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Peace is for pussies

Megan is missing

mimL’horror è un genere che nella percezione comune, soprattutto per chi non ne sia appassionato, coincide con una forma perversa di pornografia ed è inutile negare che in alcune declinazioni lo sia per quanto possano passare attraverso un filtro artistico (e a volte neanche quello).

Eppure esistono innumerevoli esempi di utilizzo di una cornice horror che deviano lontano da finalità ludiche per veicolare messaggi, storie drammatiche o questioni sociologiche che, come peculiarità, acquisiscono un tono talmente duro e (iper)realistico da non risultare facilmente metabolizzabili né dal fruitore occasionale di horror né tantomeno da chi potrebbe rimanere sconvolto da un approccio che considererebbe estremo (perché preferisce che la pillola sia indorata) soffermandosi solo su quello e non riuscendo a pensare che l’horror è anche un modo di narrare e può essere anche il più adeguato per alcune tematiche che sono estreme obiettivamente e richiedono, per essere rese in maniera compiuta, una forma altrettanto estrema .

Megan is missing appartiene a questa tipologia di film e, sebbene non sia l’aspetto preminente, contiene pure un’ironia feroce proprio a proposito dei modi di narrare e filtrare, in questo caso episodi di cronaca (oltremodo) nera.

Il regista e sceneggiatore Michael Goi (più noto come direttore della fotografia per serie tv quali Salem e American Horror Story), attento dall’inizio alla fine a evitare la possibile accusa di essersi fintamente posto un intento alto che nasconda la solita pornografia, sgombra subito ogni dubbio con un cappello introduttivo che sintetizza l’episodio centrale (la scomparsa a distanza di pochi giorni di due minorenni) e la struttura narrativa: videochat, servizi televisivi, telecamera portatili, circuiti chiusi, fotografie.

Sappiamo che quello che ci verrà narrato è falso (anche se ispirato a casi reali), ma ci verrà narrato come se stessimo davvero vivendo una tragedia annunciata (e chi più di noi italiani è abituato a scandagliare i dettagli più intimi e privati dei protagonisti di episodi di cronaca?).

E per metà film si assiste solo alle conversazioni fra Megan e Amy, alle feste drogate e precocemente sessualizzate cui partecipano, alle dinamiche di antipatia e simpatia tipiche dei gruppi di adolescenti.

Non c’è un torturatore che appare all’improvviso, non ci sono flashforward, non siamo ancora edotti su che cosa sia successo.

C’è un contesto di vita quotidiana diretto in modo minimale, ma denso che serve a far maturare un’empatia per le due protagoniste, perché lo spettatore deve avere il tempo sufficiente per affezionarsi e non deve considerarle carne da macello per la fiera di Crystal Lake.

Megan e Amy si confidano molto e dietro una vita qualsiasi nascondo inquietudini, insoddisfazioni, persino un passato di abusi.

Le videochat o le riprese solo inizialmente giocose delle loro interviste reciproche catturano fratture interiori altrimenti invisibili (e le giovani Rachel Quinn e Amber Perkins sono disinvoltamente naturali e credibili), ma sono queste le fratture che le espongono, a comportamenti potenzialmente distruttivi o pericolosi, e le debolezze che un cacciatore sa percepire per scegliere con sadica lucidità la preda ideale.

Il consiglio di un’amica di contattare online un certo Josh, privo di cam e con una foto nel profilo ovviamente di un bel ragazzo, introduce un elemento di minaccia che inizia a far virare l’atmosfera perché comprendiamo subito che si tratta della falsa identità di un uomo che sa come sedurre una ragazza bisognosa di attenzioni e distrazioni, ma che ha atteggiamenti da stalker.

Finché un giorno Megan scompare.

La collezione di videochat viene interrotta da servizi televisivi immancabilmente ipocriti che sotto la patina del pietismo e di una comunità che si stringe attorno alle famiglie mal cela un sensazionalismo morboso che sfocia nel ridicolo con la ricostruzione recitata del rapimento di Megan: pochi secondi di glaciali riprese da telecamere a circuito chiuso che diventano morbosa drammatizzazione, poco meno imbarazzante di un plastico di Bruno Vespa e che evidenzia la natura vampiresca e circense, offensiva e irrispettosa in quanto avulsa dalla realtà, di certi servizi.

Perché, se c’è un insegnamento tra i tanti che possiamo trarre da Megan is missing, è che quando ci rotoliamo come maiali nei dettagli più fangosi e beceri dei casi di cronaca, quando i giornalisti assecondano i nostri animi da portinaie frustrate (lo stiamo vivendo in questi giorni proprio con il caso Yara, ridotto a una serie di intrighi à la Beautiful in cui si perde di vista la vittima, che non interessa davvero a nessuno), ci siamo dimenticati che ci stiamo ingozzando di popcorn intrisi del sangue di una ragazza solo per l’eccitazione di un superficiale brivido di terrore e disgusto e invece di pensare potrebbe succedere a me/mia figlia/mia sorella non troppo inconsciamente pensiamo tanto non è successo a me/mia figlia/mia sorella, posso godermi lo spettacolo senza essere pervasi da un brivido più profondo che mina ogni senso di sicurezza.

E la narrazione giornalistica dei casi più violenti di cronaca nera è come un film horror ripulito dalle immagini più cruente, perché restituirebbero una verità insopportabile, non commerciabile, che non titilla, che non fa portare le mani alle perle alle signore e ai signorini che vogliono gettare uno sguardo sull’abisso, ma solo un poco, giusto per un fremito e divertirsi con una piccola scossa, perché la verità non vende.

E sia chiaro che la realtà di un episodio di violenza, il vissuto di una vittima, non potrà mai ricevere giustizia sullo schermo, ma il filtro giornalistico neanche si avvicina a quella realtà: ne ruba gli elementi da pettegolezzo o da penny dreadful, ne distilla qualche goccia di adrenalina e la rivende.

E Goi, con un tempismo perfetto, chiude questa prima parentesi grottesca assestandoci un pugno: schermo nero che annuncia due foto diffuse su siti sadomaso e mai rese note alla popolazione.

Se prima avete vissuto le vicende di Megan come se fossero le tante analoghe che nel corso della vita abbiamo vissuto guardando i telegiornali, ora si alza davvero il sipario e viene mostrato da dove arriva quel fango in cui ci siamo rotolati.

Due semplici scatti fotografici di rara crudezza vi vengono scaraventati in faccia per pochi secondi e smetterete di sentirvi incuriositi perché la vostra temperatura corporea diventerà quella di Dante se fosse caduto nel Cocito.

E Goi non si ferma qui, evita, grazie alla forma stessa del film, ogni tono moralista (se mai tra le righe potrebbe esserci un intento definibile come didattico), tratta lo spettatore con intelligenza e dopo averlo introdotto nella vita di Megan e Amy gli urla ti ho regalato uno sguardo sulle loro vite, ma ora guarda oltre, per una volta so che puoi farlo e gli eventi successivi che coinvolgono Josh ed Amy conducono a un altro schermo nero, agli antipodi formali e di intenti del prefinale di Seul contre tous che avvertiva con luci stroboscopiche lo spettatore incauto, e seguono gli ultimi 22 minuti della vita di Amy la cui unica colpa è quella di aver riferito di Josh alla polizia.

E’ difficile (emotivamente) descriverli.

Josh usa la telecamera di Amy per documentare vanaglorioso le sue gesta e il suo antro degli orrori al cui confronto quello di Buffalo Bill era un loft di lusso.

22 minuti insopportabili di manipolazione psicologica, uno stupro interminabile e sanguinoso sopra uno strumento di tortura inquadrato in modo tale da escludere elementi sessuali e morbosi e includere solo il volto di Amy o le mani sporche di sangue di Josh per rappresentare l’atto per quello che è (violenza e annichilimento) e infine la conclusione più crudele e angosciante di cui non ci viene risparmiato un solo secondo nell’intento di avvicinarci a quello che sta provando Amy, di farci entrare in quella dimensione di terrore che l’urletto di un figurante per una ricostruzione televisiva non potrà mai restituirci, di farci capire questa è la realtà a cui vi siete appassionati.

E il flashback di una conversazione tra Megan e Amy, sfrontato e sincero, e incredibilmente non lacrimevole, riporta al centro della storia le due ragazze conferendo a quei 22 minuti una dimensione così disumana da far sentire disumano lo spettatore.

E’ il modo che fa la differenza, che evita che Megan is missing sia confondibile e usufruibile come un torture-porn, creando empatia, mostrando l’osceno ma privato di ogni elemento eccitante, irrealistico, estetizzante, generando nello spettatore uno stato crescente di malessere che porta a riflettere sul nostro approccio animalesco alla cronaca che aggiunge violenza alla violenza.

E’ l’unico modo per ottenere questo risultato: creare un profondo contrasto tra le diverse prospettive attraverso cui narrare una storia analoga, porci a fianco di Megan e Amy e non tenercene lontani e comodamente seduti davanti alla televisione.

Un risultato simile era stato efficacemente ottenuto da Laugier con Martyrs (provare la sofferenza invece di assistere alla sofferenza), ma l’astrazione e le finalità del dolore inflitto conducevano il film in altri territori concettuali.

Il malessere procurato da Megan is missing si nutre di una possibilità fin troppo terrena e ve lo porterete con voi tutti i giorni.

Vi consiglio anche le approfondite recensioni di Elvezio Sciallis e di Ulteriorità precedente.

Un commento su “Megan is missing

  1. Pingback: Quando il cinema fa male (pure troppo) – Megan is missing | elisa e pekka hanno visto cose

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Questa voce è stata pubblicata il 20/06/2014 da in Cinema, recensione con tag , , .

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