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Peace is for pussies

Under the skin

utsUnder the skin, nonostante al Festival di Venezia del 2013 abbia ricevuto attenzione soprattutto per i fischi ricevuti da parte della critica (in particolare italiana) e del pubblico, è diventato uno dei film più discussi persino sulle riviste di genere (per la cornice horror-scifi) ed esaltati dalla critica (in particolare americana) con feroci eccezioni rappresentate soprattutto da coloro che l’omonimo libro di 14 anni fa di Michel Faber lo avevano letto.

Talora si afferma che se un film genera dibattito allora è un film per cui vale la pena spendere del tempo, perché sicuramente conterrà germi per chissà quali discussioni e riflessioni.

E’ un affermazione fallace perché spesso di un’opera artistica si dibatte per gli aspetti negativi o pruriginosi, per cui un dibattito acceso non è un parametro predittivo del valore dell’opera, soprattutto quando la media delle recensioni positive è riassumibile in a) namedropping di registi culturalmente altisonanti (ma non certo sconosciuti) e b) incomprensibile, ma affascinante.

Fascinazione che assomiglia a quella di un bambino che non ha mai visto accese le luci che decorano un albero natalizio.

Prima parte: Le critiche

(nota: provate a leggere questi stralci di seguito. Ho evitato le recensioni che si limitano a esaltare il film senza spiegare perché dovrebbe essere esaltato. E’ bello dovrebbe essere vietato dopo i 12 anni).

  • Total Film: You may not be sure what you’ve seen, but you’ve sure seen something. […]There are big, big themes, and if the ghost of Kubrick[…]

Registi (o film) citati: Stanley Kubrick, Nicolas Roeg (L’uomo che cadde sulla terra).

Temi (oltre al riassunto della trama): non sviluppati, ma big, big.

  • Chicago Tribune: Who knew that the Borat guerrilla-style approach to storytelling would yield such intriguing results in the science fiction realm?

Registi (o film) citati: Stanley Kubrick (opening paragonato a quello di 2001: Odissea nello spazio). Borat (!)

Temi (oltre al riassunto della trama): non presenti.

  • Indiewire: there’s a longstanding tradition of such WTF-caliber storytelling littered with imagery that transcends any precise interpretation with its sheer visceral force.

Registi (o film) citati:  Eraserhead, Beyond the black rainbow

Temi (oltre al riassunto della trama): no matter its impermeable depths. WTF.

  • Philadelphia Inquire:

Registi (o film) citati: Stanley Kubrick, Nicolas Roeg. Starman.

Temi (oltre al riassunto della trama): a woman’s journey as a sexual being

  • Boston Globe: after a mystifyingly opening sequence that seems designed to out-Kubrick Kubrick[…]

Registi (o film) citati: Stanley Kubrick, Nicolas Roeg

Temi (oltre al riassunto della trama): What happens when the gobbet becomes curious – perhaps even begins to develop a conscience?

  • Roger Ebert.commore  of an experience than a traditional story, with plenty to say about gender roles, sexism and the power of lust? […] Under the skin is special because it’s hard to pin down.[…]What’s happening? The movie doesn’t exactly tell us.[…]Like Kubrick he [Glazer] becomes more formally audacious, technically innovative and inscrutable with each new work.

Registi (o film) citati: Alejandro (scritto Alexander) Jodorowsky, Nicolas Roeg, Abbas Kiarostami, Blade Runner, Incontri ravvicinati del terzo tipo e certain movies di Paul Thomas Anderson (paragone del prologo di Under the skin con il prologo di questi. Iniziano a strabuzzarvi gli occhi?), Shining (le curve intorno a montagne innevate, come non pensarci, no?), What would happen if Michelangelo Antonioni directed Species.

Temi (oltre al riassunto della trama):  inscrutable.

  • Chicago Sun Times: It’s as if the script for Species had landed on Stanley Kubrick’s desk.[…]I need to see this film again

Registi (o film) citati: Stanley Kubrick, Nicolas Roeg. Species

Temi (oltre al riassunto della trama): I need to see this film again.

  • Empire: It’s like Species directed by Gus Van Sant

Seconda parte: sotto la pelle (del film) (nota: spoiler limitati o celati, ma inevitabili)

1. Epidermide

Da questa breve carrellata costruita scorrendo le recensioni che contribuiscono al metascore riportato su IMDB si deduce che per la critica entusiasta Under the skin è kubrickiano, con un occhio a L’uomo che cadde sulla terra (film con cui condivide solo il tema alieno sulla terra così come con Species condivide solo lo spunto aliena sexy e predatrice)sfuggente nei suoi intenti, ma abbacinante.

Inutile spiegare, dando per scontata la vostra sanità mentale o che abbiate visto i film citati, perché le attinenze siano pretestuose, sia in termini di narrazione sia in termini visivi, e che i registi inseriti nello stesso elenco poco condividono da un punto di vista stilistico, che luci e geometrie non fanno 2001: Odissea nello spazio (perché non THX 1138?) e montagne innevate d’Inverno in Scozia fanno solo montagne innevate d’Inverno in Scozia.

Qualcuno scivola anche nella scelta di modelli come Borat, quando avrebbero al massimo potuto citare gli stratagemmi di ripresa nascosta e dal vivo presenti ne Il sapore della ciliegia di Kiarostami (correttamente citato da Scott Foundas su Variety, tra i pochi ad aver letto il libro di Faber e a stroncare con toni anche sarcastici l’ultima pellicola di Jonathan Glazer), ma, a questo punto, pure l’ondata di mockumentary dell’ultimo decennio, tanto la versione di Species diretta da Antonioni sarebbe stata paragonabile a quella diretta da Kubrick o da Van Sant, no?

Questo arrabattarsi fra nomi colti, ma noti, è indice di quanto Under the skin sia un oggetto ineffabile per la precisa scelta del regista-sceneggiatore e del co-sceneggiatore Walter Campbell di scarnificare il romanzo cupamente satirico di Faber riducendolo a un paio delle linee narrative principali dopo l’eliminazione della backstory fantascientifica della protagonista.

2. Derma

Mutilato il contesto scifi, l’identità della donna aliena e la sua missione restano un mistero.

Ciò che resta dei brandelli del romanzo viene usato come spunto per suggestioni visive: nessuna rivelazione viene fornita, gli eventi fantascientifici stilizzati e rappresentati in modo simbolico (scene surreali e affascinanti, quanto non certo originali per chiunque sia cresciuto a pane, videoclip e Chris Cunningham come lo stesso Glazer) con connotati sensoriali torbidi e sessuali, lasciando solo qualche accenno, sempre visivo, agli obiettivi predatori (budella lungo uno scivolo, flash di luce rossa a rappresentare una vaga processazione comprensibile solo a chi ha letto il libro).

E l’autocompiacimento è tale che non va neanche sottolineato quanto sia spesso imbarazzante l’esibizione del voler essere criptici a tutti i costi, come se ci si ostinasse a essere antinarrativi, a rilanciare agganci al libro nascondendoli sotto le lucine colorate (perché l’ottica alimentare è stata abbandonata per quella sessuale), a voler creare un’esperienza di quasi-trance che annulla ogni possibilità di esplicitazione (a cui contribuisce la musica dissonante di Mica Levi, alla sua prima colonna sonora e proprio per questo concediamole la possibilità di crescere ed essere se stessa invece che accostarla alle scelte musicali di Shining. E comunque a me ricorda pure l’Howard Shore di Crash, tanto ormai un nome vale l’altro in questo gioco).

Glazer trasfigura completamente la Isserley di Faber, consapevole e intelligente, in una protagonista senza nome, robotica e programmata, e il cinismo triste su temi umani come l’empatia o temi metaforicamente sociali in una visione brutale della solitudine e della sessualità, sebbene non riesca a tenere sempre il punto, che è il suo punto, non quello di Faber.

Come scritto correttamente sul Boston Globe, l’aliena è un’esca che non sa ancora di esserlo: svolge un compito e non si pone né domande né dubbi (al contrario nel libro è fiera della sua efficienza professionale).

Nel susseguirsi dei suoi incontri apprenderà inevitabilmente tramite i dialoghi con le sue vittime a non oggettivizzarle, comprenderà il desiderio sessuale che suscita, la solitudine e il bisogno di affetto (l’incontro pivotale, tenero e drammatico, con Adam Pearson, attore realmente sfigurato dalla neurofibromatosi), si guarderà nello specchio e riconoscerà nel suo aspetto umano una nuova possibile identità.

Nel libro l’evoluzione psicologica di Isserley è più articolata, dettata anche da eventi esterni e scoperte sulla processazione ed è una maturazione dovuta all’esperienza, molto più graduale e comprensibile, che abbraccia pure la nascita di sentimenti di meraviglia per il pianeta Terra, dato praticamente assente nel film in cui la natura offre solo luoghi in cui vagare o perdersi.

Nel film la protagonista ha una crescita interiore di cui quasi si sorprende, come un bambina che diventa adolescente, non riconosce più se stessa, si sente smarrita e fugge senza una direzione inseguita dal misterioso motociclista che ripulisce le tracce del suo passaggio e controlla il suo operato (il Philadelphia Inquire era in zona fuochino, se non fosse che cita pure Starman).

Parte di questa evoluzione è dovuta (o dovrebbe essere dovuta) anche all’osservazione degli umani, forse la parte meno efficace di tutto il film.

Glazer in un’intervista a Mad Movies riferisce di aver avuto a disposizione ben tre ore di girato tra gli scozzesi sulle quali è stata operata una scelta discutibile: se il focus tematico che conduce al disarmante finale è il sessismo, la trasformazione da preda inconsapevole a  oggetto sessuale consapevole di esserlo e per questo fragile (bisognosa di un appoggio umano, quale il fin troppo gentile cittadino che l’accoglie a casa, ma anche potenziale vittima di violenza), già resa adeguatamente con la scoperta di non poter vivere l’intimità fisica con un uomo, scoperta che la spinge a ricercare un oblio che ottiene nelle più drammatiche delle circostanze, se il focus tematico è il potere della sessualità (usato o a cui soccombere), le riprese accumulate nel quotidiano umano sono del tutto inutili.

La seconda di queste sequenze è quasi incentrata esclusivamente sulle donne (mentre sorridono, parlano con le amiche, lavorano, attendono un bus), mai durante un’interazione con un maschio che possa aver lasciato qualche input alla protagonista.

E quindi a che pro se non per esibire la costruzione del film a partire dal reale, quando poi questi sprazzi di realtà non servono nemmeno alla crescita del personaggio?

3. Ipoderma

Under the skin si barcamena fra due istanze che spesso entrano in conflitto: da una parte l’ambizione di illustrare la violenza o la disperazione delle interazioni umane tramite un filtro meramente sensoriale, costringendo lo spettatore a vedere attraverso gli occhi inizialmente insensibili dell’aliena, una dimensione mentale che necessariamente ci risulta estranea e disumana (la sequenza al mare e l’abbandono del bambino, la cattura delle prede come un evento soprannaturale), dall’altra il desiderio di essere autoriale ed artsy in cui spesso Glazer si rotola disperdendo le sue intenzioni.

Sarebbe tuttavia eccessivamente ingiusto bocciare l’operazione in toto perché, tradendo la fonte originale, Glazer non riesce a essere pienamente convincente nell’affrontarla da una diversa prospettiva, così come è errato il capolavorismo che si fonda su paragoni superficiali e inopportuni.

Non si può negare che Glazer non sappia confezionare con stile le sue immagini (sebbene non comprenda lo stupore che avrebbero regalato ad alcuni), supportato dal direttore della fotografia Daniel Landin che, pur provenendo anche lui dal mondo dei videoclip, quando non asseconda Glazer nelle immagini più fastidiosamente patinate conferisce alle scene una corposità e una grana irreale che contribuiscono all’atmosfera sospesa.

Inoltre almeno un paio di sequenze sono raggelanti (quella già citata al mare e tutto il finale nella sua brutalità e nei suoi aspetti commoventi, ancora una volta e coerentemente espressi solo tramite le immagini, riprendendo per altro la visione poetica di Faber pur cambiando le vicende e perdendone il senso, mai ricercato, di una trasfigurazione catartica, rendendola inevitabile quanto tragica) o suggestive (la processazione, l’aliena che si spoglia della pelle umana, come un macabro rivestimento, e osserva per l’ultima volta il volto che avrebbe potuto non solo celare la sua identità, ma essere la maschera di una nuova).

E Scarlett Johansson non sempre sembra essere adeguata o ben diretta, forse anche lei confusa dal dover improvvisare dialoghi o passeggiate fra i comuni mortali, ma nella seconda parte del film sorprende nella resa dello spaesamento, del terrore o dell’estrema rassegnazione della protagonista riuscendo a rompere la glacialità della pellicola e innestando le componenti emotive che contribuiscono a creare quell’empatia per la protagonista fino ad allora difficile da provare.

A mente fredda, dopo un’irritazione dovuta in maggior misura alle recensioni positive che sembrano costruite frettolosamente e con lo spirito dello yankee che va a vedere Scarlett Johansson nuda e si ritrova intrappolato in un certo tipo di cinema british, rimanendone stordito, non mi sento di accodarmi del tutto ai fischi ricevuti a Venezia dal film: Glazer pecca di onanismo e di una presunzione che non trova un corrispettivo in una visione così all’altezza dei vari Kubrick e Roeg, tuttavia c’è un concept artistico e narrativo coraggioso e personale che, a volte, riesce ad ottenere il suo obiettivo e l’impatto ricercato, grazie a Glazer, nonostante Glazer.

4 commenti su “Under the skin

  1. forse un po’ troppo duro, ma di sicuro hai tirato fuori cose interessanti. io l’ho visto senza conoscere il film e l’ho trovato visivamente potente ed efficace – ok, certe trovate saranno forse già state usate nei videoclip, però mi sembrano ancora intriganti – e su tutto ho apprezzato il reparto sonoro, musiche della Levi incluse).
    Non conoscendo la fonte letteraria tra l’altro non ho avuto modo di far raffronti su eventuali mancanze, sintesi, semplificazioni, deragliamenti. Ho recepito un interesse più sull’aspetto sensoriale – dello spettatore e della protagonista – che su quello pre/proto-sentimentale/affettivo… insomma, capiscimi🙂
    e sì, forse qualche incertezza nella parte degli incontri, ma sopratutto una focalizzazione eccessiva su un unico fronte tematico, peraltro poco sviluppato nei suoi possibili rivoli.
    Comunque interessantissimo, tanto che che avevo già ordinato il libro e a giorni dovrebbe arrivare!

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  2. Lenny Nero
    15/07/2014

    a me sembra di pormi a metà tra chi lo ha deriso e quegli ubriachi che lo accostano a quei due film che hanno visto in tutta loro vita. Ci sono troppi accartocciamenti per non farli notare in una critica, così come ci sono ottimi spunti e momenti e non vanno buttati con l’acqua sporca.

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  3. beh sì, ma io intendevo “duro” in relazione a un ipotetico insieme di persone con un po’ di senso critico😀
    comunque il libro è appena arrivato!

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  4. Lenny Nero
    15/07/2014

    dal confronto col libro capisci che cosa Glazer ha voluto estrapolare e che cosa non è riuscito a rendere più incisivo nel suo processo creativo.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/07/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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