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The strange color of your body’s tears (L’étrange couleur des larmes de ton corp)

tscoybtIl paradosso: essersi immersi in L’étrange couleur des larmes de ton corp dopo essere rimasti impressionati dal talento visivo dimostrato dal duo Cattet-Forzani in Amer, rimpiangere di aver visto Amer perché i due film sono facce della stessa medaglia e questo rende più agevole lettura e comprensione, ma attutisce di poco la potenza di un assalto sinestetico che è soffocante ed esaltante al contempo.

Le premesse e le considerazioni di base sono le stesse che ho già illustrato per Amer (e per chi ama giocare a cogliere i riferimenti celati nella colonna sonora, ancora una volta de-costruita, consiglio questa guida che apre un varco temporale su un cinema negletto di cui vengono recuperati i migliori elementi estetici e non gli elementi innocui da stereotipo, dato che differenzia il duo belga da qualsiasi operazione à la Tarantino).

Su questa progettualità nel ricollocare le proprie storie fuori dal tempo ricreando un’atmosfera retrò dalla cornice italiana (persino il titolo rimanda a Tutti i colori del buio di Sergio Martino), ma dal contenuto fieramente belga (perché copiare i barocchismi architettonici di Suspiria quando Victor Horta ha creato i più intricati labirinti mentali Art Nouveau sparsi per Bruxelles in cui far perdere i propri personaggi? Perché realizzare un’intera sequenza che rimanda a Eraserhead senza attingere proprio a Magritte?), i registi impostano un sovraccarico sensoriale che sfida lo spettatore moderno mediamente affetto da ADHD.

Ogni dettaglio deve far urlare lo spettatore, sosteneva Hitchcock, e la regola viene applicata con una minuziosità e maniacalità brillanti e tali da costringere lo spettatore a tenere i sensi sempre accesi per tutta la durata del film.

Raramente un’inquadratura o un movimento di camera durano più di qualche battito di ciglia, giusto il tempo di essere inflitti alle retine e ogni inquadratura è un quadro a sé stante in cui è impossibile reperire un dettaglio, dalla costruzione dell’immagine alla sua illuminazione, che non sia studiato fino alla perfezione, e ogni dettaglio, ogni elemento in scena, può diventare esso stesso spunto per un’altra goccia da aggiungere a questo trip.

E mentre gli occhi vorticano come se fossero in fase REM, l’udito viene iperstimolato da un mix sonoro di distorsioni e basse frequenze elaborato da uno psichiatra e in precisa concertazione con le immagini (se la fotografia è un’esibizione di padronanza delle cromie di cui è nuovamente responsabile Manuel Dacosse, che gareggia con la filologia di Sven Jakob per il Masks di Andreas Marschall, e lo sforzo muscolare di montaggio è ancora di Bernard Beets, tutto il comparto sonoro, fino al rumorista, è un pezzo indispensabile di questa orchestra diretta dai due registi).

A differenza di Amer, L’étrange couleur des larmes de ton corp non relega tutti i passaggi narrativi alle immagini, tuttavia i dialoghi sono solo le strisce gialle d’emergenza sulle strade perdute del protagonista che indaga sulla scomparsa della moglie quando non dei veri propri red harring lanciati allo spettatore con sadica ironia.

Eppure è evidente che non bisogna cadere nel fraintendimento di considerare la pellicola solo un arthouse film privo di alcun senso: in questa personale metabolizzazione del Giallo (anche se i registi citano tra i loro registi preferiti pure Satoshi Kon, di sicuro come epigono di riferimento per la narrazione, ma sfido chiunque a non riconoscere un pugno di inquadrature prese di peso inevitabilmente dal fu Maestro Dario Argento e pure lo split screen tanto caro a De Palma, usato in un modo così creativo e psicotropo da far rosicchiare le mani allo stesso De Palma) nessuno si aspetta che vengano veicolati messaggi morali o immorali, solo una storia, ma la storia è narrata attraverso un continuo senso di vertigine, non si sovvertono solo le regole della narrazione classica in modo didascalico come ha fatto Lynch (quale suo film è più didascalico di Lost highways?), non ci si limita a simboleggiare la storia in chiave freudiana (e quale film simbolico più leggibile di Mulholland Drive?), ma si arriva nei territori di una narrativa dell’inconscio in cui era già sbarcato lo stesso Lynch con Inland Empire.

Le camere mentali in cui vagava Laura Dern vengono riallestite con un caleidoscopio incessante di stimoli visivi e persino le tappezzerie o gli infissi diventano fibre nervose che avrebbero fatto annuire compiaciuto Ballard, i simboli anche banali si sprecano (le coltellate che infliggono alle teste ferite vulvari), tuttavia la pletora di idee esibita è talmente ricca e quasi sempre sorprendente (soprattutto per chi non ha visto anche O, contenuto in ABC’s of the death) che si tratta di inezie perdonabili e in fondo imprescindibili.

Forse l’offerta visiva è persino eccessiva per un solo film tanto che in più occasioni si teme che diventi frammentario e si affaccia il dubbio (poi dissipato) dell’autocompiacimento, tuttavia la struttura onirica è dichiarata (almeno per lo spettatore che ha colto i segnali), i cerchi, seppur con grandi spirali e in modo inconsueto, si chiudono e c’è solo da commuoversi e ringraziare per poter ricordare, non una, ma una manciata piena di sequenze che da sole avrebbero valso la pena di guardare il film, ognuna con un stile e un’idea centrale differente dall’altra.

In particolare una sequenza in cui il protagonista diventa assalitore, vittima e spettatore e una in bianco nero con un surreale taglio di frame, suggestioni sadomaso al limite dello snuff estetizzato, gore festoso e mura che si fanno carnose (l’ambiente è sempre organico in tutto il film, tanto da venire persino auscultato) destabilizzano lo spettatore che ormai ha perduto ogni speranza di facile razionalizzazione e di discernimento tra reale e irreale.

La seconda affinità principale con Amer, oltre alla ricerca estetica, è l’affondare nelle turbe sessuali e nei traumi schizogenici d’infanzia, seppure in quest’occasione da una prospettiva maschile, un dato così evidente che non è comprensibile come alcuni critici abbiano potuto usare espressioni come cripticità respingente quando uno spettatore che abbia visto Amer parte avvantaggiato con la principale chiave di lettura già in tasca, e preferisco pensare a una esuberante generosità artistica che a una presunzione autoriale.

L’avere comunque già un lasciapassare tematico non priva di piacere la visione e quando il protagonista sfonderà un muro per arrivare a una fiabesca e perversa porta illuminata di rosso lacca sapremo già che lì si cela una soluzione, ma comunque gli occhi continueranno a brillare.

Vi rimando anche alla recensione di Anton Bitel per Sight&Sound.

3 commenti su “The strange color of your body’s tears (L’étrange couleur des larmes de ton corp)

  1. elvezio
    22/07/2014

    E ora cosa cavolo scriverò visto che hai detto assolutamente tutto te? Grazie eh, grazie…

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  2. pilloledicinema
    22/08/2014

    Con tutta la buona volontà in questo film non sono riuscito a trovare altro che presunzione.
    Mi rendo conto che c’è tanto studio, tanta abilità di regia e non solo dietro un’opera simile ma se è insostenibile non è per la mia sindrome da deficit di attenzione, ma perché nonostante quello che dici tu il film si ostina con tutte le sue forze a non farsi capire mai. E dietro tutto questo per quanto mi riguarda c’è soltanto la volontà di far sentire intelligente qualcuno.
    .
    Poi, davvero, come ci si possa stupire se dei critici definiscono criptica e respingente una tale sbobba di seghe mentali e paturnie senza alcuna speranza di poter essere ricondotte alla ragione non lo capisco.
    Onestamente la trovo anche ridicola come affermazione.

    Cioè è un film dove musica, colori e costruzione delle scene sono fatte benissimo. La fotografia è pazzesca. Ok. Già il montaggio inizia ad essere un esercizio di stile. La sceneggiatura invece è un calcio nei coglioni bello e buono. Consapevole. E se tu mi prendi a calci nelle parti basse, con la scusa di farmi vedere la tua estetica da paura, io come minimo ti mando affanculo.

    “Ogni dettaglio deve far urlare lo spettatore, sosteneva Hitchcock”
    Ma non perché gli si stanno rompendo i coglioni.

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  3. Lenny Nero
    22/08/2014

    ovviamente non condivido, ma ogni opinione è lecita e in merito si leggono solo giudizi diametralmente opposti. Io ho provato a spiegare perché per me siamo di fronte a un film prezioso. Poi odio gli spiegoni e i film che “vengono incontro alle mie capacità mentali”. Preferisco le sfide narrative e pochi sanno creare una narrativa dell’inconscio. Proprio per questo e più ci penso ritengo il film un’opera d’arte di altissimo livello. Presunzione? Possibile. Mi chiedo se a volte non consideriamo presunzione il solo tentare di elevarsi sopra standard di media. Inoltre un tale viaggio sensoriale non lo facevo da anni e in un paio di sequenze ho provato veri brividi di gioia come non provavo da tempo. Non posso prescindere anche da quello che ho provato.

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