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Peace is for pussies

Thanatomorphose

thanatomorphosePotremmo giocare a tracciare fili rossi cinefili che delimitino i confini cinematografici entro i quali ha preso vita Thanatomorphose.

Regista canadese (Eric Falardeau, al suo primo lungometraggio) come David Cronenberg, il mentore della nuova carne, e Karim Hussain, che in Subconscious cruelty metteva in scena una fellatio a lame di coltello mentre nel corto La petite mort Faladreau usa le lame e addome come nuovi oggetti e canali di piacere (come previsto da Ballard).

I titoli dei capitoli che scandiscono il film stilisticamente copiati da Von Trier (ma che riportano alla memoria il trittico estetico/etico/religioso di un altro danese: Kierkegaard), ma una furia realistica nel rappresentare la distruzione corporea che rimanda a registi tedeschi (Buttgereit/Nekromantik, Andreas Schnaas/Violent shit).

Un’ossessione per gli aspetti tanatologici (anche del sesso) che a inizio visione può far correre il pensiero a Lo zoo di Venere, ma che ne è, concettualmente, l’esatto contrario: dalla riproduzione accademica ed essoterica delle luci di Vermeer alla rappresentazione infernale ed esoterica dell’horror vacui.

La protagonista, Laura, è un’artista e la sua scultura diventa il tramite di avvicinamento alla morte, così come in Genesis di Nacho Cerdà, ma se in quest’ultimo l’artista celebrava con la sua scultura l’amore perduto fino a sacrificarsi, in Thanatomorphose l’artista la usa per costruire il sacrario del proprio corpo.

O di ciò che ne rimane.

E citando di nuovo, inevitabilmente, Cerdà, se in Aftermath la distruzione di un corpo era di natura esterna e di un corpo già morto, in Thanatomorphose essa trae origine da un moto interiore, da una scelta intima, con effetti nefasti su un corpo apparentemente vivo.

Potremmo giocare per ore, potremmo ribattere fra horror-maniaci titoli di film più crudi, più sconvolgenti, più estremi, potremmo fare name-dropping per ore e non riusciremmo a rendere giustizia a questa pellicola che al di là di un’impostazione intellettuale ricercata, esibita, leggibile, un po’ da primo della classe alla scuola di cinema, esce dalle maglie concettuali per diventare un’esperienza viscerale, non per tutti, di quelle che ti portano a tenere le mani sulla testa e a provare il desiderio di piagnucolare.

Lontano dagli intenti porno-commerciali del più recente Contracted, dalla analoga trama, Thanatomorphose è il monologo visivo di un atto di resa a un’esistenza fallimentare (la crisi creativa, quella sentimentale, il sentirsi usata da parte della protagonista solo come canale di scorrimento per fluidi da rigettare), la drammatizzazione grand-guignolesca e rabbiosa di un rifiuto, che in un allestimento di Not I nessuno potrebbe permettersi di mettere in scena, punteggiata dalla ricerca di sprazzi di piacere che intervallano un incessante decadimento fisico al cui confronto le mutazioni del protagonista di La mosca sembrano banali eritemi.

Il rischio di creare della necropornografia viene aggirato presto con i tentativi muti di Laura di convivere con la sua condizione rendendo ogni suo gesto di accettazione (costruirsi unghie finte, bendarsi le mutilazioni, masturbarsi pur strappandosi i tessuti, tra mosche ronzanti e vermi voraci) parte di momenti vividi intrisi di comuni pensieri ed emozioni relativi alla morte, profondamente umani, che spesso rimuoviamo, sui quali non vogliamo concentrarci, nella loro cruda descrizione di una lotta tra un impulso di morte e un agguerrito aggrapparsi al sentirsi vivi nel modo più istintivo, ma anche più fugace e per questo crudele: il sesso (usato pure, sebbene in quel modo distorto già presente in La petite mort, per una vendetta finale).

Thanatomorphose riesce, in maniera paradossale e tramite immagini di raro impatto (non solo i dettagli più raccapriccianti, ma anche l’inquadratura di Laura che fissa minacciosa la telecamera mentre è seduta nella vasca da bagno, ormai trasfigurata in una creatura dell’oltretomba coperta di escare e materiali decomposti, come se si rivolgesse allo spettatore, come se la sua storia, volenti o nolenti, fosse anche un nostro vissuto), a toccare nervi scoperti che teniamo ben nascosti sotto la pelle e mentre la protagonista affonda le sue dita negli occhi, nel cranio ed emette un grido che è una lacerazione comprendiamo che abbiamo guardato la materializzazione dei nostri sentimenti più deleteri e del timore più atavico della specie umana.

Per ulteriori dettagli e considerazioni approfondite vi rimando alla recensione di Michele Faggi.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/03/2014 da in Cinema, recensione con tag , , .

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