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Peace is for pussies

Open windows

owNon sono molti i motivi per cui scrivere un post su Open windows e se qualcuno si è interessato al film per la presenza di Sasha Grey può pure rasserenarsi, intanto le sue doti recitative sono meno che mediocri e soprattutto per una certa tipologia di spettatore non avrebbero costituito elemento di valutazione.

La presenza di Sasha Grey, almeno tra le mie letture incentrate sul genere horror, non è stata così pubblicizzata, indice che agli horror-maniaci piace ben altro tipo di carne e che davvero qualcuno voleva fornirle un trampolino di lancio più mainstream del porno, in linea con il percorso dell’attrice di lasciarselo alle spalle, (mal)visto con pregiudizio.

E allora perché scrivere un incipit citando Sasha Grey?

Perché proprio due mesi fa aveva raccontato una storia ben differente sulla sua carriera pornografica, con tratti di violente affinità a quella di Linda Lovelace, rispetto a quanto dichiarato cinque anni prima (scelta libera, mai subito un abuso, mai usato droghe, è solo business).

E il personaggio da lei interpretato, Jill Goddard, è quello di un’attrice oggetto di morbosità, hate-speech anche da parte dei media e attenzioni pericolose.

Un secondo elemento di intersecazione con l’attualità è il fenomeno (atavico) del voyeurismo nei confronti delle movie-star.

Il protagonista, Nick Chambers (Elijah Wood), è un giovane che ha vinto un contest per la realizzazione di un sito dedicato a Jill e meritevole di un incontro dal vivo con l’attrice di pessimi sci-fi, ma un uomo che si fa chiamare Chord (Neil Maskell, la cui voce e il cui accento li riconosceremmo fra un milione) lo contatta via internet per comunicargli che Jill ha cambiato idea, perché deve divertirsi con l’amante, e senza neanche lasciargli il tempo per pensare compensa il suo disappunto con la possibilità di spiare Jill, il suo telefono, il suo computer.

Nick non oppone la minima resistenza, non si pone il minimo dubbio etico e si trasforma in pochi minuti in un Jeff Jefferies nerd che realizza un sogno onanistico di cui, con il cosiddetto Fappening, abbiano soppesato l’entità e la diffusione (anche se è stato molto più avvilente, quando qualcuno ha suggerito che fosse più opportuno discorrere di stupro collettivo, monitorare le reazioni maschiliste fondate spesso su una frase che serve al villain per giustificare le sue azioni: It’s her fault).

Al termine del film comprenderemo meglio le ragioni di questa non-resistenza etica ma, di fatto, all’inizio di Open Windows, durante la conferenza stampa per la presentazione del nuovo film di Jill, vengono gettati spunti sulla pornificazione delle attrici e sul pettegolo interesse verso la loro vita privata, ripresi appena, giusto per chiudere il cerchio, nello svelamento delle intenzioni di Chord, ma in modo così frettoloso e superficiale che esse risultano non solo non agghiaccianti, ma secondarie.

Perché di tutte queste tematiche dal grande potenziale a Nacho Vigalondo non importava davvero un epico nulla o non è stato in grado di svilupparle.

D’altra parte Vigalondo, dopo il notevole Timecrimes, in cui brillava la sua capacità di gestire scenari complessi da un punto di vista spazio-temporale, si è fatto notare in corti in cui brillava la sua inettitudine nello sviluppare una storia che non fosse solo scatolame narrativo.

Per cui Open Windows è facilmente descrivibile per il film che è, ma ancora più facile è descriverlo per quello che non è diventato e non deve mai essere stato nelle intenzioni dell’autore, come se si percepisse per tutto il film un’assenza di spessore a tratti ingombrante per chi non avrebbe considerato ingombrante un po’ di spessore oltre all’intrattenimento.

Pertanto che rimane di un film che si sviluppa da un presupposto intrigante, quanto sciupato?

Rimane l’intenzione di raccontare una storia basata sulla rete (l’aspetto più debole dato che abbonda di luoghi comuni e stereotipi, propone come quasi-fantascientifiche eventualità straviste e comprensibili ai più e Vigalondo resta sempre a un piccolissimo passo dall’inserire le figurine esplicative e poche attitudini mi irritano quanto quella di un autore che non sembra sicuro della robustezza del suo impianto narrativo e delle regole che ha scelto e Vigalondo non ha neanche i mezzi e il talento di Nolan) e girata tramite webcam, non con camere standard.

Sulla carta questa sfida visiva avrebbe potuto costituire la base per uno scempio sulla scia dei tanti mockumentary visti, e che ancora vediamo (Cristo, pietà!), e nelle prime scene sembra davvero di assistere allo sviluppo in tempo reale degli eventi guardando il monitor di un computer.

Presto ci si abitua, ma soprattutto Vigalondo dimostra progressivamente che una scintilla della fiamma che avevamo visto nel suo primo lungometraggio ancora è presente: essersi concentrato solo su costrutto e architettura visiva non gli ha permesso di entrare nei significati potenziali delle immagini, ma ne gestisce montaggio e sovrapposizioni come uno spartito senza sbavature conferendo un effetto dinamico extradiegetico tramite i movimenti di camera, precisi al cronometro (d’altra parte si giova del support di Bernat Vilaplana, addetto al montaggio per i più noti film di Guillermo Del Toro).

Di conseguenza Open Windows risulta difficilmente noioso, il ritmo non ha mai cali e se mai potrebbe soffrire per alcuni di un accumulo vorticoso di twist che lo rende soffocante, un po’ come salire sulle montagne russe mangiando un maxi-hamburger.

Il parossismo degli eventi aiuta a sedare il cervello, che almeno si bea di un po’ di concitazione, già che i mezzi usati non consentono spesso di costruire immagini interessanti con l’eccezione di una lunga sequenza di inseguimento in cui un’idea visiva dal forte potere narrativo-descrittivo (che è un peccato illustrare perché equivarrebbe a quella detestabile privazione di effetto-sorpresa che deriva da uno spoiler) ipnotizza e diverte.

In fondo Open windows è tutto qui, in questa densa incorporeità (di testi e sottotesti).

Non mi dispiacerebbe pensare che la morale risieda nel fatto che nessuno dei protagonisti si ponga mai un punto di vista morale se non, paradossalmente, Chord con il suo progetto che ricorda Paura.com, ma una delle scene clou (lo strip guidato e forzato di Sasha Grey), anche a causa dell’interpretazione dell’attrice, non detiene in sé quegli elementi disturbanti che avrebbero reso la sequenza una fonte di disagio, che sarebbe stato più comunicativo di tanta retorica (lo spessore non deve derivare da un monologo bergmaniano, che in questa tipologia di film avrebbe fatto stirare le coronarie a chiunque, e può colpire con mezzi che un regista dovrebbe saper usare, se volesse).

E invece pure io ho pensato Che bel seno, Sasha Grey…

E se l’ho pensato io ciò implica che quella scena è profondamente sbagliata.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/10/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , , .

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