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Peace is for pussies

Lake Mungo

LMSono trascorsi sei anni da Lake Mungo, opera prima di Joel Anderson, e un periodo di altri sei lo separa dal precedente corto The rotting woman.

La numerologia complottista ci porterebbe a sperare che il 2014 veda la distribuzione di un altro film di Anderson, ma non esistono avvisaglie in merito.

Mentre confidiamo in una sorpresa, vergogna colga ogni horror-maniaco, a iniziare dal sottoscritto, che abbia storto il naso di fronte alla pletora di film ciclicamente presentati al After Dark Horrorfest che nel 2010 recuperava Lake Mungo, ma ci offriva anche pellicole non imprescindibili come Dread.

Lake Mungo, in quel lordo mare magnum che include mockumentary e registi semplicemente squattrinati e/o inabili, è un’oscura eccezione che spicca sia per la padronanza del genere sia per elevarsi al di sopra del genere stesso trattando in modo non ludico, mai urlato o retorico, tematiche quali la morte e le reazioni che genera nell’ambiente familiare del deceduto.

E’ un film che oserei definire elegante, compiuto, senza sbavature, curato nei minimi dettagli e persino avulso dalla sua storia offre un’ottima lezione di cinema che stupisce dato che proviene da uno sconosciuto esordiente il cui talento è misteriosamente passato in sordina.

L’apparenza è sobria, eppure sotto il rivestimento Lake Mungo offre molteplici spunti di riflessione o godimento, sia da un punto di vista del mero linguaggio cinematografico sia da un punto di vista narrativo.

La premessa della trama consiste nella scomparsa di Alice durante un picnic con la famiglia e il successivo ritrovamento del suo cadavere a cui faranno seguito manifestazioni della sua presenza e subliminali apparizioni in video e fotografie.

Il modo più appropriato di avvicinarsi al film è di non essere a conoscenza di alcun sviluppo della storia perché con un ritmo non epilettico, ma incessante Joel Anderson (anche sceneggiatore) trascina lo spettatore tra i parenti di Alice e lo fa sedere accanto a loro mentre vengono intervistati come in un documentario di cui vengono rispettati tutti i migliori crismi professionali, dai tempi alle inquadrature.

La camera indaga i volti dei parenti (il padre resiliente che tenta di rimanere saldo nelle sue emozioni, la madre resistente che si rifiuta di rimuovere la figlia dai propri pensieri fino a rivolgersi a un medium-psicologo che conduce programmi radiofonici per disperati, e il fratello adolescente che manifesta il suo dolore in modo ambiguo e trattenuto e che nel suo voler ritrovare/ricreare Alice visivamente tramite fotografia e riprese genera altra sofferenza con le migliori intenzioni, ma apre anche la strada a un mondo spettrale che si pone uno scopo molto umano), tuttavia l’occhio del regista non si muoverà solo su piani reali, bensì anche in quelli ipnagogici, in quelli onirici e in piani in cui reale e sovrannaturale collidono e coesistono introducendo l’elemento perturbante peculiare di Lake Mungo, più sottile e sensoriale che non banalmente macabro.

Il direttore della fotografia John Brawley (anche lui come buona parte del cast e del reparto tecnico dissoltosi in una carriera anonima) compie miracoli portando il concetto di chiaroscuro agli estremi e creando un’atmosfera via via più plumbea e soffocante ricercando il realismo della messa in scena attraverso condizioni estreme di luce (gli scatti fotografici, i dettagli nascosti nei video, le notti in casa, le riprese finali e rivelatorie col cellulare), una scelta che va oltre il naturalismo.

E non sono presenti sbavature o frettolosità da macchina a spalla portata da un ubriaco perché l’atmosfera è già così immersiva che non sussiste il bisogno di un obiettivo che scimmiotti lo sguardo per darci l’illusione di essere dentro la storia, ma se mai sussisteva la necessità di movimenti calcolati e prospettive che ricreassero un preciso punto di vista o addirittura una visione nella mente.

La meticolosità nel taglio visivo (a cui fa da compagna quella nel sound-editing) supporta pienamente una narrazione che procede lineare, ma saltando di svolta in svolta, un percorso pieno di curve di cui lo spettatore a un certo punto non vede più la fine perché costretto a ripensare la successione degli eventi in base all’ennesimo twist finché il dubbio principale viene sciolto, ma ancora la partita non è conclusa perché il desiderio della supposta apparizione spettrale non è la vendetta, non è restare tra i vivi, ma forse rendere giustizia al ricordo che lascia e alla propria persona, in una piena manifestazione di sé impossibile in vita, ma liberatoria dopo la morte.

Il processo di blow-up delle immagini, a dispetto di quanto affermava Antonioni ormai nel 1966, è la via per catturare la realtà, per cogliere indicazioni da una persona che si vuole rivelare anche nei suoi aspetti intimi e segreti, per ascoltarla, fino ad arrivare al punto che anche la più grezza delle riprese (quella tramite un cellulare) costituisce l’ennesimo pezzo di mosaico biografico in cui la commistione col sovrannaturale si realizza definitivamente.

Emotivamente intenso e sommesso, e montato con un senso dei tempi maniacale, è il finale che gioca con riprese reali per architettare un irreale dialogo d’addio fra la madre, che entra in una dimensione mentale ai confini, e una figlia le cui parole del passato diventano senza tempo, in una sequenza che riesce a sorprendere sia concettualmente sia per la forte carica sentimentale che grazie allo stile di ripresa evita sguaiati melodrammi.

Vi rimando anche alla recensione di Elvezio Sciallis.

Un commento su “Lake Mungo

  1. bradipo
    17/11/2014

    questo è un mio cultissimo ….l’horror tranne rarissime eccezioni non mi fa paura ma questo l’ho dovuto vedere di giorno perché di notte mi metteva un non so che di agitazione….

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Questa voce è stata pubblicata il 03/07/2014 da in Flussi di incoscienza con tag , .

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