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Mike Flanagan: Absentia e Oculus

AbsentiaMike Flanagan è un autore cinematografico nel senso più completo dell’espressione: un po’ come il John Carpenter della mia gioventù, l’apporto creativo e il controllo nei suoi film, almeno in settori cruciali quali sceneggiatura e montaggio (Flanagan cresce come editor), sono pressoché totali rendendo le sue opere in misura maggiore del regista e in minor misura dei produttori.

D’altra parte Absentia è un film nato grazie anche a Kickstarter, mentre il lungo elenco di produttori per Oculus induce a pensare che Flanagan sia andato a bussare a ogni porta disponibile per racimolare la cifra necessaria.

E questo è un dato che intriga e soddisfa la ricerca di film di genere, anche low-budget, plasmati da una personalità forte e non da improvvisati amatori.

Oculus è riuscito a ottenere pure un discreto battage pubblicitario con un trailer mendace che apriva le porte al sospetto di trovarsi a una qualche imitazione di The conjuring (usato come termine di paragone pure da qualche critico), ma la visione del film riporta alla mente ben altri modelli che un regista come Wan, così ombelicamente americano, trascura e ben altre intenzioni (sebbene con risultati che presentano ampi margini di critica).

Tuttavia si commetterebbe un torto nei confronti di Flanagan a ricondurlo nel filone più commerciale degli horror, perché non è di certo, come si premetteva, una statuina d’argilla nelle mani di produttori faciloni e, anche se non sono ancora convinto che diventerà uno dei migliori, qualche attenzione meno superficiale la meriterebbe in attesa di capire se rimarrà autore o diventerà un altro artigiano.

Un tema sembra accomunare Absentia e Oculus ed essere il filo conduttore delle idee di Flanagan: la percezione e l’interpretazione della realtà.

Absentia ruota intorno alla scomparsa di numerose persone in un tunnel con tutto lo strascico di dolore dei familiari e la follia che deriva dall’immaginare e dal non sapere che cosa possa essere accaduto, fino a che il ritorno a casa di uno degli scomparsi e il racconto di una dimensione nascosta, aggiunge un’ipotesi alle altre più realistiche, ma non per questo veritiere.

Limitato dalla scarsità di mezzi, Flanagan spreme i soldi dei sostenitori concentrandoli nella scrittura, nel montaggio, nell’uso degli effetti sonori, in suggestioni a volte cheap, a volte solo verbali, sussurrate, generando una crepa invisibile nella mente dello spettatore che non sa più come interpretare le immagini: parto mentale, frutto di un trip allucinogeno o esiste davvero una creatura la cui mitologia pur abbozzata potrebbe essere già credibile come leggenda metropolitana?

Il contrasto tra i flash consolatori dei protagonisti che immaginano per i propri cari nuove vite salvifiche e gli eventi e le apparizioni macabre, che li escludono come possibilità, conduce gli spettatori nei territori dell’angoscia e a considerare gradualmente lo scenario peggiore fino a che gli eventi precipitano rovinosamente.

Se a Godard per fare un film bastavano una ragazza e una pistola, a Flanagan bastano un ambiente suburbano e un elemento perturbante.

Non tutto funziona a dovere, dalla soundtrack ridondante e fuori tono a un dialogo troppo lungo che interrompe sul nascere un climax che non avrebbe dovuto avere soluzione di continuità, ma riuscire a rendere labili i confini tra la realtà e l’inconcepibile non è compito semplice e può bastare un’inquadratura claustrofobica e il dettaglio di una zampa mostruosa che trattiene una vittima, che tutti pensano in salvo, per generare un brivido. Se sai come costruirla.

Lo consiglierei soprattutto se avete già visto Lovely Molly, altrimenti prima recuperate quest’ultimo che soddisfa anche i meno indulgenti e gli affamati di gore e nel tenersi sul crinale fra follia e irruzione del sovrannaturale è quasi d’esempio.

Con Oculus Flanagan compie un evidente salto di qualità, prima di tutto in termini di budget, e con mezzi meno penalizzanti a disposizione un autore ha l’occasione per dimostrarsi tale e realizzare magari idee precedentemente castrate (posto che nasce da un suo precedente corto).

Flanagan,  supportato da una fotografia degna di questo nome (Michael Filmognari) e da una colonna sonora (the Newton brothers, già sfruttati dall’indie horror) funzionale alle scene e non genericamente atmosferica, costruisce non un film, ma un caleidoscopio di immagini, fra presente e passato, che si scontrano e ricompongono (sullo schermo, nelle menti dei protagonisti) in un’esibizione muscolare, maniacale e virtuosistica,  soprattutto delle sue capacità di montaggio.

L’introduzione di un oggetto ospite di un’entità maligna e con una blanda mitologia a monte e il contesto à la Poltergeist sono solo pretesti per stabilire fin dall’inizio l’esistenza di un passaggio da e verso l’ignoto, in una prosecuzione ideale di Absentia, ma l’elemento perturbante deriva dallo stato psicotico dei due protagonisti che nel voler ricostruire il proprio passato si trovano a lottare con gli inganni mentali generati (presumibilmente) dallo specchio e la realtà percepita diventa un nemico impossibile da sconfiggere.

Il problema principale che affligge Oculus è quello tipico dei corti estesi a lungometraggi: la dilatazione dei tempi a volte appare evidente, e con essa si porta noia e calo di tensione, e andrebbe compensata con una narrazione più ricca e coinvolgente che non un caso di cronaca (il protagonista è stato rinchiuso in un manicomio criminale per aver ucciso il padre uxoricida, ma alla luce delle rivelazioni finali emergono almeno un centinaio di non-sense legali perdonabili solo per il retrogusto tragico e da destino cinico e baro che non posso che apprezzare).

Sono scarsi pure i thrills, cheap e non, ma se mai si gioca la partita già ampiamente giocata in diverse forme da Shimizu con i primi due Ju-on e The grudge (quando Shimizu si ricordava ancora di essere un genio): compenetrazione di spazio e tempo, scotomizzazione della realtà e copresenza dei protagonisti in diverse linee temporali, tuttavia il disorientamento generato nello spettatore non ha pari efficacia essendo la storia troppo lineare e prevedibile (ma rendiamo atto alla scelta di modelli narrativi ormai non più originali soprattutto per chi ha dimestichezza col J-horror, ma ampiamente evitati dai registi horror americani).

Oculus sosta nei lobi frontali, offre qualche spunto wendersiano (la realtà non è più ciò che vedo, ma ciò che la tecnologia registra), ma raramente scende al cuore o colpisce allo stomaco (la scena del morso alla lampadina, alquanto dolorosa) e mai fa salire l’adrenalina: Flanagan si bea delle sue capacità di editing, pensa sia sufficiente per coinvolgerci il procedere verso una rivelazione e batte un ritmo monocorde che accelera solo negli ultimi minuti quando ormai abbiamo sbadigliato almeno un paio di volte, mostra il pugno, ma non colpisce mai a fondo, soddisfatto dell’edificio che ha costruito senza suscitarci la voglia di entrarci davvero.

Absentia, pur con tutti i limiti enumerati, riesce almeno in parte ad aprirsi un varco fra i lobi frontali e ad arrivare alle regioni cerebrali deputate all’inconscio.

Forse col prossimo film (Il gioco di Gerald) Flanagan troverà una sintesi fra l’artigianato di Oculus e la visceralità di Absentia.

Per ulteriori approfondimenti vi rimando alla recensione di Absentia di Elvezio Sciallis.

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 27/05/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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