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Peace is for pussies

ABC’s of the death 2

abcsod2Di antologie horror avevo scritto tempo fa e nell’elenco era compresa la prima serie di ABC’s of the death, nel complesso deludente, ma con una manciata di episodi di rara potenza visiva che valeva la pena scoprire.

L’impostazione concettuale della serie è superiore a quella della serie rivale, V/H/S, in cui la cornice visiva ingabbia qualsiasi guizzo creativo e all’interno della quale l’unico dato che emerge è la pigrizia offensiva di registi e autori.

Per ABC’s of the death la libertà degli autori viene, invece, dichiarata totale, non esistono fili rossi narrativi e i singoli episodi potrebbero essere collocati in qualsiasi momento della pellicola e la somma degli addendi non cambierebbe.

Un’operazione, quindi, che non prevede una tessitura orizzontale dei singoli componenti, ma solo carta bianca per l’estro dei registi.

Non ritengo che un’impostazione sia migliore di un’altra (presenza o assenza di un frame unificante), ma dati i risultati spesso sorprendenti, se non eccezionali, di questo ulteriore giro di portate horror, la seconda risulta al momento vincente sotto qualsiasi punto di vista.

Lavorare senza canoni guida da seguire è creativamente più arduo, ma può indurre a un autore a esprimersi al massimo del suo potenziale (o, al contrario, rivelare la scarsa quantità di benzina che lubrifica le sue sinapsi qualora non abbia dei guinzagli).

Su 26 capitoli è inevitabile che siano presenti episodi meno intriganti o goliardici, ma in quest’occasione la qualità media è altissima e giudicherei inqualificabili al massimo un paio di capitoli.

Pertanto il consiglio è di guardarli tutti, intanto i pochi momenti mediocri si concludono comunque in un manciata di minuti (e suvvia, siamo horror-maniaci: avremo comunque visto qualcosa di peggiore, c’è sempre qualcosa di peggiore).

Già i titoli di testa denotano una propensione verso una maggiore ricerca artistica, come se quel libro di raccapriccianti figure animate fosse un piccolo manifesto per affermare una personalità progettuale differente rispetto agli altri concorrenti.

E’ difficile immaginare che i produttori principali (Tim League e Ant Timpson) dal basso della loro scarsa esperienza produttiva abbiano coordinato o supervisionato registi non sempre di nicchia se non addirittura con una carriera affermata e criticamente riconosciuta, eppure l’ipotesi alternativa è che remote e astrali congiunzioni abbiano radunato registi che hanno ritenuto non solo di potere, ma anche di dovere esprimersi appieno e cogliere un’occasione unica di visibilità e autonomia.

Non so concludere se questo tipo di attitudine artistica sia fortuitamente innata o sia stata eterodiretta, ma sono sicuro che League e Timpson si considerino soddisfatti del risultato finale quanto gli spettatori e confido che tale risultato li sproni a tenersi in quest’area a metà tra l’operazione a forte richiamo commerciale, ma multiculturale e aliena dai canoni dei blockbuster.

Se volete costruirvi un’idea analitica, ma rapida a questo link reperite recensioni-sparo per ogni singolo episodio.

Così come per la precedente serie, in questa sede mi soffermo su quelli che ritengo siano i cortometraggi da ricordare e riguardare.

C is for capital punishment (Regista: Julian Gilbey)

Brutale e denso apologo sull’istinto di linciaggio fomentato dagli episodi di cronaca nera con un twist che rende ancor più tragico l’episodio narrato (o il concetto stesso di pena capitale).

Lo humour è nero come la pece e la cérémonie messa in scena in un bosco dagli stralunati vendicatori cittadini fa impallidire i famigerati video dell’ISIS o, forse, con quest’ultimo tipo d’immagini negli occhi e impresso nel subsconscio, la grottesca ferocia (e imperizia) dell’atto lo rendono devastante e interminabile.

L’adrenalina scorre nelle vene fin dai primi secondi in attesa di una bastonata sulle gengive ricevuta mentre abbiamo le mani legate.

D is for deloused (Regista: Robert Morgan)

Non conosco nessuno che resista al fascino delle animazioni in stop-motion, siano esse sofisticate oppure che si tratti di claymation vecchio-stile come in questo caso.

Il regista colora la plastilina con cromie claustrofobiche e coagulate e materializza allucinazioni da crisi paranoica che culminano con l’orifizio anale di un grosso insetto che ospita un messaggero bifronte, pagliaccesco e cenobita, che esige sacrifici.

L’allestimento di un incubo che, caratterizzato da un immaginario peculiare, è appena tecnicamente accostabile ai lavori di di Jan Svankmajer, dei Lauenstein Bros. o di Adam Jones, ma è soprattutto una progenie sulla distanza di Eraserhead.

F is for falling (Registi: Aharon Keshales e Navot Papushado)

I registi di Big bad wolves, accantonato il progetto di un film western ambientato nei territori palestinesi (per evitare che venga strumentalizzato dal mondo politico), proseguono comunque lungo le tracce di una satira fondata sulla stereotipizzazione, esacerbando gli aspetti più deleteri e autodistruttivi di Israeliani e Palestinesi, in particolare dei primi.

Il tono è via via meno tragicomico di quello del film che li ha resi famosi nel circuito festivaliero (e nel salotto di Quentin Tarantino) e la parabola di una paracadutista israeliana intrappolata tra i rami di un albero e che in pochi scambi di battute instaura un dialogo a base di schermaglie con un ragazzo palestinese riesce, con i suoi risvolti drammatici e il finale aperto, a tratteggiare in modo forse superficiale, ma preciso un loop di miseria e violenza che si perpetua, che per un attimo sembra interrompersi, ma poi ricomincia inesorabile.

Visivamente e tecnicamente curato e mai approssimativo, F is for falling potrebbe costituire il prologo perfetto per un film in cui l’orrore non è rappresentato tanto da un osso che lacera la carne, ma dal fatto stesso che l’orrore sembri non arrivare mai a una conclusione.

J is for Jesus (Regista: Dennison Ramalho)

Di nuovo questioni attuali, in questo caso l’omofobia su base religiosa, per uno dei capitoli più efficaci per quanto saldamente fondato su un immaginario cristologico innestato su visioni mostruose.

Prescindendo dall’aver sentito toccate corde di vissuto personale che molti omosessuali possono comprendere a fondo, J is for Jesus, pur giocando in apparenza nel campo delle provocazioni anticlericali e blasfeme, compresa una reiterata citazione di probabile provenienza crowleyana, è percorso da una nota sincera di rabbia e dolore che deflagrano in un showdown di giustizialismo gore fuso con uno dei momenti più romantici che si siano visti di recente (e questo è vero romanticismo).

K is for Knell (Regista: Kristina Buozyte e Bruno Sampier)

La scena iniziale rimanda direttamente anche per la location a una delle scene clou di La horde, ma quel che segue è una muta visione di un’improvvisa e rapida epidemia di follia scatenata da un elemento soprannaturale e indefinito, così come i contorni della storia stessa, sempre più labili fino a una conclusione immaginifica e sanguinosa al contempo, avvolta in un’atmosfera straniante e senza speranza.

O is for Ochlocracy (Regista: Hajime Ohata)

Allegoria di esplicitata lettura, la commistione di toni drammatici e grotteschi è ben equilibrata e, pur guardando a Romero e citando visivamente Bub, ne capovolge l’ottica politica e porta alle estreme conseguenze la civilizzazione degli zombie creando situazioni e dialoghi paradossali scanditi da un ottimo ritmo e un tono divertito, possibile solo per un giapponese che in fondo non pensa sia davvero possibile che salga al potere un Movimento 5 Zombie.

R is for roulette (Regista: Marvin Kren)

L’episodio più elegante e sofisticato, nella sua confezione visiva che ondeggia tra il noir e l’espressionismo, spara i suoi colpi gettandoci nel contesto di una roulette russa ambientata in uno scantinato a cui partecipano una coppia e un terzo uomo più anziano.

Dall’esterno provengono segnali di una minacciosa presenza (singola? Una moltitudine? Reale? La roulette è una metodica casuale di selezione dei sopravvissuti?), ma la tragedia corre soprattutto tra gli sguardi degli attori e le poche frasi recitate che creano un clima di avvicinamento alla catastrofe.

E proprio mentre viene pronunciato un ti amo, la morte si palesa nel modo e dalla fonte più inattesi.

Una raffinata crudeltà.

S is for split (Regista: Juan Martinez Moreno)

Esercizio di stile perfettamente riuscito, l’arco narrativo abbraccia due contesti paralleli: una donna viene aggredita in casa mentre è al telefono con il marito che vive in diretta l’agguato.

Per quasi tutta la durata del corto lo spettatore pensa di trovarsi di fronte a un’accademica home-invasion, resa in modo crudo e iperrealistico, ma incorniciata attraverso un uso intelligente di split-screen che si intrecciano e uniscono come note su uno spartito (il regista deve aver visto Secuestrados).

E dopo la toccata arriva la fuga: un colpo di scena rivela l’identità dell’aggressore e lo sghignazzo muore subito in gola perché sappiamo che in casa c’è ancora un’ultima piccola vittima che sta per essere uccisa a colpi di martello.

U is for Utopia (Regista: Vincenzo Natali)

Tornare in sordina dietro la cinepresa per diversi episodi della serie Hannibal deve aver apportato a Natali un certo gusto per lo humour nero e la costruzione (a tratti anche troppo) patinata delle immagini.

Un’idea semplice (la descrizione di un metodo automizzato di eliminazione dei subumani), pochi elementi per rappresentare una società tecnofascista, una qualità visiva che appare più dispendiosa della media, un applauso collaborazionista finale che vale più di mille parole e una nuova distopia futuristica è confezionata, lasciandoci  un sorriso a denti stretti.

V is for vacation (Regista: Jerome Sable)

Esempio di conoscenza e sfruttamento dei canoni di una ripresa che simula una videochiamata e di capacità di dirigere scene e attori davvero degni di applausi.

La fidanzata sventurata di uno dei due bellimbusti protagonisti grazie a una cam diventa involontariamente testimone di uno scenario di ultraviolenza, droghe, perdita dei freni inibitori, prostitute vendicative e cacciaviti impropriamente usati.

L’uso dei soliti trucchi dozzinali da mockumentary è al contrario studiato, calcolato e piegato al volere del regista che imbastisce una mattanza senza sosta e ritmata come un musical.

X is for xylophone (Registi: Julien Maury e Alexandre Baustillo)

In attesa di vedere Aux yeux des vivants, la coppia Maury e Baustillo ad oggi viene ricordata per A l’intérieur, una bomba di lame e viscere, e riporta al centro dell’azione la propria musa oscura, Béatrice Dalle, il cui volto è una maschera di dolore e frustrazione sufficiente a sostenere la narrazione puntellata da un unico suono: quello di una bambina, accudita da una melanconica baby-sitter, che gioca con uno xilofono.

Prevedibile nell’esito, X is for xylophone lo è meno nella ricercata esagerazione macabra e come per la prima parte di ABC’s of the death il capitolo più disturbante era quello omonimo e diretto da un francese, Xavier Gens, anche in quest’occasione sono i nostri antipatici cugini ad affondare a piene mani nelle carni umane.

Z is for zygote (Regista: Chris Nash)

T is for thread neanche me lo ricordo, invece Z is for zygote lo ricorderò a lungo e se non fossi avaro di complimenti lo definirei con disinvoltura geniale e visionario.

Non solo l’esperienza nel campo degli FX consente a Nash di rendere realistiche sequenze a dir poco innaturali (se pensavate di aver visto tutto con il parto di un intero umano in Gozu di Miike, Z is for zygote è lo step successivo), ma il regista raggiunge l’eccellenza in ogni campo, da quello più tecnico alla direzione degli attori, espande la sindrome di Norman Bates conducendola nei territori del body-horror e rappresenta con raffinatezza un contesto di rara brutalità e psicosi.

Se vostra madre vi chiedesse se non amate trascorrere del tempo con lei che cosa rispondereste dopo aver trascorso tredici anni nel suo utero?

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Questa voce è stata pubblicata il 09/10/2014 da in Cinema, recensione con tag , .

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