+LoveIsTheDevil+

Peace is for pussies

Snowpiercer

sp

La sceneggiatura di Snowpiercer è liberamente tratta dalla trilogia a fumetti Le transperceneige di Jacques Lob e Benjamin Legrand, edita anche in Italia, per mano dello stesso regista, Bong Joon-ho, e di Kelly Masterson (il cui script di debutto era quello notevole di Onora il padre e la madre).

Lo script è il risultato di una semplificazione del tessuto narrativo, che si snoda all’interno di una perfetta, quanto prevedibile e nota, allegoria del turbocapitalismo e delle rivoluzioni inconsapevolmente eterodirette.

Il film stesso è il risultato di un raggiunto equilibrio fra le esigenze produttive americane e quelle coreane (tra i produttori, anche Park Chan-wook), equilibrio che non necessariamente significa compromesso visto che i fratelli Weinstein si sono impegnati in un lungo braccio di ferro col regista per poter mettere mano al final cut (ma Bong Joon-ho, col nostro plauso, non si è fatto mettere i piedi testa, pur venendo ricattato in termini di minor distribuzione).

Il plus-valore del film è proprio la regia e l’unico modo per godersi appieno la visione di Snowpiercer consiste nel dimenticare qualche decennio di letture e film, addirittura alcune in diversa misura nazional-popolari (da P. K. Dick a Matrix:Reloaded), non aspirare a essere sorpresi da una storia cesellata e senza sbavature, ma lineare e ripetitiva quasi quanto il percorso intorno al mondo del treno, teatro di azione dei personaggi.

Non che ridipingere in un contesto aggiornato alle problematiche climatiche attuali, per esempio, sia da denigrare, visto che l’alternativa non certo riflessiva è di Emmerich, o che una critica contro un capitalismo hobbesiano non sia di tanto in tanto da rinnovare, giusto per ricordarci che cosa sia diventata la società moderna, ma lo schema è manicheo e non osa offrire particolari spunti di originalità, sviluppandosi come da manuale.

Allora perché Snowpiercer è uno dei film che vale la pena di non perdere al cinema se togliendo una cornice che distrae il quadro lo riconosciamo?

Perché Bong Joon-ho (di cui un paio di film sono stati trasmessi pure dalle nostre provinciali reti nazionali: The host, maggior successo di sempre tra i film coreani, e Memories of murder) ridipinge il quadro con personalità, passione, dinamismo, inventiva, riuscendo a rendere quasi sempre sorprendenti i suoi Quadri da un’esposizione, come una suite filmica che riesce miracolosamente a sfuggire alla ripetizione di un’architettura da videogioco.

Bong Joon-ho è un regista completo che sa costruire potenti immagini che non sfigurerebbero proprio in un fumetto d’autore, scene d’azione teoricamente impossibili visti gli spazi ristretti, panoramiche vertiginose e movimenti di camera che potrebbero insegnare un po’ di eleganza e controllo a Bekmambetov, una tavolozza di colori, illuminazione e scenari che rendono il treno della salvezza un labirinto potenzialmente infinito.

Al di là degli aspetti artigianali e tecnici sopra la media (ma, almeno per mia esperienza, questo dato nelle produzioni coreane non deve stupire, anzi, è il motivo per cui spesso tra i film di coreani anche di genere si annoverano opere artisticamente superiori) il regista sembra aver amato i personaggi, sebbene stereotipati, che in un contesto pur artefatto trovano spazio per crescere, raccontarsi, emozionarsi, facendo emergere tratti di bravura e intensità persino da Chris Evans che finalmente si sporca ed esce dai lindi panni supereroistici.

Non manca, inoltre, una commistione di toni drammatici e grotteschi che riescono lentamente a fondersi in un generale clima di follia (la scena del congelamento del braccio è cartoonesca e sideralmente lontana da quelle analoghe di Men behind the sun mentre una divertita Tilda Swinton sembra allestire la parodia cialtrona del personaggio di Isabella in Edoardo II) che rende accettabile una serie di eccessi e di improvvisi cambi di ritmo che tengono alta la tensione nello spettatore che per buona parte della pellicola non sa che aspettarsi.

Ho cercato di evitare in ogni caso spoiler sui quali aggiungere alcune riflessioni perché non è necessariamente la storia il motivo per cui conoscere Snowpiercer, ma perché gli elementi di piacere, e a volte stupore, derivano da una messa in scena che supera le gabbie di scrittura occidentale (se i Weinstein hanno acquisito i diritti del film solo sulla base dello script, ponetevi due domande sullo script) e le rivernicia di uno smalto che più dimostreremo di gradire, e sempre più facilmente riuscirà a farsi strada nonostante i figuri alla Weinstein la cui unica preoccupazione era che il film fosse comprensibile anche per il pubblico dell’Oklahoma.

E no, non è una battuta di Tilda Swinton: è la realtà di un treno impazzito di cui far esplodere le porte e da cui fuggire anche saltando nel vuoto.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 02/03/2014 da in Cinema, recensione con tag , , .

Cookies

Informativa breve

Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Proseguendo con la navigazione si presta il consenso al loro utilizzo. Per un maggiore approfondimento: Privacy Policy

My Art Gallery

Follow +LoveIsTheDevil+ on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: