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Peace is for pussies

Found

found1. Fuck PG-13 movies!

8000 dollari di budget raccolti in parte attraverso donazioni in rete grazie anche al supporto del giro delle testate online sui film di genere, che non hanno paragoni in termini di qualità e professionalità con alcuna realtà italiana, men che meno cartacea.

Un gruppo di creativi polivalenti costituito per la quasi totalità da assoluti esordienti, dagli attori agli addetti al sonoro.

Una visione ampia delle potenzialità dell’horror che abbraccia il semplice shock (and oh, there will be blood!) così come puntuali, semplici e ferali quesiti sulla genesi del male, che tiene un piede saldo sul pedale dell’effetto nostalgia, che commuove la generazione educata dagli slasher tra gli anni ’80 e ’90, e un altro inaspettatamente più saldo nella descrizione di una parabola di bellezza americana.

Immaginate che il sacchetto svolazzante di American Beauty si trasformi in una testa mozzata grondante sangue e potete entrare nello spirito amaro dell’omonimo racconto scritto da Todd Rigney che ha visto la sua trasposizione in Found, un progetto davvero indie che, dopo due anni di visioni festivaliere internazionali, discreti problemi di censura nel mondo anglosassone e l’incetta di una dozzina di premi, vede finalmente una distribuzione home-video (ormai abbandonate la speranza di poter vedere una pellicola simile sul grande schermo, privilegiato sbocco fognario per film ad alto tasso di booh e paraphernalia cristiana).

Eppure scommetto che Found diventerà in breve tempo un cult (come tutti i cult è imperfetto ma accarezza corde condivise da una nicchia di fanatici che riconoscono in quel film il proprio immaginario, feticismi o stralci di vissuto personale).

Se questo è l’esordio di Scott Schirmer (che ha un curriculum di studi cinematografici e attività di produzione visiva di tutto rispetto) la speranza è che corrobori quanto possibile i legami col gruppo che ha contribuito a Found e realizzi film anche più potenti con la sua casa di produzione rimanendo nell’Indiana, non prestando orecchio a eventuali serenate dei produttori di blockbuster e restando fedele al …maybe you should watch PG13 home-movies pronunciato con disprezzo da uno dei protagonisti.

2. Roach man and Lunch bag

Il film non perde un minuto nell’inquadrare il nucleo centrale delle vicende allontanando poi lo sguardo verso il contesto ambientale, per mettere a fuoco il quadro completo e fornirci, quando non vere chiavi di lettura, degli spunti di riflessione.

Infine, dopo questo lento ma costante big-bang, una volta tirata indietro tutta la canna della pistola, Schirmer spara i protagonisti indietro verso quel nucleo facendo implodere l’intera situazione e i nostri nervi.

Il dodicenne Marty (Gavin Brown) è uno studente modello, timido, vessato dai compagni di scuola con il continuo appellativo di frocio, con l’hobby di disegnare fumetti in cui i supereroi sono vendicatori dalle fattezze mostruose mediate dalle visioni bulimiche di film horror di discutibile qualità.

Marty scopre che il mostro vendicatore vive già in casa sua ed è il fratello maggiore Steve (Ethan Philbeck): durante una delle sue incursioni curiose nella camera di Steve scopre che la testa di un cadavere è conservata nel suo armadio.

Ed è la prima di una serie.

Perché non urlare, scappare, confidare tutto ai genitori e alla polizia?

Perché intorno il mondo è meno confortante di come viene rappresentato in un film horror, che a un certo punto finisce.

Perché scopriremo che gli adulti, dagli insegnanti ai familiari, perpetrano metodi educativi basati sull’imposizione, la violenza fisica, la religione e mandano messaggi contradditori nei quali i negri sono feccia, ma è imbarazzante che il figlio reagisca al bullismo e glielo s’insegna a suon di schiaffi.

Perché i genitori stessi nascondono segreti ipocriti.

Never with violence gli predica il Pastore, ma intorno a sé Marty vede e riceve solo violenza e menzogne e non esistono figure nelle quali trovare sostegno.

L’horror rispecchia la sua visione della realtà ma è confortante in quanto finto e regala adrenalina.

Unico rapporto amicale è con un compagno di scuola con cui condivide la passione per horror e comics, ma la visione di una videocassetta rubata e custodita da Steve a titolo Headless turba profondamente Marty che si sente accusato pure dall’amico di essere un frocetto dal cazzo piccolo.

Un altro pezzo del mondo affettivo di Marty si sgretola, ma Marty sa che il suo supereroe esiste: solo Steve lo difende, lo ascolta, promette di proteggerlo.

Non immagina ancora fino a che punto.

(Quelli della mia generazione si asciugheranno un po’ gli occhi guardando le stanzette invase da poster di film, il cartone rovinato delle VHS noleggiate, l’alienazione giocosa nel venire presi d’assalto dalle decine di copertine in una videoteca immaginando storie anche migliori di quelle dei film stessi, il poter toccare con mano il film, possederlo e manipolarlo, dargli vita col tasto play, sensazioni tattili che altro che l’odore della carta).

3. Headless

Il turbamento di Marty deriva dall’immaginare il fratello come protagonista del film Headless, le cui scene rappresentano la parte più controversa di Found, ma anche una parte necessaria per presentare allo spettatore, non sotto forma di predica ma di esperienza visiva viscerale, due poli di confronto in termini emotivi e psicologici.

Da una parte un vituperabile horror estremo, proprio in quanto estremo e che mostra alcune delle più avariate parafilie, dall’altra il finale di Found che nel suo non mostrare, ma solo suggerire e far ascoltare, risulta ancora più osceno in un’accezione da tragedia e, nei suoi effetti, una catarsi destruente in cui si materializzano i peggiori fantasmi di Marty.

Headless è il film nel film che deve conferire a Found una consistenza reale, interpretabile come una beffa urlata verso chi da decenni accusa il genere horror di essere una sorta di veleno per la mente.

Potremmo risolvere la questione motteggiando e citando Scream (I film non creano psicopatici, i film rendono gli psicopatici solo più creativi!) o effettuare un’analisi statistica sul proliferare dei massacri di guerra in relazione alla diffusione degli slasher e concludere che le bestie dell’ISIS o i Repubblicani si devono essere incazzati quando Jason Voorhees non è risorto per l’ennesima volta o che prima della proiezioni di Le manoir du diable l’umanità, di cui molti perseverano nell’avere un’immagine romantica invece che zoologica, viveva tempi scanzonati.

Il punto è che, qualunque opinione si abbia in proposito (che se fosse supportata da qualche studio scientifico sarebbe più apprezzabile), con Headless viene tratteggiato anche un passaggio tipico affrontato da ogni horror-maniaco: l’intossicante senso di sfida e d’iniziazione tribale nel superare limiti sempre più estremi.

L’amico di Marty reagisce esclamando Gross!, entusiasta per le nefandezze a cui assiste, nella condizione di poter discernere fiction e realtà, ma per Marty Headless è un possibile squarcio su una realtà: lui l’ha vista una testa mozzata, per lui è impossibile vivere Headless in modo ludico.

E nel momento in cui violenza e dolore vengo vissuti e percepiti come reali l’horror diventa traumatico e richiede la presenza di una psiche solida.

Tuttavia a quel trauma ovviamente si sopravvive, si è più anestetizzati e ci si sente più forti.

E’ condizione sufficiente per rendere un ragazzo uno psicopatico? Marty diventerà come Steve?

O è necessaria ben altra esperienza reale, come per esempio iniziare a scoprire le becere motivazioni dietro le azioni del fratello che non lo rendono dissimile dall’odioso padre?

Dato che le risposte spetta ad ogni spettatore trarle da sé dopo il finale, sulle scene di Headless (di cui è in produzione uno spin-off) avrei potuto spendere un po’ di frasi per elogiare gli effetti di make-up, la location decadente, la ferocia disinibita che veste di disturbante sensualità atti che comprendono mutilazioni, decapitazioni, sangue usato con avidità e voluttà e necrofilia dai toni così esagerati e grotteschi che si può immaginare Schirmer strizzarci l’occhio mentre ci chiede se pensiamo che Headless sia il vero orrore.

Ma preferisco che ognuno stringa a sé il proprio cuscino preferito e si ritrovi a urlare Gross! come ancora gli accadeva diversi lustri fa (intanto avete già visto tutti i capisaldi dell’horror tedesco o anche solo Aftermath di Nacho Cerda e non dovrete cercare un analista).

4. Who’s the monster?

Il finale non è un’esplosione, ma un’implosione.

E’ la rappresentazione dell’accartocciamento di un mondo, di un dissesto umano prima che famigliare, è la cronaca nera che supera ogni fiction e che lascia vittime e sopravvissuti ancora più vittime, compreso l’autore irrecuperabilmente folle di un efferato massacro.

E’ il buco nero in cui viene inghiottita un’anima che resiste alla tentazione del male: la telecamera inquadra, ruotando lentamente, il buio dietro una porta mentre i suoni non lasciano nulla all’immaginazione, mentre noi siamo Marty, in condizione di non nuocere (una visione che realmente scalfisce la pelle) e quel che sta accadendo non è più un film dell’orrore.

In Headless compare un esilarante poliziotto salvatore, ma questa è vita vera.

E voi lo sapete come finiscono i film horror.

Per questo Found non può concludersi come un classico film horror e ci abbandona con nudità maschili urlanti e coperte di sangue e con una carrellata finale disarmante che fa stringere la gola perché ormai è subentrato qualcosa di peggiore della celluloide: la realtà.

Keep repeating It’s only a movie…It’s only a movie

5. The Clockwerk Creature Company

Se la regia si conferma con il finale notevole, attenta, mai improvvisata, fondata su idee anche semplici, ma efficaci, rinforzata da un editing di cui è responsabile lo stesso Schirmer, peccando con la direzione di parte del cast (e l’interpretazione di Gavin Brown è così intensa ed empatica da mettere in risalto le carenze dei suoi colleghi che, d’altra parte, incarnano persone a cui non possiamo e non dobbiamo affezionarci, al contrario di Marty), non si può non attribuire meriti a Leya Taylor, responsabile della fotografia e che con pochi mezzi compie miracoli a vantaggio della qualità generale del film, a Magician Johnson, creatore di un tappeto sonoro sempre al limite dell’invasivo, ma fondamentale in più di un’occasione nella creazione di un clima ansiogeno, e a Shane Beasley, responsabile di effetti speciali e sonori, interprete di Headless (il suo sguardo sotto la maschera del killer è una staffilata al confronto di quello troppo isterico di Ethan Philbeck) e illustratore per la sequenza animata dei titoli di testa

2 commenti su “Found

  1. jnvahtola
    28/03/2015

    This is quite a movie! I wrote a review in Finnish with several screenshots from the American DVD.

    Mi piace

  2. psichetechne
    03/05/2015

    Ho letto solo ora la tua recensione, e noto con piacere considerevoli consonanze tra le nostre rispettive letture del film. molto bella la tua recensione (come al solito) A presto!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 11/09/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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