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Lord of tears (e una nota dalla piccionaia)

lotLord of tears è una dolce offerta all’altare della Hammer Horror (ma dopo aver metabolizzato un inevitabile The night of the demon di Tourneur) ed è opportuno cogliere sin da subito questo evidente aspetto per affrontare il film con spirito pronto per un gotico vecchio stile e filologicamente tanto devoto che il recente Woman in black, che si proponeva con confezione similare, ma ben più esangue, appare anche di più il risultato di un’ibridazione con stilemi più moderni.

Operazione passatista e reazionaria?

E’ possibile, ma se gli intenti fossero stati solo questi il film sarebbe risultato imbrigliato da canoni standard con il risultato di apparire come un fredda e velleitaria pellicola ricca di recupero cinefilo, ma priva di anima.

Invece Lord of tears mette nel pentolone magico tutti gli ingredienti da manuale (la casa isolata nelle highland scozzesi, atmosfere plumbee e piovose, strapiombi e mare agitato, segreti di famiglia, folklore pagano sincretizzato con sacrifici a Moloch), ma rivitalizza la ricetta con tutti i trucchi oggi a disposizione e con un senso tragico e romantico della narrazione che ne rende emozionante la visione.

LOW BUDGET, HIGH FIDELITY

Non sono riuscito a reperire un dato certo sul budget di Lord of tears, ma viene diffusamente definito come low.

In parte si può evincere dai dati di produzione che delineano i tratti di una collaborazione fra un numero ristretto di persone per lo più esordienti.

Il regista, Lawrie Brewster, è anche addetto al montaggio nonché produttore.

Lo script è di Sarah Daly, non del tutto nuova nel genere horror essendo già autrice dello script di Insatiable, ma più nota (fra quei pochi ai quali è nota) come irish singer/songwriter che usa il monicker Metaphorest con il quale ha firmato anche canzoni e musica per la pellicola.

Della fotografia è responsabile tal Gavin Robertson, anche scenografo.

I più nerd tra di voi riconosceranno un brano (Quinn’s song) di Kevin MacLeod, usato per la versione per smartphone del gioco lovecraftiano da tavolo Elder sign, ma quel che più conta è che MacLeod è autore di musica royalty free e un’ottima fonte da saccheggiare per un principiante squattrinato.

Familiari di regista e sceneggiatrice compaiono a vario titolo.

Nel ruolo del protagonista, James, un attore di 42 anni, Euan Douglas, al suo primo lungometraggio ma che dimostra una discreta disinvoltura nel passare dalle scene intimiste a quelle di terrore e, di fatto, il film si sostiene sulla sua interpretazione.

Unici nomi potenzialmente noti sono quelli di Alexandra Hulme (che ha conosciuto Brewster, in qualità di factotum, sul set del corto di Joseph Gordon-Levitt intitolato Morgan and Destiny’s Eleventeenth Date: The Zeppelin Zoo), nei panni della coprotagonista Eve, e quello di David Schofield (l’uomo-gufo) che, se ne vedessimo il viso, potremmo riconoscere come luciferino caratterista di diversi blockbuster, ma di cui quasi sicuramente, e purtroppo, non abbiamo mai apprezzato la voce originale: un inglese dalla profondità infernale.

Eppure un po’ di commozione l’ho provata scoprendo che a questo low budget non corrisponde una scarsa ricerca di qualità, anzi, siamo spesso sopra la media in termini creativi e artistici.

Tornerò su questo punto nella nota finale.

STURM UND…

Tratteggiare la trama di Lord of tears ha minor rilevanza di quanta già non ne abbia di solito, da un lato per la mia convinzione che nei film di genere l’impatto viscerale non dipenda tanto dalla trama, ma dal modo in cui viene allestita, almeno che la trama non svolga una parte padrona nell’intrattenimento o non serva a fornire elementi di interpretazione o riflessione (e chi mi legge sa quanto provi entusiasmo per quei preziosi horror che mi stimolino anche intellettualmente), dall’altro perché una volta che vi ho elencato gli elementi del canovaccio i pochi colpi di scena e twist sarebbero ancora più facilmente intuibili.

Tuttavia non è sul mistero alla base della storia che si fonda il film (viene presto svelato e sarebbe stato persino ridicolo puntare tutto su una rivelazione che anche lo spettatore meno smaliziato avrebbe previsto), ma sull’atmosfera e la paura.

E sembra semplice messo per iscritto.

Anacronismi scenografici che illustrano a livello visivo la dimensione mentale del protagonista (un adulto che non solo sembra congelato nel tempo a causa di un trauma sepolto, ma che ripercorre indietro la sua linea temporale, sfoglia testi polverosi, apre scatole d’infanzia, ascolta vinili graffiati, tiene un diario della sua ricerca usando un registratore che sembra desueto persino per gli anni ’80) e ne manifestano l’inconscio ((la casa di Baldurrock è arredata come una biblioteca di libri antichi interconnessa con un’amena galleria d’arte e una piscina interna dalle dimensioni indefinibili, mentre la cantina è, in contrasto, un antro claustrofobico che trasuda buio e malvagità).

Elementi naturalistici dalla valenza simbolica (e, nostro malgrado, persino interpretati a voce alta invece di lasciarle vivere come suggestioni junghiane, ma ogni tanto mi sorge il dubbio, da approfondire, che il mondo anglosassone abbia sempre più bisogno di esplicitazioni o minor dimestichezza col simbolico) che rientrano nella logica che la natura sia la chiesa di Satana.

Iconografia sempre a un passo dal pacchiano e cento passi dentro un immaginario collettivo codificato e collaudato (dai culti celtici al Dizionario Infernale di De Plancy, anche se il demone-gufo che viene mostrato è il Marchese Andras, e non Moloch, ma non è certo la precisione che viene ricercata), per non tacere, poi, del nome di un personaggio che fa suonare più campane di Louis Cypher.

…TOD

Con questa tipologia di materiale a disposizione il rischio che è stato corso era quello di produrre un film di serie Z, eppure fotografia, sonoro e montaggio sono stati coordinati in modo elegante dal regista per ottenere come risultato una pellicola via via più alienante e intrisa di una progressiva sensazione di disagio che nel finale diventa profondo.

Pur trattandosi di un progetto nato su Kickstarter, o forse proprio perché l’arrivo dei finanziamenti ha consentito di riservare tempo a curare i dettagli, Lord of tears presenta ben poche sbavature e molte qualità.

Brewster costruisce le immagini con un occhio che sfrutta spazi ed elementi geometrici e scenografici dell’edificio per incorniciare ambienti pittorici, supportato in questo obiettivo da una fotografia che passa da colori saturi e pastosi a giochi d’ombra estremi.

Ogni scena gode di una pennellata di irrealtà nella logica di condurre lo spettatore in una prospettiva prima di viaggio nell’inconscio e poi di viaggio in una dimensione alternativa (e a quel punto la sospensione dell’incredulità è già stata ben carburata).

Lo sviluppo degli eventi procede in modo lineare e classico (fa parte del gioco filologico), ma il regista si concede intermezzi allucinatori e grondanti sangue che assaltano i sensi o ci fa alzare un sopracciglio con una lunga e sognante sequenza di danza seduttiva da parte di Eve.

La Hulme, con la sua recitazione eterea e civettuola e con le sue movenze riempie di grazia lo schermo, così tanto che prima si sospetta che gli autori abbiano riempito del minutaggio a (meritato) favore dell’attrice, poi il romanticismo mieloso e quasi esondante della scena, pur contribuendo a consolidare l’empatia verso i due protagonisti, diventa troppo insistito per non assumere toni sospetti.

Gli affamati di terrore attendano e la rigorosa simmetria dello script della Daly si mostrerà in tutta la sua crudeltà perché a metà si passa dall’altra parte dello specchio e romantico e tragico assumeranno identico significato.

Gli effetti sonori (scorrete i titoli di coda e scoprirete che sono anche questi quasi tutti royalty free eppure efficaci e selezionati in modo rigoroso) sono coprotagonisti onnipresenti e fondamentali nell’architettura di un’atmosfera angosciante, ma il più memorabile di questi è la voce di Schofield.

Una creatura antropomorfa con una testa di gufo e lunghi artigli imperversa nei sogni lucidi di James e non sarà così immediato comprendere se sia una guida o un guardiano dell’oltretomba (la simbologia del gufo è una delle più complesse quanto note, ma la sceneggiatrice ribalta il tavolo, se ne fotte e le conferisce ulteriori valenze di natura biblica e mediate dall’occultismo moderno per non lasciarci dirimere troppo facilmente il dubbio sulla sua reale natura).

Schofield si ritrova a pronunciare frasi che, per quanto significative, diventano sempre più roboanti fino a sembrare estrapolate da un testo dei Dimmu Borgir, ma la grevità baritonale della sua voce è tale che se avesse emesso anche suoni incomprensibili avrebbe comunque fatto vibrare i nostri apparati piliferi, tanto più che le movenze lente o marionettistiche dell’uomo-gufo sono già sufficientemente minacciose e comunicative e l’impatto iconografico, che sulla carta avrebbe potuto risultare ridicolo, è invero piuttosto notevole.

Nell’ultima scena che lo vede protagonista, nell’obliquità dell’inquadratura i suoi arti innaturali sembreranno sporgersi verso di voi e vi toccherete un braccio per rassicurarvi.

In sintesi, se non soppesate troppo l’originalità della trama (due sfortunati protagonisti uniti da un drammatico destino), vi stuzzica l’idea di godervi un po’ di gotico old-fashioned perché certi film li conoscete a memoria e apprezzate quell’adrenalina in più che possono pompare mezzi tecnici attuali, vi compiacete nello scoprire esordienti promettenti, avete anche una vena di romanticismo pur essendo horror-maniaci, in particolare se si tratta di romanticismo Sturm und Tod, Lord of tears potrebbe rappresentare una scoperta persino di qualità e che vi lascerà con un inaspettato amaro in bocca per l’elemento (questo sì molto moderno) di (in)umane crudeltà insite in una storia che non lascerà alcun conforto, dopo quasi due ore di malessere crescente.

James legge l’Etica di Spinoza e la Daly deve aver sogghignato mentre capovolgeva il concetto della beatitudine raggiunta tramite la comunanza di Dio, sostituendo quest’ultimo con Moloch.

LA NOTA DALLA PICCIONAIA

Posso aver preso un abbaglio, ne prendo tanti, ne prenderò ancora, ma il giudizio positivo e pieno di fiducia nelle capacità degli autori di Lord of tears deriva anche da una sequela di visioni che mi hanno condotto a un senso di frustrazione.

Nel genere horror imperversano i low-budget film e il concetto di low-budget viene spesso sottolineato come se fosse marchio di indipendenza, ma in più di un caso mi è apparsa una non richiesta giustificazione per la qualità raccapricciante delle pellicole.

E’ un dato di fatto che spesso i film horror siano a basso budget e che spesso un horror ad alto budget, dovendo rientrare dei costi, si configuri difficilmente come un prodotto che non sia PG-13 o comunque ombelicalmente yankee.

Tuttavia la possibilità di dirigere pellicole a basso costo ha condotto a un risultato che rifiuto con forza cioè la totale distruzione della qualità nella costruzione delle immagini, con rare, splendide eccezioni perché i registi (con sforzi muscolari e inventiva strepitosa) hanno compiuto un miracolo.

Dopo l’ennesimo mockumentary o film Dogmastyle-suomalgrado si viene travolti dalla voglia di cavarsi gli occhi.

Le due visioni più sconfortanti degli ultimi giorni sono rappresentate da V/H/S: Viral e Coherence.

Nel primo è praticamente impossibile distinguere la mano dei singoli registi, i limiti della ripresa a basso costo sono superati con i soliti trucchi (glitch, montaggio secco, movimenti bruschi, videoclippate di varie natura) e a far precipitare la situazione la totale assenza di vergogna nel proporre storie alle quali si farebbe un complimento qualora venissero definite superficiali o imbarazzanti.

Non offre nemmeno quei minimi sindacali di elementi di intrattenimento per cui i pop-corn li cuoci lo stesso, perché se l’occhio non è appagato, se la ripresa sporca e realistica e amatoriale non è altro che un pretesto per spendere poco e far guadagnare il più possibile, se non sono appagati neanche cervello, stomaco e ghiandole surrenali, potete ben intuire quale sia l’unico sfintere che rimane da stimolare.

Un fastidio ancora più intenso l’ho provato durante la visione di Coherence.

Sulla carta lo spunto narrativo à la Twilight zone è intrigante, ma emergono essenzialmente due problematiche: la storia è scritta e sviluppata in modo infantile e involontariamente prevedibile (per non sottolineare riferimenti che non solo non sono abbastanza nerd per titillare almeno i nerd, quali Tunguska o il gatto di Schrodinger, addirittura spiegati con una pedissequa lettura di Wikipedia e chiarendo il fatto che il target del film è un dodicenne e/o un idiota) e, nonostante ci sia qualche tentativo di costruzione dell’immagine, ci troviamo di fronte a un risultato complessivamente inguardabile e frettoloso, ottenuto da persone che almeno avrebbero potuto studiare un paio di sequenze di Mariti e Mogli, giusto per imparare come si può riprendere in modo eccelso con telecamera a mano una scena di fattura quasi teatrale.

L’impressione era quella di guardare il filmino del saggio di fine anno di una scuola di recitazione di quarta categoria, uno di quei filmini che oggi qualcuno pubblicherebbe su Facebook così che gli amici potrebbero serenamente ignorarlo dopo aver lasciato un ipocrita like.

Ma un embolo mi è balzato fin su al cervello quando in vari articoli veniva esibito il fatto che Coherence sarebbe costato 50 dollari (sì, avete letto bene: CINQUANTA) e sarebbe stato diretto in cinque notti, tra risate e improvvisazioni.

Il mio quesito è: per quale motivo sarebbe un vanto, dato il risultato?

Perché un gruppo di amici è riuscito a riprendere a fava di canide delle immagini?

Perché nonostante abbiano diretto un film (che iperbole!) a costo zero, il film è riuscito a piacere a critici di bocca talmente buona da far supporre che non fossero nel pieno delle loro facoltà mentali quando non l’hanno giudicato come una simpatica sciocchezzuola?

La intuite la trappola dietro l’angolo?

Se rinunciamo alla qualità dell’immagine (per non parlare di quella della scrittura) di cui anche un prodotto a basso costo può avvalersi (e gli esempi sono innumerevoli) il mercato sarà ancora più invaso da prodotti dozzinali e gli esordienti meritevoli che saprebbero garantire qualità pur a basso costo si troverebbero stretti nelle maglie del Scusa, ma il mio amico per 50 dollari me lo gira lo stesso questo film.

No: il risultato non è lo stesso proprio per un cazzo.

Gli esordienti devono pur cominciare in qualche modo, ma ci sono esordienti con skill tecniche eccellenti che hanno bisogno di ben più di 50 dollari, si accontenterebbero di averne 5000 e realizzerebbero un film che sembrerebbero pure molto più costoso.

Si tratta di talento e di studio e d’impegno.

E perché uno non vale uno.

Prodotti come quelli citati ci chiedono di rinunciare a un’esperienza sensoriale che sia il più completa possibile.

In pratica al cinema.

E non m’importa nulla se Coherence vi è sembrato pure divertente o intelligente: a parlarne in modo accondiscendente sarete accondiscenti con l’idea che il pubblico si può accontentare contribuendo a strozzare artisti validi che tentano di emergere e aprendo le gabbie degli improvvisati.

E con quei 50 dollari abbiamo dato un valore monetario pure al mezzo gaudio.

2 commenti su “Lord of tears (e una nota dalla piccionaia)

  1. boh
    17/10/2014

    sei @lennyfuckinnero su twitter?

    Mi piace

  2. Lenny Nero
    17/10/2014

    no: @hardcorejudas

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 03/10/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , , , , .

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