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Peace is for pussies

Eravamo io, Woody, Roman e un barattolo di Vim

??????????????La premessa è che non esiste parafilia che consideri più esecrabile della pedofilia.

Non si tratta solo di una presa di posizione razionale o dovuta a ragionamenti raffinati, ma a una reazione viscerale che considero persino, horribile dictu, sana.

Alcune persone manifestano reazioni istintive abnormi nei confronti di banali comportamenti omosessuali, io nei confronti della pedofilia.

Mi suscita brividi il solo pensiero, mi si annebbiava la vista durante certi episodi di Law&Order: SVU, la visione di Mysterious skin mi ha procurato un malessere persistente e al minimo accenno alla questione inizio a urlare dentro di me.

E non perché abbia mai subito abusi di quel tipo, si tratta di un meccanismo di difesa primordiale, come se non riuscissi a immaginare peggiore devastazione a carico di un bambino.

L’alibi della patologia per i pedofili non è più alibi nel momento in cui le loro preferenze sessuali risultano incompatibili con la società e non credo in alcun tipo di riabilitazione (sarò rasserenato dall’esistenza di dimostrazioni contrarie che, per mia ignoranza, non conosco).

E non fraintendetemi, non sono a favore di metodi barbari di contenimento, ma anche solo un lussuoso carcere norvegese a vita mi sembra un’onesta soluzione e nulla mi procura maggior terrore dell’idea dell’incarceramento, che auguro a pochi selezionati individui.

La premessa è dovuta al fatto che spesso di un testo si leggono le conclusioni o si traggono conclusioni senza porre attenzione a ragionamenti e sfumature, e questi riguardano l’espressione di un disagio che ho scoperto non essere solo mio.

Il disagio riguarda quegli artisti accusati (o persino condannati) di atti di violenza sessuale nei confronti di minori.

E magari tra questi artisti rientrano alcuni dei tuoi preferiti o comunque artisti che hanno lasciato un segno indelebile in qualche settore dell’Arte.

Prendere in considerazione solo il resuscitato caso di Woody Allen e Dylan Farrow è una scelta troppo foriera di spunti intellettualoidi, esibizione retorica, complottismi, gare a chi ha compiuto un’analisi processuale, pro e contro, che neanche un team composto da John Anderton e una dozzina di precog, oltre al fatto che penso che a molti editorialisti di Dylan Farrow non importi proprio nulla se non il crearsi di schieramenti che creino discussione e quindi click e vendite.

E non è neanche semplice prendere posizione: da una parte un giudice che ha stilato un documento velenoso, ma che ha preferito non procedere, una ex-moglie che appare più vendicativa di Medea, il fatto di aver sposato una donna molto più giovane, che non era sua figlia adottiva, ma era come di fatto lo fosse, dall’altra team di esperti di ogni genere che hanno scandagliato e scagionato Allen in più occasioni e uno squilibrio d’immagine, quella dell’artista impacciato, brillante, mite, ora anziano intrappolato in esili stereotipi che proietta nei suoi film e la cui affermazione più violenta e polemica di cui abbia memoria è Sono i Forrest Gump che portano al fascismo.

Eppure un pedofilo non lo riconosci certo da criteri lombrosiani o da un alone intorno alla testa e pensate sempre che con Jeffrey Dahmer (per lo meno 20 chilogrammi prima del carcere) tutti ci saremmo usciti a cena e in ogni caso il complottismo moderno vede rettiliani ovunque voglia vederne, per cui ormai non c’è apparenza morigerata che tenga.

Pondero talmente tanto certe accuse che prima di lanciarle addosso a una persona mi attacco fermamente ai principi del fino a prova contraria o dell’oltre ogni ragionevole dubbio, ma, come da premessa, la ragionevolezza si va a far benedire con facilità.

E comprendo il disagio di usufruire delle opere di un artista con tale criminosa etichetta, l’urgenza di prendere una posizione, di attuare un ostracismo culturale (come se affermare che Blue Jasmine è un buco di film con un’attrice enorme intorno non fosse già sufficiente a demolirlo, ma è un gioco facile con moltissimi film di Allen da qualche lustro), il farsi trascinare da sensazioni a pelle, l’appiglio a singoli dettagli o a una loro interpretazione che potrebbe essere paranoica (il punto non è se sei paranoico, ma quanto sei paranoico…) così come giusta, o l’empatia verso le sedicenti vittime che, ed è banale psicologia, più spesso non parlano, preferiscono rimuovere, e devono smuovere riserve inimmaginabili di coraggio per accusare i carnefici.

Ed elaborare un’accusa di tal peso, senza che ve ne siano fondamenti, sarebbe ignobile quasi quanto l’abuso stesso ed è difficile credere che avvenga, anche se Vinterberg sostiene di no.

Tuttavia certi addebiti aprono una crepa nel cervello dello spettatore e creano una sottile angoscia, un senso di colpa, non si riesce più a godere del prodotto dell’artista con la stessa lucidità, perché nella sua opera ci vuoi vedere i segni della sua maledizione, perché ti senti connivente e omertoso.

Nel caso di Allen decidere di dimenticarsi della sua esistenza può non essere stato un enorme danno culturale negli ultimi vent’anni (ma se mai lo fosse, non sarebbe stato pedofilo anche prima?), ma, almeno nel mio caso, il disagio aumenta esponenzialmente con altri casi umani, come quello di Roman Polanski che rientra nella categoria “stupratore di minorenne certificato – reato derubricato a sesso extramatrimoniale con minorenne – gli Stati Uniti mi portano rogna, non ci torno più neanche a scontare una condanna lieve”, insomma, un vaffanculo fatto persona.

Il controverso stupro (Polanski non l’ha mai descritto come tale) si è verificato nel 1977, un anno di cesura perché obiettivamente quelli che potremmo riconoscere in modo unanime come capolavori li ha diretti prima, ma successivamente ha diretto alcuni dei film che più mi hanno lasciato un segno in termini di riflessioni o immaginario, film che mi hanno fatto pensare questo è il tipo di cinema di cui ho bisogno in questo momento, questo è un film che farà parte di me.

Ho dimenticato lo stupratore e mi sono concentrato sull’artista, perché, dopo tutto, il mio ostracismo avrebbe ripulito la sua fedina penale?

Se il colpevole di reati così odiosi non viene condannato non è forse colpa delle inefficienze o debolezze del sistema giudiziario?

Se un mostro riesce a produrre qualcosa di obiettivamente bello e, soprattutto, significativo per me, devo privarmene, quando nutrirsi di significativa bellezza è uno dei più profondi e accertati piaceri della vita, nonché l’atto necessario per l’accumulo di ulteriori esperienze che contribuiscano alla propria crescita culturale?

Se solo Roman Polanski avesse scontato la sua condanna mi sentirei meno sporco, e forse comunque sempre di più di quanto sembri sentirsi lui.

Per questo non voglio che certi accertamenti spettino a me, per questo cerco di combattere le mie reazioni primordiali, perché ormai ho un’età per sapere che potrei perdermi un’espressione artistica che mi può segnare ed è una delle sensazioni di cui più ho bisogno e l’idea di perdere fattori di crescita così forti mi getta nel panico.

E non dovrei allora boicottare pure tutte le persone che lavorano con questi artisti?

Quale reazione a catena di perdite culturali si verificherebbe?

Davvero vi perdereste un’interpretazione della Blanchett o non avete visto quella spettacolare tripletta costituita da Frantic, La morte e la fanciulla e Luna di fiele, film che seppellisce un Marito e mogli qualunque e che è un po’ il Sussurri e grida degli anni ’90?

Il problema diventa più ampio quando si decide di scotomizzare parte della storia delle arti in base a criteri etici.

Avete mai provato a pensare al curriculum disgustoso di alcuni degli artisti fondamentali, a riflettere sulle loro attitudini sessuali (pedofile, misogine), sulle loro collusioni politiche (riuscite a immaginarlo un mondo che non abbia avuto Salvador Dalì?), sui loro omicidi, sulle loro perversioni, sulle loro tossicodipendenze o, all’estremo opposto, su loro posizioni moraliste, reazionarie, cattomofobe?

Di quanti artisti puri ha goduto la specie umana, di quanti impuri non noti, ma, soprattutto, come potremmo permetterci di tagliare certi rami che sono diventati parte dell’immaginario collettivo o protagonisti dell’evoluzione dell’intera specie umana?

Sotto La vergine delle rocce aggiungereste l’etichetta: poi fate un minuto di silenzio per il decenne Salai?

Torno a usare la parola disagio, e torno a usare la parola sanità, perché è sano provare questo disagio e non offro di certo soluzioni, che non potrebbero che essere radicali.

Forse la soluzione è non conoscere mai l’artista dietro l’arte, lasciando questi dettagli agli addetti ai lavori (impresa sempre più ardua al mondo d’oggi, così vorace di gossip, ma non avete compreso meglio Francis Bacon dopo aver letto le interviste di Sylvester? E se esiste qualche diceria più disgustosa dello spazzolarsi i denti col Vim, per favore, abbiate pietà: è il mio pittore preferito e potrei morire di crepacuore).

Forse gli artisti dovrebbero essere sottoposti a castrazione chimica preventiva, un sacrificio in nome delle Muse per il dono che ci offrono lasciandolo intatto come noi cerchiamo di preservare intatta la nostra coscienza.

Perché si tratta di questo: una questione di coscienza quando l’Arte, diventata patrimonio di tutti una volta prodotta, non appartiene più a quell’immondo essere umano che l’ha generata.

Consoliamoci con questo pensiero, ma sia ben chiaro: di fronte a un’evidente prova della colpevolezza di Allen auspicherei il carcere e, indipendentemente da ciò, se la sceneggiatura di Blue Jasmine sarà premiata col premio Oscar spero che in carcere ci finisca tutta l’Academy.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/02/2014 da in Flussi di incoscienza.

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