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Peace is for pussies

Proxy

proxyIn The wasp factory di Ian Banks il protagonista, Frank, si diverte a far entrare insetti in un labirinto costellato di trappole, metafora della vita dalla sua prospettiva obliqua e spezzata.

Qualunque via imbocchino le creature si tratta di una deviazione radicale che cambierà in modo brutale la loro esistenza e la loro condizione.

Zack Parker è come Frank e i suoi insetti sono due donne, Ester (Alexia Rasmussen), dalla sessualità non facilmente definibile, e Melanie (Alexa Havins), reincarnazione di Marla Singer col suo feticismo per i gruppi di supporto sotto le mentite spoglie di mogliettina d’America.

Proxy è una trappola prefabbricata per spettatori e personaggi, un esempio spesso mirabile di costruzione narrativa, complessa, ma lucida come nei migliori film di Haneke, intrisa di un cinismo spregiudicato immune al politically correct e di una gravità morale (ma mai retoricamente moralistica) che si ritrova solo nei film di autori dalla personalità forte e con una visione globale del progetto che appare pura, non intaccata da velleità commerciali, strizzatine d’occhio e concessioni che avrebbero potuto alterare l’atmosfera che incornicia una quotidianità che precipita nell’incubo, una follia che pervade la realtà pur restando invisibile, vite solitarie o frustrate che portano in sé i germi della più feroce cronaca nera e gettano una luce raggelante su questi tempi di selfie, mitomanie internettiane e lotta per l’attenzione.

Non fatevi ingannare dal trailer e dal prologo (Ester, ormai prossima al parto, viene aggredita da uno sconosciuto che le provoca l’aborto colpendo ripetutamente il suo ventre): ci troviamo nei territori di un horror moderno e inconsueto che non indugia in dettagli raccapriccianti o esplosioni di violenza se non quando necessario e la partita del regista-sceneggiatore è giocata su piani psicologi e sottili, che potrebbero essere percepiti come fragili e ineffabili dallo spettatore meno attento, ma proprio la rivelazione delle storture psicologiche dei personaggi e la perdita della sanità mentale rappresentano l’elemento che incute paura.

Il ritmo è lento e ipnotico, con rare accelerazioni improvvise quando le fantasie dei protagonisti si confondono nella realtà (generando uno stato progressivo di confusione nello spettatore), ogni scena è dilatata per concedere il tempo ai personaggi di interagire e a noi di entrare nell’ottica che quella a cui stiamo assistendo è una dimensione più mentale che reale, che tra le righe dei dialoghi si nascondono non detti o menzogne, che mondi patologici stanno entrando in collisione e che il significato del titolo, un rimando alla Sindrome di Münchausen per procura, rappresentata in modo corretto in alcuni dettagli poco noti, come il vagabondaggio ospedaliero, ma con sfumature sorprendenti per altri, è un riferimento troppo preciso per non essere anche una dichiarazione d’intenti che si comprenderà appieno solo negli ultimi minuti.

L’originalità di Proxy deriva anche dalla possibilità di cogliere un background cinematografico pienamente integrato nel proprio DNA che abbraccia anche i thriller più autoriali (l’ingombrante twist centrale non è un inganno da regista francese, ma una brusca sterzata con freno a mano tirato à la Hitchcock) senza che però si intravedano del plagio, degli inutili omaggi che mascherano mancanza d’idee o il rifare il verso a qualcuno.

Si potrebbero citare assonanze e affinità tematiche con altri film, ma Parker ha un suo stile e una suo modus operandi e descrive una distopia psichiatrica calata nella società attuale con un linguaggio proprio che trascende i generi, non consentendo allo spettatore ignaro di prevedere gli eventi, con un’affabulazione che richiede impegno, che crea gradualmente tensione perché dopo metà film da un momento all’altro può accadere tutto come nulla, e cattura in un labirinto da cui c’è un’unica uscita, ma non facile da scorgere in lontananza.

E’ facile, se mai, immaginare Parker che con passione pensa ho raccontato una storia come doveva essere raccontata, non come voi avreste voluto che la narrassi e se avrete pazienza non potrete che darmi ragione.

E’ una posizione artistica che per chi fruisce il cinema come se fosse un atto di seduzione (potrei sintetizzare che a me piacciono davvero solo i film che mi fottono) non può che essere accolta che come una boccata di aria fresca, ma presta il fianco alle critiche o alla non-comprensione di chi non la coglie da subito, tanto che se dopo la visione del film volete riprendere a sorridere è sufficiente leggere l’area messaggi di IMDB in cui il commento medio varia dai non ho capito di chi non è stato attento al più imbarazzante il film ha diverse scene sbagliate di chi non ha avuto un animo pronto a farsi colpire dagli elementi disorientanti e perturbanti del film che di certo non offre didascalie per un pubblico abituato solo a un cinema stroboscopico o di persone a cui piace sentirsi intelligenti in modo facile (pubblico di Nymphomaniac, parlo a te).

Di solito non racconto nemmeno la trama dei film, se non nei suoi tratti essenziali, intendendo le recensioni come raccolta di osservazioni post-visione, pienamente comprensibile a chi ha già visto il film in oggetto, ma che possa invogliare alla visione gli altri fornendo alcune suggestioni.

A maggior ragione di Proxy non si può raccontare alcunché se non col rischio di ridurlo a una serie di eventi il cui collante è materia maneggiabile solo da pochi talenti e travalica una possibile e semplice sinossi.

Il piacere sta proprio nell’accettare la sfida di Parker, la sua giostra ripresa al rallentatore e installata nel parco di un manicomio per cogliere la sua tesi solo quando tutto il quadro complessivo è illuminato.

E a quel punto Parker vi butterà fuori dalla giostra con un calcio, perché no, non era importante la giostra, ma il manicomio e Parker vi ha dato il tempo di osservarlo e di riflettere su quanto rischiamo di finirci rinchiusi.

Per altri dettagli leggete anche la recensione di Elvezio Sciallis.

3 commenti su “Proxy

  1. “l’inganno da regista francese” è un riferimento a Laugier?😀
    peraltro il twist di Cold Rock mi era piaciuto, peccato per la gestione successiva…

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  2. Lenny Nero
    30/05/2014

    Laugier, Aja…(premesso che a me Laugier piace molto e si è perso meno di Aja, anche se in giro si legge un gran bene di Horn…)

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  3. Aja è vero… quello manco lo calcolo più!

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Questa voce è stata pubblicata il 30/05/2014 da in Cinema, recensione con tag , , .

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