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THRILLER (NON)MODERNI: Amer / Big bad wolves / Cheap thrills

In un breve lasso di tempo mi sono dedicato alla visione di alcuni dei thriller più chiacchierati sui siti e sulle riviste di film di genere.

Ne ho selezionati tre che rappresentano diverse declinazioni del genere thriller, incluse ed escluse le sfumature e le sovrapposizioni con altre categorie, per trarne alcune considerazioni generali, tra pregi e perplessità.

amerAMER

Una strana coppia nella vita e nell’arte si aggira nei pressi dei territori dell’horror restando con un piede nelle zone limitrofe dell’erotismo tanatologico e dell’exploitation proponendone una rappresentazione astratta, visivamente estrema e drenata di ogni comunicazione verbale fino alla cripticità.

Virtuosi nella costruzione geometrica delle immagini, nel montaggio basato su parossismi ritmici concertati con un sadico esperto di cardiologia, nella scelta di luci e cromie adatte a immagini ora iperrealistiche, ora iperstilizzate o psichedeliche, Hélène Cattet e Bruno Forzani ambiscono alla costruzione di una narrazione non più originale nei contenuti (persino la colonna sonora è un’operazione di recupero filologico dei polizieschi italiani, da La coda dello scorpione di Bruno Nicolai fino al saccheggiamento dei brani di Stelvio Cipriani), ma sensoriale, reinventando e non solo plagiando, creando un’esperienza differente rispetto alle fonti d’ispirazione e non solo una lucidatura moderna.

Trittico su una crescita erotica guastata fin dall’infanzia, la protagonista riceve suggestioni che non sa elaborare riguardanti il sesso (assistendo a un rapporto tra i genitori)  e la morte (frugando sul cadavere del nonno ancora conservato in una stanza adibita alla sua commemorazione), stimoli contrastanti che generano eccitazione, ma anche angoscia e incubi, frutto di un turbamento che altera la percezione della realtà.

Emozioni e sensazioni sono relegate ai primi piani, alla gestualità, agli scambi di sguardi, a dettagli fisici dai forti connotati sessuali, agli effetti sonori o all’irruzione della fantasia.

Non una parola, se non nei primi minuti del film, solo una dimensione visiva che è una proiezione mentale in cui i confini tra desiderio sessuale e paranoia si infrangono aprendo la strada al dramma.

Il duo registico ruba, cita, metabolizza, sminuzza opere del passato e usa i frammenti che ne rimangono non per ricostruirle in un semplice omaggio, ma per manifestarle come proprio immaginario di riferimento, riducendole a ricordi e percezioni, come potremmo ricordare un film visto nell’infanzia, e per rigenerarle in uno stile narrativo ambizioso e personale che degli originali ha mantenuto solo le suggestioni più profonde e rimaste a livello inconscio.

Le attrici stesse non sono altro che corpi da far vibrare perché la verbalizzazione non descriverebbe allo stesso modo le loro sensazioni.

Forse un omaggio, inteso come atto d’amore, molto più viscerale di altri, perché non si tratta di riportare su schermo ciò che ho visto, ma ciò che ho provato e conservato dentro di me conferendogli una forma che è quella di un incubo lussuoso.

I miei occhi hanno luccicato, ma non lo consiglierei neanche al mio peggior nemico se non con le dovute precauzioni.

bbwBIG BAD WOLVES

Film più bello dell’anno secondo Quentin Tarantino (che ormai elargisce generosi complimenti per amici o emuli inseguendo il record di Stephen King per i libri), mediamente osannato dalla critica americana, il primo aggettivo che si potrebbe attribuire a Big bad wolves è fastidioso.

Fastidioso non nel senso di controcorrente o, almeno, impertinente, ma nel senso di irritante, non sempre in modo intenzionale.

Prologo dall’atmosfera sospesa, che lascia presagire drammi e violenze a danno di bambini, e un’evoluzione carica di tensione che viene spezzata pochi minuti dopo con una sequenza di pestaggio iniettata di dosi massicce di grottesca comicità.

Il film, con una trama che nel suo nucleo centrale potrebbe ricordare a molti il recente Prisoners, si dipana per tutta la sua durata proprio alternando colpi bassi, se non bassissimi, a uno humour nero esibito, forzato, autocompiaciuto fino a diventare di maniera già a metà film, tra ironia sadica e ammiccamenti surreali che disorientano lo spettatore che non sa più se ridere (e qualche volta si ride) o mettersi le mani nei capelli o davanti agli occhi (nei momenti più crudi della tortura).

Il sospetto di trovarsi di fronte a una tarantinata, tentativo di un certo cinema israeliano di avvicinarsi a stilemi che a molti sono venuti a noia da tempo, subisce una crepa grazie alla duplice apparizione, quasi onirica, di un arabo a cavallo che si intrattiene in brevi dialoghi che definiscono più chiaramente i profili psicologici dei protagonisti ma, soprattutto, introducono inesorabilmente l’elemento politico.

E a una chiave di interpretazione politica mi aggrappo saldo perché di un’ennesima tarantinata non se ne sentiva il bisogno (il plagio di un plagio post-moderno, pur rifinito in modo ossessivo come solo Tarantino ha saputo fare, finisce per essere la nota fotocopia di mille riassunti), almeno che non si sia feticisti del torture-porn d’autore.

Detestando i film didascalici, ma anche lo humour nero che se non ben affilato finisce per introdurre elementi comici fuori tono e fuori luogo, e volendo considerare Big bad wolves come allegoria di una società israeliana diventata paranoica, machista, insensibile, avventata e incapace di proteggere proprio i bambini che ambisce a difendere, il film acquisisce una luce differente, quella di una commedia black dai toni pesanti e non certo per tutte le sensibilità.

CHEAP THRILLS

cheapthrillsLa black-comedy con eccessi truculenti sembra essere un modello anche per l’opera prima di E. L. Katz, più noto come critico di Fangoria che come sceneggiatore e produttore di horror.

Sullo sfondo non la politica, non la paranoia di un popolo, ma la crisi economica e il divario incolmabile fra i miliardari e i poveri e tra questi si annoverano anche i nuovi poveri, coloro che da un giorno all’altro perdono lavoro, sicurezze e certezze sul futuro.

E se getti un uomo nel panico privandolo del suo benessere economico creerai un disperato disposto a sacrificare qualunque principio morale pur di riottenerlo.

Così una coppia annoiata di sperperatori di dollari convince un paio di amici a compiere gesta sempre più clamorose in cambio di soldi, in un crescendo di turpitudini in parte abbastanza classiche (sesso, automutilazione) fino a una cena decisamente non vegana e all’inevitabile scommessa finale.

Se in Cortesie per gli ospiti McEwan poteva permettersi il lusso di gestire le dinamiche fra due coppie lavorando su piani sottili, complessi, quasi impalpabili, negli anni 2000 le interazioni umane occidentali non possono che essere riconducibili al bisogno primario: i soldi.

Il gioco diabolico si instaura fra il corpulento Colin (David Koechner) e la sua bionda, perversa e apatica moglie Violet (Sara Paxton) e la coppia di amici di vecchia data, Craig (Pat Healy, fulcro della follia di gruppo) e Vince (Ethan Hembry).

Colin e Violet posseggono i verdoni, Craig e Vince ne sono a corto, quindi il meccanismo del bastone e della carota è tutto in mano ai primi.

Con questo schema tattico Cheap thrills si evolve in modo lineare e senza un particolare motore narrativo se non scoprire quale sarà il next level, come in un videogioco horror dal vero, ma il concept, per quanto semplice, è solido e il regista sa come creare un clima di progressiva erosione etica e crescente avidità distruttiva, gestendo una dissipazione progressiva dello humour fino a eliminarlo del tutto quando ormai sarebbe diventato solo stucchevole (errore principale che imputo a Big bad wolves) mentre il cast interpreta bene le due prospettive: i cani che si sbranano e coloro che giocano impassibili d’azzardo.

Su tutto e tutti spicca la performance di Pat Healy, specchio per lo spettatore e maschera di degenerazione umana incorniciata nella sinteticamente perfetta e conclusiva immagine, molto più evocativa di tutto il resto del film.

Il punto debole di lungometraggi analoghi è che la struttura tesi-antitesi-sintesi è scoperta fin dall’inizio e che nel voler esagerare, senza diventare del tutto irrealistico, il film descrive un contesto talmente noto che persino la parabola che lo delinea non ci offre una prospettiva originale, ma una sottolineatura, un monito, un ecco a a quale stato di ferinità che nascondiamo sotto la camicia ci ha ridotto il turbocapitalismo.
La crisi economica è ormai diventata a tal punto nostra compagna di letto, o comunque uno spettro che continua a volteggiarci sulla testa, che Cheap thrills non riesce mai davvero a turbare o a far sobbalzare sulla sedia, ma appare fin troppo credibile.

Poco più di un lustro fa, ai tempi della crisi dei mutui subprime, avrebbe suscitato più brividi invece che indurci solo a pensare che anche noi, forse, scommetteremmo pure la pelle.

4 commenti su “THRILLER (NON)MODERNI: Amer / Big bad wolves / Cheap thrills

  1. Condivido praticamente tutto – e finalmente qualcuno mette al suo posto quel filmetto di Big Bad Wolves – ma Sara Paxton esordiente un paio di palle😀
    http://www.imdb.com/name/nm0668139/

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  2. Lenny Nero
    13/05/2014

    Jesus…il bello è che l’ho pure cercata. Ho scritto male il nome! Innkeepers l’ho pure visto…è l’età! Thanks😉

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  3. Minchia, mettimi tra i nemici che Amer è uno spettacolo😉
    Per BBW io sono d’accordo con te sulla parte politica che se hai visto il precedente “Kalevet” (ma cosa mi sogno di chiedere…) la critica politica nascosta dentro a una narrazione spudorata e a volte troppo insensata, spunta da tutte le scene.
    Cheap thrills me lo segno.

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  4. Pingback: E levate ‘a cammesella | Malpertuis

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