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Peace is for pussies

Children of sorrow

children-of-sorrowQuando venne distribuito The Master alcuni lo affrontarono con un interesse specifico nei riguardi delle tecniche di manipolazione psicologica e con considerazioni entusiaste sulla precisione delle sequenze di forsennato e subdolo brainwashing del discepolo, in singolar tenzone col santone o esposto al pubblico degli adepti, desiderosi di assistere alle generiche evoluzioni spirituali promesse dal metodo alle quali anch’essi avrebbero avuto accesso (chissà quando, chissà come).

Children of sorrow può essere affrontato (anche) da questa particolare prospettiva con la non irrilevante differenza che se The Master proponeva una exit strategy (un individualismo al limite della follia), non sottolineava il lato più inquietante insito nelle vicende narrate: un individuo statisticamente normale che si senta immune da derive psicotiche non vedrà penetrare dentro di sé la psicosi generata dal brainwashing, che lavora di fino e con costanza, tra sorrisi e schiaffi ben calibrati.

Tutti noi possiamo diventarne vittime, anche se ci appare impossibile.

E se tra noi c’è qualcuno che ha già qualche frattura nell’anima, il lavoro del maestro sarà ancora più facile, soprattutto se il maestro di turno si chiama Simon Leach (un riferimento sarcastico alla purificazione con la liscivia?) ed è interpretato da Bill Oberts Jr. (lunghissima carriera nell’indie horror e noto ai più 2.0 per l’inquietante esperimento Take this lollipop), la cui presenza scenica, gli sguardi, le movenze studiate e ricalcate su quelle di alcuni famigerati guru, persino descritte guardando direttamente in camera, per rendere lo spettatore partecipe e complice di un massacro annunciato fin dall’inizio, sono il vero sangue che pompa energia alla pellicola.

Se in The master (confronto meramente contenutistico) l’occhio del regista si concentrava in realtà sull’allievo più indisciplinato (e quindi più amato), in Children of sorrow il personaggio che ne potrebbe rappresentare il corrispettivo serve solo a pretesto narrativo: la ragazza che s’infiltra nella cerchia pseudoreligiosa per scoprire la verità sulla morte della sorella presto finirà anche lei dissolta come gli altri in una spirale di coercizione che inizia con un abbraccio e termina con un sacrificio.

Non si parteggia per le vittime, proprio perché noi ci sentiamo immuni, ci sentiamo più intelligenti e forti, e perché Padre Simon ci ha descritto le sue tecniche, e fa sorridere, perché sembrano le tecniche base di qualsiasi predica religiosa, perché se quelli si fanno fregare in fondo se lo meritano mentre noi conosciamo già il trucco.

Finché si delinea il worst case scenario.

Non accadrà che qualcuno finisca sulla cronaca nera per aver preso troppo sul serio le parole di Padre Simon (non propugna alcuna evangelizzazione e gli adepti credono di aver scelto, invece sono stati scelti, e una volta entrati nel cerchio magico non ne devono più uscire fino all’inizio di un altro ciclo), non interverranno le forze dell’ordine per stanare il guru come successe davvero a Waco o le forze divine come in Red State, ma le persone otterranno quel che desideravano.

Padre Simon è la manifestazione sofisticata di un serial-killer: non si nasconde, ha un sito internet, ha costruito un paradiso nel deserto costellato di telecamere e recintato come un campo militare e ha metabolizzato il metodo più antico ed efficace per radunare a sé pecorelle smarrite.

Una delle frasi che più mi è rimasta impressa di Cold sweat (diretto da Adrian Garcia Bogliano, regista anche di Here comes the devil, entrambi film per palati forti e per non-cardiopatici) è pronunciata da un anziano fascista, ex torturatore di un regime argentino, rivolgendosi a una delle sue vittime: Oggi non dobbiamo neanche più cercarvi, siete voi a venire da noi.

E la vecchia serpe si limitava a Facebook e Skype e all’uso di cadaveri posti davanti a una cam per fingere un’identità.

Bill Oberts Jr. riesce, con una performance allucinata, fisica, quasi masochistica, a incarnare in un catalizzatore di pulsioni di morte la trasfigurazione di tutti i santoni passati conferendogli sfumature moderne che lo rendono attuale (anche se dall’ufficio stampa fanno sapere che in particolare l’attore si sarebbe ispirato all’interpretazione di Powers Boothe  nei panni di Jim Jones per Guyana Tragedy)

Inoltre, lo stile del film, tra il mockumentary e lo snuff (Perché non hai smesso di guardare? chiede Padre Simon, dopo la prima purificazione pubblica, a una delle ragazze e a noi), sostiene un concept artistico che ambisce a essere iperrealistico, a metà tra un film dogma e il voyeurismo esasperato, ma ormai d’abitudine, fornito da ogni possibile tipo di telecamera (ma come per tutti i mockumentary in cui la sporcizia delle immagini è una ricerca e non un alibi per le proprie inabilità registiche non aspettatevi inquadrature casuali, perché ogni punto di vista scelto da Jordan McClure contribuisce a esacerbare i momenti più climatici).

La notevole cura nel progetto si nota anche per la calcolata progressione ritmica del film che sembra opera di qualcuno che conosce bene le tecniche di suggestione: scene sempre più brevi, ellissi nella scansione dei giorni, dialoghi e interviste alle vittime senza sbavature, necessari alla comprensione degli eventi e a nutrire una coltre sempre più minacciosa e asfittica, sebbene per metà film sia sufficiente Bill Oberts Jr. a tenervi ritti i peli delle braccia.

Come in una spirale le curve diventano sempre più brevi, la mattanza si accumula e McClure non si dilunga in splatterismi che ne avrebbero attutito l’impatto, ma la pennella con una serie di dettagli così violenti e raccapriccianti da non lasciare il desiderio pornografico di vedere di più.

Il senso di colpa per aver guardato resta in noi e ora siamo pronti a farci purificare.

Padre Simon ha mentito? Non più di un cenobita che sappia come camuffarsi nell’era della comunicazione di massa.

Vi segnalo anche la recensione di Elvezio Sciallis.

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