi, come contenuti e come stilemi, quasi avessero deciso di lavorare in sordina, con meno clamore, ma con maggior libertà artistica e possibilità di sperimentare.

In particolare Sanchez aveva già diretto uno scifi-horror originale e paradossalmente divertente come Altered e passando per le evocazioni mostruose di The seventh moon compie un’altra svolta con Lovely Molly, che avevo pigramente trascurato (risale al 2011 ed è stato distribuito in Italia nel 2012 col titolo I segreti oscuri di Molly) e che non solo mi ha intrattenuto, ma in un paio di occasioni mi ha pure stupito, disgustato o strizzato l’occhio con riferimenti cinefili inattesi (per il mio pregiudizio verso The Blair witch project che, pur storicamente importante, considero tuttora dozzinale e soporifero).

Le prime immagini riprese in prima persona con telecamera digitale inducono il venefico sospetto che si tratti di un film che vuole imitare l’inguardabile serie Paranormal activity, o che almeno voglia indurre il popolo gonzo a pensarlo.

Con una progressione narrativa a dir poco ellittica, da un flashforward tragico seguito dal matrimonio della protagonista Molly veniamo introdotti subito alla quotidianità di quest’ultima tempo dopo nella casa di famiglia.

La narrazione segue intelligentemente una costruzione a spirale che ripercorre la discesa progressiva di Molly in uno stato di follia fino a che l’ultimo e più piccolo cerchio si stringe intorno alla verità (o a una sua parte).

Molly sembra manifestare alcuni segni di schizofrenia e le allucinazioni visive e uditive si moltiplicano di giorno in giorno spingendola a cercare di dimostrare disperatamente agli altri che c’è qualcuno nell’appartamento, qualcuno che lei conosce molto bene e la perseguita.

Il passato di Molly non viene illustrato con un classico momento ora ti spieghiamo tutto per venire incontro alle tue capacità mentali, ma tramite frammenti di dialoghi con la sorella e il marito che costringono lo spettatore a comporre un suo quadro della situazione mentre si chiede se esista un elemento sovrannaturale o si tratti di un caso psichiatrico.

Le telecamere digitali, quella di Molly e quelle a circuito chiuso, restituiscono la verità materiale di una situazione mentale in disgregazione, e proprio alla telecamera Molly affida le sue parole, come se questa non potesse mentire e non riprendere tutta la realtà, in una logica alla Blow-up per cui l’immagine ripresa fissa l’intero esistente, compresi dettagli nascosti dalla illustrazione falsa e stilizzata della realtà.

E se il soprannaturale fosse proprio quel dettaglio che la telecamera non può catturare?

Lovely Molly, pur essendo sulla carta un case-study, mescola tutte le opzioni possibili per mantenere lo spettatore nell’ambiguità e nell’incertezza unendo due elementi perturbanti: l’imprevedibilità anche violenta di una persona malata e la possibilità di una minaccia intangibile.

Da questo conflitto con sfumature mendaci da thriller paranormale, che ricorda, con i dovuti paragoni, inchini e scuse, Repulsion e L’inquilino del terzo piano, deriva un’angoscia crescente: da un parte si entra in empatia con Molly, dall’altra la si teme perché le sue crisi isteriche e i suoi momenti narcolettici in crescendo lasciano presagire che scorrerà del sangue.

La violenza del film non è mai banale, le morti sono realistiche, originali, faticose  e la lunga scena del bacio-morso al marito è una sequenza dolorosa e quasi insostenibile che conduce il film nella fase in cui tutto può accadere, chiunque può essere abbattuto e, soprattutto, alla risoluzione delle vicende di Molly.

Sanchez, non tradendo i suoi propositi di mantenere alto il livello di ansia e far restare il film sui confini tra razionalità e illusione, privandosi così della possibilità di tirare il climax fino all’ultimo secondo, preme il piede sull’acceleratore e mentre la realtà si colora di sangue crea dei contrasti equivoci lasciando alla telecamera del film, non più quella di Molly, di dipingere un’altra prospettiva, in una sequenza onirica che rimanda alle scene iniziali di The night of the demon di Tourneur.

Non contento, il ritrovamento di un album di fotografie grottescamente ritoccate e una suggestione sonora finale forniscono nuovamente indizi contradditori che lasciano col fiato sospeso.

Film che è una vetrina per l’esordiente Gretchen Lodge, impegnata in una riuscita e difficile performance che ricorda quella della Gainsbourg in Antichristl’intelligenza della scrittura di Jamie Nash, che affianca sempre Sanchez, è un plusvalore che non può che essere sottolineato perché crea la differenza fra un film innocuo e un film che pochi mezzi, ma sapientemente usati, riesce a tener viva l’attenzione dello spettatore e a farlo compartecipare di una frustrazione profonda che non trova sbocco o spiegazioni.

Se cercate dei semplici salti sulla sedia invece che del sano malessere esistenziale e una descrizione limpida dei fatti evitatelo: c’è pur sempre James Wan.

Un commento su “Lovely Molly

  1. Quello che apprezzo in Sanchez è la sua innata coerenza filmica. Pur essendo un regista di margine, è sempre facile riconoscere il suo stile anche quando “esce dal genere” come in Altered. La coerenza e la sensazione che trasmette di voler seguire un progetto (esagero, alla kubrick) è molto profonda, almeno per me.
    Io lo considero uno dei migliori registi horror sulla scena attuale. Peccato lo scivolone in vhs2. Lo aspetto al varco con la sua rivisitazione del bigfoot…

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Questa voce è stata pubblicata il 30/01/2014 da in Cinema, recensione con tag , , .

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