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Quer pasticciaccio brutto di True Detective

true-detectiveSerie dell’anno e fottuto capolavoro sono le due definizioni che vedrete associate in modo ricorrente a True detective, indubbio successo della HBO che ha ottenuto qualche critica (anche piuttosto pesante o sarcastica) solo dopo l’ultima puntata.

Esistono pure i detrattori che sono più obiettivi dei capolavoristi (e il capolavorismo è il vero male di ogni critica come lo è ogni cieca acclamazione di massa, perché trasforma la critica in semplice opinione, che ognuno ha la sua e non va oltre le elementari categorie di mi è piaciuto/non mi è piaciuto), perché un detrattore non metterà in dubbio la performance di Matthew McConaughey (magari quella di Woody Harrelson che interpreta Woody Harrelson da quando è Woody Harrelson, ma in fondo è una perfetta scelta di casting anche la sua), la confezione stilosa, l’affidare l’intera stagione a un unico regista (Cary Joji Fukunaga) rendendo più solido il concept artistico (qualunque esso fosse), il fascino (abusatissimo) delle paludi americane.

Un detrattore non potrà negare pregi evidenti, non potrà scrivere che il piano-sequenza della quarta puntata non sia di qualità cinematografica (per quanto il termometro dell’autocompiacimento sia esploso e intanto Altman è morto e non può protestare), ma potrà invece subodorare gli elementi che sotto la curata superficie non funzionano e iniziare a chiedersi: perché la noia mi sta uccidendo dato che sto guardando la serie del secolo? (E poi chi l’ha deciso? La rete? Giuseppe Genna?)

Intanto perché True Detective è lento, ma non si tratta di quella lentezza tipica di alcune serie svedesi in cui manca la concitazione, ma in realtà l’apparente lentezza è densa di eventi, no: è estenuante.

E’ una questione anche di linguaggio, di accento, del fatto che Rust Cohle non parla, ma biascica, e nel tempo che io pronuncio cento parole lui ne ha sputacchiate due.

E il gigantesco merito di McConaughey è riuscire a conferire fascino e magnetismo a un personaggio che trascorre il tempo a proferire corbellerie.

Siccome corbellerie è un concetto riduttivo, estendiamolo: Nietzsche predigerito, un po’ di New Age, un po’ di cinismo maledetto che avrebbe imbarazzato Baudelaire (pronunciato come lo pronuncerebbe Jim Carrey), una citazione di Vonnegut e un’arringa sul concetto di tempo che Charles Manson aveva sintetizzato in una frase mentre in True Detective dura infiniti minuti durante i quali si è ipnotizzati non dal concetto, che stupirebbe giusto un pannocchiaro dello Iowa, ma dalla mimica di McConaughey (grazie al quale ho sopportato queste banalità da Smemoranda che uno colto descriverebbe come elementi extradiegetici che diventano intradiegetici nel finale e, pertanto, pleonastici, ma emanano un’aura di intelligenza percepita che avvolge lo spettatore medio).

Tuttavia il problema principale è che il contesto giallo è solo un pretesto, un MacGuffin, uno specchietto per le allodole, perché il giallo è solo la cornice, sbiadita, che avvolge il presunto contenuto: l’ambientazione, la gente del Sud, le puttanate di Rust, la rozzezza di Marty.

Perché se volete farvi coinvolgere da un poliziesco, statene alla larga: un incipit preso di peso da Red riding trilogy (ma sarà effettivamente così? Non lo stiamo ancora sopravvalutando paragonandolo all’eccellenza?) trasfigurato da simbolismi americani, emblematici pure della precedente serie Hannibal, elementi che portano alla memoria Top of the lake (venato pure di spiritualismo, ma con note sarcastiche di altra caratura, per non parlare dello spessore e della centralità delle figure femminili), per il resto frammentarietà e risoluzione prevedibile e neanche un’oncia di twist o colpo di scena, perché a Nic Pizzolatto non interessava niente di tutto ciò.

A Pizzolatto interessava il flat circle temporale, il ricongiungimento terreno o mistico coi propri cari, la rinascita spirituale (e siccome siamo autori, ma piace pure agli americani del Sud, un’immagine cristologica à la Mantegna non ce la neghiamo), insomma, la filosofia e l’umanità, per quanto liofilizzate a uso e consumo degli yankee, ma con una confezione patinata che soddisfacesse i palati più esigenti costellata di molliche di Lovecraft e Ambrose Bierce per far impazzire i cospirazionisti della rete (che saranno stati i più delusi).

Tuttavia l’infiocchettamento è solo di facciata: bella fotografia non significa che abbia anche una personalità.

La differenza fra un tecnico della fotografia e un artista della fotografia è quella dimostrata da Karim Hussain per Hannibal: una tavolozza che caratterizza, se no bella per bella, rimanendo concettualmente alle scuole medie, c’è pur sempre Boardwalk Empire.

E poi c’è il problema dei confronti: posto che se hai già visto le serie inglese e neozelandese sopracitate (ma perché no, anche la terza stagione di Forbrydelsen e chi le ha viste coglie l’elemento narrativo condiviso) alla seconda puntata inizi a pensare no, la HBO ci stupirà, non si tratterà del solito redneck o della solita rete di potenti pervertiti (mentre alla quarta te ne fai una ragione) e il finale riesce a essere inferiore di diversi ordini di grandezza rispetto ai modelli di riferimento, ti rimane da decidere se t’interessa anche il resto oltre alla sfilacciata trama gialla.

Se ti emozionano a sufficienza i drammi famigliari di Marty (adulterio? Prime esperienze sessuali della figlia adolescente? Seriously? Ma perché non sviluppare le potenzialità dei macabri giochi della figlia più piccola?) o la tragicità del personaggio di Rust, puoi anche continuare, affezionarti, anche se sei ormai consapevole che non accadrà nulla.

Se invece la tua percezione è di banalità e ti aggrappi disperatamente ai brandelli di investigazione o alle menzogne di alcuni rimarrai con un pugno di mosche in mano e senza fiato, volgendo gli occhi al cielo e pregando che un dio qualunque ponga fine alle tue sofferenze quando Rust terrà il suo interminabile Discorso della sedia-a-rotelle sulla luce e le tenebre.

Nella mente dell’autore, forse, avrei dovuto persino commuovermi.

Davanti a un drink, per brevità, definerei True detective una sciocchezzuola inutilmente (a tratti gradevolmente) pretenziosa, pur sottolineando che il cast vale almeno un’occhiata (in fondo McConaughey è la sorpresa attoriale degli ultimi due anni) e che se proprio vi piace quel tipo di ambientazione e vi piace sentirvi intelligenti con poco sforzo e al momento non avete serie ugualmente ben curate da seguire c’è sempre di peggio dietro l’angolo.

Però, prima di starnazzare capolavoro! concedete un minimo di credito a noi sparuti detrattori: vi consigliamo altre serie, vi raccontiamo come siano più profonde e soddisfacenti sia da un punto di vista narrativo sia da un punto di vista di riflessioni sulla natura umana (senza essere ignobilmente didascaliche o retoriche), e potreste persino scoprire che True detective, horribile dictu, è sopravvalutato.

Se invece condividete già il mio bagaglio di serie televisive, brace yourselves, brothers: a second season is coming.

Postilla: se capite anche perché ho citato Gadda, oltre a essere mio marito, afferrate anche i concetti di coraggio narrativo (la non-risoluzione è più significativa di una qualunque risoluzione) e di non superficiale riflessione sull’umanità (pur in una cornice investigativa di gusto popolare) che non viene di certo confortata da un You ask me, light’s winning.

UPDATE 5/8/2014: Did the writer of True Detective plagiarize Thomas Ligotti and others?

12 commenti su “Quer pasticciaccio brutto di True Detective

  1. Capolavoro, no. Come dici tu ci sono cose migliori senza ombra di dubbio ma comunque una “buona presenza” nel circolo serie tv americano che nella quantità si perde per strada la qualità.
    La storia è banale ma io non disdegno riletture di cose straviste se costruite in questo modo, cioè un buon modo. Anche Red riding ripassa in modo eccelso sempre gli stessi argomenti, no?
    Pizzolatto credo che sappia il fatto suo.
    Non ho trovato una cattiva idea quella di allargare a un pubblico meno colto (io compreso, certo ;)) la conoscenza di Bierce e Chambers.
    Resta il fatto, come avevamo già avuto modo di confrontarci, che a me piaqque, e parecchio, anche The killing made USA, di cui Pizzolatto ha sceneggiato anche un paio di puntate, se non sbaglio.

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  2. sanbeneditar
    14/03/2014

    A mio avviso questa serie è l’inverso di Breaking bad. Là dove tutti i pezzi combaciavano, questa serie è centrifuga degli elementi che dovrebbero caratterizzarla. Prima di tutto la fase investigativa stessa piena di buchi, lenta e per certi versi verosimile fino alle ultime puntate, ovvero quando la coppia si ricompatta per finire il lavoro sospeso. Il noir, l’immaginario mistico derivativo, il complotto sono tutti elementi che vengono masticati e sputati dalla e nella macchina narrativa che non avendo un vero centro -se nel duo Marty-Rust- alla lunga fanno la fine di aggregati sfilacciati e buttati a caso (ma dovrei rivederla da un’altra angolatura). Sono parzialmente d’accordo con la tua analisi sugli elementi filosofici e antropologici messi in bocca a Mc Conaughey buoni a saziare la notoria demenza del pubblico americano, ma che hanno un indubbio fascino nell’incedere degli eventi. Nonostante la sua evidente intelligenza -ma potremmo scomodare anche la teoria della qualità delle anime- Cohle non è un personaggio colto, ma intuitivo. Uno stakanovista paranoide, non un brillante deduttore come Saga Noren. Non a caso è un’idea di Marty a porre fine alle ricerche, sebbene -ma dovrei rivederlo- è una deduzione del tutto casuale ed errata (le orecchie verdi dell’uomo misterioso con le cicatrici erano dovute alle cuffie per attutire il rumore del falciaerba e non per la vernice della casa). Concordo che Pizzolatto ha intessuto la sua trama a cipolla sull’idea del flat circle e che sfogliando gli elementi della cipolla alla fine rimaniamo con un nulla Lacaniano\Sartriano più che Nietzcheano, ma ci sono elementi di pregio nell’innervare il contenuto del flat circle; elementi soggettivi di cui Rust parla abbondantemente ovvero l’incancrenirsi dell’illusione della soggettività che ci fa ricadere sempre nelle stesse dinamiche. Solo uno scarto, uno slittamento può portare a questo disancoraggio che coglie uno scafato come Cohle totalmente impreparato. E’ il senso del finale Coheniano che a me ha ricordato la fine di No Country for old men.
    Sono d’accordo che dopo il IV episodio la serie perde quota sebbene elementi artistici la salvino. Visto che certe esche sono state buttate (la famiglia di predicatori\governatori coinvolta; la magia rituale; un certo immaginario sudista; le rovine di Carcosa; gli anarcoidi in motocicletta) non vedo perché non accettare almeno una delle direzioni e seguirla inserendo qualche twist. Qui i twist sono solo accennati quando non urlacchiati spudoratamente ed è certamente una nota negativa. Tuttavia rimane una serie che consiglierei.

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  3. Lenny Nero
    14/03/2014

    Grazie davvero del commento che aggiunge riflessioni. Questa è una replica seria e ponderata di ben altro livello rispetto ai “non capisci nulla!” che spesso si ricevono.

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  4. Fabio
    15/03/2014

    ancora non ho visto questa serie ma il nudo di Alexandra Daddario è una tentazione troppo forte x il sottoscritto XDXDXD

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  5. camilla
    13/04/2014

    concordo in pieno.pensavo che io ed il mio ragazzo fossimo gli unici ad aver detestato questa serie. Pretenziosa è davvero l’unico aggettivo che le si addice…anzi,no, ci devo aggiungere un gigantesco: NOIOSA e infarcita di pseudo filosofia spicciola solo accennata e mai approfondita.

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  6. Ismaele
    19/06/2014

    l’ho guardato un paio di settimane fa, e devo dire che mi trovo d’accordo con quello che scrivi,
    la lentezza è micidiale, devono riempire otto puntate,
    se mi chiedono cosa sceglierei fra “La promessa”, di Sean Penn e “True Detectives”, il film di Sean Penn sta molto più in alto.

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  7. pallaALbalzo
    01/07/2014

    Scopro oggi questo blog, meglio tardi che mai. Mi piace la recensione per la precisione, la critica motivata, i riferimenti appropriati e soprattutto il contenuto. Pensavo di essere l’unica persona a trovare irritante True Detective e ancor più irritanti le sperticate lodi tessute in rete. Complimenti a HBO che riesce a vendere quasi tutti i suoi prodotti per capolavori.

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  8. Luca
    10/10/2014

    Grazie a Dio ti ho trovato! Sono settimane che cerco un parere originale, riflettuto e serio su questa serie tv. Che tratta di personaggi “BANALI”; le tre puntate iniziali sono composte di scene sulla descrizione di due personaggi PIATTI. Un telefilm salvato solo dalle grandi interpretazioni dei due attori principali. Oltre alla descrizione di questi TIPICI DETECTIVE AMERICANI non tratta, non parla, e non filma altro: non si trova un pizzico di spazio per i personaggi secondari, la stessa ricerca dell’assassino viene messa in secondo piano (quando invece dovrebbe essere il fattore trainante della serie), tutte le 8 puntate sono contornate da monologhi senza senso…
    True Detective: una serie mediocre salvata da due belle recitazioni e una buona fotografia.

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  9. Edoardo
    27/10/2014

    I film che recensisci sul blog sono mediamente mediocri, cerchi i punti non noiosi nell’accozzaglia di immagini Pop alla Warhol (BEGOTTEN), mostri una critica dura nei confronti de “Il Petroliere” ed eppure pensi di essere nella posizione di recensire e criticare True Detective… Maledetto Internet!

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  10. Lenny Nero
    27/10/2014

    E’ sempre curioso che certi commenti non solo non rispondano nel merito dei contenuti del post, ma che siano infarciti di follie quali “immagini pop alla Warhol” per The begotten (povero Warhol, lui e i suoi colori pastello) o che si parli di critica dura a Il petroliere che, sia nella recensione del film stesso sia in quello di The Master, viene preso a modello anche come capolavoro interno alla cinematografia di P. T. Anderson. Vedi, io non sarò nella posizione di criticare (non so se ti sei accorto che è solo un blog e non siamo sui Cahiers du cinéma), ma è veramente ironico essere criticato da chi non ha letto o, ancor peggio, non ha compreso o non ha la più pallida idea di quello di cui sta parlando. Comunque grazie: per l’associazione Warhol/Merhige ho avuto materiale per ridere almeno 5 minuti. Ah, maledetto internet! 😉

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  11. Biondo
    08/05/2015

    Ho appena scoperto questa perla di blog e le sue illuminanti recensioni. Riguardo a True Detective, io sono uno di quelli che si spacciano per detrattori, pur ben sapendo che la realtà è un po’ più ricca di sfumature di quanto io la ami dipingere. Complimenti quindi per l’equilibrio!

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  12. Alessandro
    07/01/2016

    L’ho trovato carino si lento… Ma una lentezza che mette ansia… Ultimo episodio stupendo!!! Ottima recensione al solito!

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Questa voce è stata pubblicata il 11/03/2014 da in Serie tv con tag .

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